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Archivio Ottobre 2016

Novità: Billy Bragg e Joe Henry “Shine a Light: Field Recordings From The Great American Railroad”

28 Ottobre 2016 2 commenti

Una bella mattina due tizi un po’ attempati ma giovanili di spirito vanno alla stazione centrale di Chicago e fanno due biglietti. Il treno sul quale salgono non è un semplice treno. Non è un treno comune. E’ una fetta di storia americana. E’ il Mito del Viaggio. E’ il Mito della Frontiera. E’ il Mito degli Immensi Spazi ad Ovest.

Il treno è il Texas Eagle 421 della Amtrak che percorre oltre 2.700 miglia prima verso sud per Springfield, St. Louis, Little Rock, Dallas e Forth Worth, poi Austin e San Antonio. Di lì piega decisamente verso ovest e allora sfilano il Rio Grande, Alpine, El Paso, il Grande Spartiacque, Tucson, Yuma, e finalmente entra in California per le ultime 250 miglia prima di sfiorare il respingente di Los Angeles.

Insomma, più o meno l’equivalente per il treno della Route 66.

I due tizi in questione sono Billy Bragg da Essex, Gran Bretagna, classe 1957, e Joe Henry da Charlotte, USA, classe 1960. Musicisti per professione, menti libere per passione. Di Billy Bragg ho già scritto qualche tempo fa (vedi “Billy Bragg, Billy Bragg” – luglio 2014), mentre Joe Henry è un cantautore e produttore che potremmo definire “di nicchia”, ma molto valido. Un incrocio fra Dylan, Tom Waits e Ben Folds, senza raggiungere l’eccellenza di nessuno dei tre, ma comunque realizzando album spesso belli, densi e di grande atmosfera. Ed ha una voce molto particolare.

La grande idea è salire sul treno, su quel treno, e lasciarsi prendere dal suo fascino. Un piccolo bagaglio, lo stretto indispensabile, e due chitarre, ancor più strettamente indispensabili. Poi un piccolo aggeggio elettronico per registrare.

E ad ogni sosta del treno, scendere, imbracciare le chitarre, premere REC e lasciarsi andare. Ovunque: in sala d’aspetto, sulle platform, nei bar, negli atrii delle stazioni.

Il Viaggio, il Treno, la Frontiera hanno ispirato decine d’artisti sopratutto nei decenni a cavallo delle due Grandi Guerre, quando negli Stati Uniti è stata sviluppata l’immensa rete ferroviaria ed il treno era in quel momento l’unico mezzo per potersi spostare attraverso gli immensi spazi del paese. Perciò il materiale a loro disposizione era parecchio.

Ne viene fuori un album intenso e semplice. Le due voci che si rincorrono e le due chitarre suonate senza fronzoli. Essenziali. Eppure di grande atmosfera, con i rumori della stazione sullo sfondo, dallo scalpiccio dei passeggeri ai portelloni che vengono chiusi. Le canzoni sono tutte decisamente datate, ma piene d’armonia. Il disco si apre con un bluesaccio che ha il passo del treno (“Rock Island Line”), mentre un arpeggio apre la struggente “The L&N Don’t Stop Here Anymore” (Johnny Cash). “The Midnight Special” (Lead Belly) è un country-blues eseguito anche dai Creedence. “Railroad Bill” è la storia di un criminale, una specie di Robin Hood dell’Ottocento.

Ma tutti gli altri brani (in tutto sono 13) sono assolutamente perfetti per un album del genere, che potrebbe essere scambiato per un semplice esercizio di stile come tanti altri, vista la rilettura di classici assoluti del genere (ci sono anche “John Henry”, “Lobo’s Lullaby” e “In The Pines”) se non fosse per l’assoluta “rigorosità” dei due interpreti: Bragg ed Henry hanno sempre fatto, in qualche caso anche a discapito di un probabile e più facilmente raggiungibile successo, solo ed esclusivamente quello che rientrava nelle loro corde. Insomma, la loro sincerità è la miglior chiave di lettura per un disco come questo, per me da brividi.

Dave in Europa!!!

21 Ottobre 2016 Commenti chiusi

Per quanto mi riguarda è un’occasione imperdibile.

Dave Matthews ha annunciato sul suo sito “davematthewsband.com” un tour europeo di 15 date insieme al fido Tim Reynolds. La sua voce unica e le sue splendide canzoni, su di un tappeto sonoro formato da due chitarre acustiche suonate con grandissima tecnica.

Questo l’elenco dei concerti:

20 Marzo 2017:   Londra, Eventim Apollo Theatre (fermata metro Hammersmith)

21 Marzo 2017:   Londra

23 Marzo 2017:   Dublino, Olympia Theatre

25 Marzo 2017:   Groningen, De Oosterpoort

26 Marzo 2017:   Amsterdam, AFAS Live (Heineken Music Hall)

27 Marzo 2017:   Colonia, Palladium

29 Marzo 2017:   Copenhagen, Royal Arena

30 Marzo 2017:   Berlino, Columbiahalle

1° Aprile 2017:   Vienna, Wiener Konzerthaus

2 Aprile 2017:   Praga, Forum Karlin

4 Aprile 2017:   Torino, Teatro Colosseo

6 Aprile 2017:   Padova, Gran Teatro GEOX

7 Aprile 2017:   Milano, Teatro degli Arcimboldi

10 Aprile 2017:   Lisbona, Coliseu Lisboa

11 Aprile 2017:   Porto, Coliseu Porto

 

I biglietti sono in prevendita per gli iscritti al Warehouse del sito, mentre andranno in prevendita regolare per tutti dal 24 Ottobre.

