Archivio

Archivio Dicembre 2016

Buon Anno a Tutti!!!!

31 Dicembre 2016 Nessun commento

Tanti Auguroni di Buon Anno a tutti gli Amici di Music On The Rock!!!!!

 

 

 

 

 

 

 

Classifiche – Estero: podio!!!

30 Dicembre 2016 Nessun commento

Per la soddisfazione del mio amico Giangi, i dischi migliori dell’anno per il Resto del Mondo per le prime tre posizioni sono ben quattro!!! Perciò sarò breve…..

3° posto:   Caetano Veloso / Gilberto Gil   –   “Dois Amigos, Um Seculo de Musica”

Un disco fantastico, delicato, poetico ed al tempo stesso grintoso. Due voci uniche, senza tempo. La Grande Musica Brasiliana che incontra il Mondo. Le loro migliori canzoni in un doppio cd + dvd imperdibile. Unico rammarico: non essere riuscito a procurarmi il biglietto per il concerto della scorsa primavera all’Auditorium di Roma. E non aggiungerei altro (vedi anche “Giovani Vecchi Leoni” – maggio 2016). Se non che “Sampa”, “Terra” e “A Luz De Tieta”  sono magnifiche canzoni e “Tres Palabras” per me è un incanto: singolo dell’anno!!! E che la partecipazione del pubblico, come solo il pubblico brasiliano riesce ad essere partecipe nei concerti dei propri beniamini, è l’emozione in più che regala questo album.

2° posto:   Billy Bragg / Joe Henry   –   “Shine A Light: Field Recordings From The Great Amercan Railroad”

Anche per questa meraviglia di semplicità mi sono già espresso (vedi “Novità…” – ottobre 2016). Che dire ancora? Il disco va ascoltato, colpirà immediatamente per l’atmosfera e per l’emozione diretta che i due riescono a trasmettere usando standard country americani incisi praticamente dal vivo. E potrebbe anche essere l’occasione per ascoltare qualcosa di entrambi gli artisti prodotta negli anni passati. Per Bragg consiglio “Brewing Up With Billy Bragg”, “Talking With The Taxman About Poetry” e “Don’t Try This At Home”, come i due “Mermaid Avenue” con i Wilco sulle tracce di Woody Guthrie, idealmente collegati a quest’ultima fatica. Di Joe Henry ascolto sempre molto volentieri “Trampoline” e “Tiny Voices”, così come gli ultimi due “Reverie” e “Invisible Hour”.

1° posto:   Kate Bush   –   “Before The Dawn”

Kate Bush, icona della musica Pop colta inglese, una sorta di Peter Gabriel al femminile, sparisce dalle scene “live” per trentacinque anni. Sempre parca comunque nella sua produzione (dieci album in quasi quarant’anni di carriera), smette di fare concerti. Trentacinque anni. Non sono pochi. Poi, improvvisamente, nel 2014, decide di suonare per ventidue sere di seguito all’Hammersmith Apollo di Londra. I concerti vanno sold-out in pochissime ore. Un flusso di energia spaventoso tra lei ed i suoi fan. A due anni dall’evento Kate Bush pubblica un monumentale triplo cd tratto da quei concerti con i brani esattamente nell’ordine della scaletta eseguita ogni sera. Mi è capitato difficilmente di ascoltare un triplo cd tutto di seguito. L’esperienza è enormemente gratificante. L’emozione trasuda letteralmente dai solchi. Per inciso, l’album vende in Gran Bretagna centomila copie in poche ore arrivando fino alla quarta posizione in classifica (un triplo cd!). Magnifico.

1° posto bis:   Bellowhead   –   “The Bellowhead Live: The Farewell Tour”

Ecco, per me questo è il disco dell’anno. Un live entusiasmante. Una commistione di folk, musica tradizionale irlandese e rock suonato esclusivamente con strumenti acustici dalla band più agguerrita e raffinata degli ultimi anni (vedi anche “Farewell Bellowhead” – giugno 2016). Anche in questo caso l’ascolto continuo è vivamente consigliato. Il dvd compreso nel package permette anche di vedere il gruppo all’opera. Unico grande rammarico: il “farewell” appunto. Il gruppo si è sciolto immediatamente al termine dell’ultimo concerto del tour di cui l’album è testimonianza e testamento.