 

 

Novità: Phish “Big Boat”

20 Ottobre 2016 Commenti chiusi

Mi chiama mio nipote Lorenzo  e mi dice: “però non stai più scrivendo granché……” (spero riferendosi alla quantità più che alla qualità dei post), poi qualche volta capita di incrociare il mio amico AJ che mi dice: “certo, il blog langue….”. Si, è vero, mi sono dato poco da fare  negli ultimi tempi. Vorrei però recuperare in vista della fine dell’anno.

E allora invece di fare un unico mega post sulle nuove tre/quattro uscite recenti che mi hanno fatto battere il cuore, ne faccio tre/quattro post diversi…. 

Poi magari della qualità ne parliamo in un’altra occasione.

Chi è di scena?

I Phish pubblicano “Big Boat”, il nuovo album, a due anni dal precedente e bellissimo “Fuego”. Non che debbano fare molto per confermarci le loro capacità, ma certo “Fuego” rappresentava una bella sfida per i quattro.

Direi che la sfida se non vinta è sicuramente pareggiata. La particolarità  dei Phish, il loro punto di forza assoluto, è la loro grande capacità live. Senza esagerare in alcun modo, attorniati dai loro strumenti, il loro show rilassato è un emozionante fluire di suoni e canzoni, ogni sera diverso dal precedente.

E tutto senza disdegnare, oltre ai brani del loro smisurato repertorio (15 album dal 1988 ad oggi), cover di ogni genere, dai Beatles ai Led Zeppelin agli omaggi sentiti al repertorio di David Bowie nell’ultimo tour, a Bob Marley, a Dylan, Springsteen e tanti, tantissimi altri. Il tutto per quasi 2000 concerti in carriera, il che vuol dire stare in giro per più o meno 6 anni su 18.

La loro enorme tecnica, unita ad una “grazia” smisurata sia nella scrittura che nell’arrangiamento di un brano, gli permette di trasferire l’energia del concerto nei loro lavori di studio. Più o meno quello che accade anche alla Dave Matthews Band. Non a caso tra i due gruppi c’è grandissimo feeling.

Queste le ragioni, in breve, per cui “Big Boat” è un ottimo disco. Brani semplici ma al tempo stesso elaborati. Suoni puliti ma grintosi al momento giusto, melodie sempre gradevoli, qualche eco di progressive, in particolare nell’iniziale “Friends”. Brani sempre di ampio respiro, con un sapiente uso anche delle voci. Le atmosfere sempre molto varie. “Breath And Burning” ha un sapore caraibico. “Home” è un palpitante rock costruito su un riff mononota di chitarra. Tray Anastasio si lancio poi in uno dei suoi assoli sempre misurati ma di effetto. “Tide Turns” è un gran pezzo Soul con tanto di sezione di fiati ed hammond con un gran ritornello tipico dei Phish. “Things People Do” è un breve brano suonato solo voce ed organino (credo): si sente più la percussione sui tasti che il suono. “Waking Up Dead” ha un arrangiamento molto liquido con echi orientali. “Running Out Of Time” è una ballata country che inizia solo voce e chitarra per poi distendersi con il resto della band. “No Men in No Man’s Land” è un classico brano a la Phish di cui immagino un costante uso dal vivo, magari allungato a dismisura in una di quelle festose jam in cui i quattro trasformano i loro brani in concerto. “Miss You” è ancora una lunga ballata (oltre sette minuti), mentre “I Always Wanted It This Way” è un curioso (e, francamente, evitabile) brano simil disco anni ottanta (avete presente “Radio Ga Ga” dei Queen? giusto per rendere l’idea) con tanto di percussioni sintetiche e voce filtrata.

Anche “More” è sicuramente incisa avendo ben chiaro cosa farne in concerto (anche se meno originale delle altre), mentre il finale è tutto per “Petrichor”, brano di quasi quattordici minuti, summa di tutto il loro lavoro. Anche in questo caso parlerei di Progressive e non solo per la durata del brano: costruzione molto elaborata con un grande lavoro delle chitarre nella lunga introduzione (tre minuti e mezzo) che cambia tempo almeno quattro/cinque volte, per poi sviluppare una parte centrale con richiami decisamente classici.

A mio parere un ottimo disco, al livello del precedente ma anche di “Farmhouse” e “The Story Of Ghost” (che sono i miei preferiti).

In sintesi: un disco generoso.

Un Faro: Dario Fo (1926 – 2016)

13 Ottobre 2016 Commenti chiusi
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