Però oggi lo scioglimento di un gruppo è meno “sacro” di un tempo. Si veda l’esempio dei Phish o dei Counting Crows, più belli e più potenti di prima. Perciò non è detta l’ultima.

Classifiche – Italia: 2° e 1° posto

29 Dicembre 2016 1 commento

2° posto:   Méséglise   –   “Stranamente Sereno”

Il miglior gruppo italiano attualmente in circolazione piazza il nuovo disco “Stranamente Sereno”, di cui ho avuto l’immenso onore di un ascolto in anteprima (vedi “MOTR Speciale: Anteprima “Méséglise”" – marzo 2016) nonché la citazione nelle note del booklet allegato, al 2° posto della mia personale classifica dei dischi nazionali. Perché è un disco bellissimo, prima di tutto. Scritto benissimo e suonato meglio. Chi sono i Méséglise? Sono un gruppo che riesce ad incastonare (mi sembra il termine più appropriato da usare) la forma di scrittura “cantautorale”, con una propensione alla poesia più elevata, in un gambo fatto di una commistione di generi (rock, prog, folk). Insomma, ci sono gruppi d’oltremanica e d’oltreoceano che hanno fatto la loro fortuna proprio basandola sul cross-over fra generi (è troppo ingombrante un paragone con gente tipo Dave Matthews Band, Phish, Mumford, Punch Brothers?).

Invece da noi tutto ciò resta relegato ai margini, con pochissima visibilità. Pochi spazi, poche case discografiche che sanno il fatto loro (leggasi nessuna promozione), circuiti live asfittici, radio inchiodate dalla necessità di ascolti a fini pubblicitari. Pensate agli Stati Uniti, dove solo le radio universitarie hanno un bacino di utenza di milioni di studenti, nessun problema di sponsor e fanno arrivare al successo (planetario) gruppi come i R.E.M.

Ecco, i Méséglise meriterebbero ben altro trattamento. Grazie ai loro brani dal sapore senza tempo, alle tematiche comuni a più di una generazione e, soprattutto, alla loro onestà ed autenticità.

1° posto:   Daniele Silvestri   –   “Acrobati”

Diciamo la verità. “Unò-Duè” era stato un gran disco. Il migliore fino a quel momento per Daniele Silvestri. Era il 2002. Per me una vita fa. Poi il nostro si è fatto molto tirato nella produzione. Più o meno un disco ogni cinque anni (“Latitante” nel 2007 e “S.C.O.T.C.H.” nel 2011). Due buoni dischi, ma non grandi. Poi un lavoro molto libero con Gazzè e Fabi (“Il Padrone della Festa” con relativo tour trionfale). E, finalmente, arriva “Acrobati”: capolavoro!!! Un album fatto di grandi brani. Nessun riempitivo. Una facilità di scrittura entusiasmante. “Quali Alibi” stupisce per i briosi giochi di parole che gli permettono di scrivere sui cupi tempi politici senza suonare retorico. Così come “La Guerra del Sale”, specchio dei tempi, impreziosita dal rap stralunato di Caparezza. “La Mia Casa” regala cartoline 2.0 delle principali capitali del cuore.

Avete presente la copertina? La title-track ne è la colonna sonora talmente vivida da vederla in movimento, come un film. “Pochi Giorni” è semplicemente brillante, un’allegra canzone d’amore con la trovata di chiamare gli strumenti nell’introduzione. E così via fino alla fine. E tenere alta la tensione di un album lungo (diciotto brani) non è cosa da tutti. Invece lo si ascolta senza la benché minima noia tutto d’un fiato fino alla fine. Tra le mie preferite in assoluto segnalerei anche “A Dispetto dei Pronostici”, “Così Vicina”, “Pensieri” e la quasi recitata “Monolocale”.

Sarebbe bello se ora facesse uscire un album dal vivo, a testimonianza del tour “Sold Out” con il quale ha girato l’Italia, e sta girando ancora durante queste vacanze natalizie.

Classifiche – Estero: 6°, 5° e 4° posto

28 Dicembre 2016 Nessun commento

Un po’ di suspense…. prima le posizioni vicine al podio per l’estero….

 

6° posto:   The Avett Brothers   –   “True Sadness”

Seth e Scott Avett, The Avett Brothers appunto, danno alle stampe nel 2016 il loro nono album di studio in quindici anni di carriera, durante i quali pubblicano anche quattro album dal vivo ed un numero considerevole di EP (un formato che ormai si pensava decaduto) e di singoli. Ormai sono icone del Bluegrass, genere dal quale provengono pur senza disdegnare un approccio mediato verso altre forme di musica popolare (folk, il country, il rock, qualcosa contaminato elettronicamente). Negli States piacciono a tutti: gli ultimi quattro album del gruppo stravincono la classifica “Folk” di Billboard, ma si piazzano nelle posizioni di vertice di quella “Rock” (in sequenza 7°, 3°, 3° e 1°) ed in quella generale (16°, 4°, 5° e 3°). Nel frattempo suonano ovunque, si fanno conoscere in ogni circuito. Costituiscono l’ossatura di gran parte dei brani della serata celebrativa di “Inside Llewyn Davis”, film dei fratelli Coen ispirato alla vita di Dave Van Ronk. The Avett Brothers raggiungono l’apice di una carriera costruita con fatica, sudore e, soprattutto, costanza con un album che apre parecchio ad altri generi rispetto a quelli precedenti, più ancorati alle origini. Però il riff elettronico dell’iniziale “Ain’t No Man”, venata di Soul, o il basso e la percussione sintetica di “You Are Mine” (tra l’altro innestate su banjo e piano) non disturbano nell’architettura di brani non scontati che pure attraggono in maniera decisa. Disturba di più la voce sintetica di “Satan Pulls The String”. Per il resto l’album contiene bellissime ballate come “I Don’t Believe”, “Smithsonian” o “May It Last”, come pure brani più classicamente traditional country o bluegrass come “Divorce Separation Blues”, “No Hard Feelings” o “I Wish I Was”. Insomma, un album vario ed intelligente, dove la melodia ed un uso sapiente degli strumenti e delle voci realizza un piccolo miracolo stampato su cd.

5° posto:   St. Paul and The Broken Bones   –   “Sea Of Noise”

Ok, per chi sentisse la mancanza di un onesto prodotto Soul, scritto, suonato e cantato come si deve, sono arrivati dei nuovi ragazzi in città. St. Paul and The BB arrivano da Birmingham. No, non Gran Bretagna. Alabama, U.S.A.

San Paolo è il cantante Paul Janeway. Insieme al bassista Jesse Phillips nel 2012 decidono di prendere in mano le loro carriere di side-man in gruppi locali per creare un loro progetto con il quale suonare nel miglior modo possibile la loro musica preferita. Nascono così le Ossa Rotte che accompagnano St. Paul. Un album, il primo, del 2014 intitolato “Half The City”, che mi era decisamente sfuggito. Poi a settembre di quest’anno arriva “Sea Of Noise”. Un ottimo disco, difficile stare fermi. “Midnight On The Earth” è un gran brano, il riff dell’iniziale “Flow With It” con basso, chitarra funk e l’Hammond per poi sfociare nel ritornello dove entrano i fiati di gran classe. “I’ll Be Your Woman”  (“Sanctify” non le è da meno) è un lento di gran densità alla “The Dark End Of The Street”. E siamo solo al terzo brano. Si continua grosso modo così per tutto l’album. Certo, qualche difetto va anche citato, altrimenti rischio di essere poco credibile: l’effetto Simply Red è un po’ sempre dietro l’angolo ma, dopotutto, il loro primo album (“Picture Book” del 1985) non era un grande album?

4° posto:   The Rolling Stones   –   “Blue & Lonesome”

Di questo album che devo dire? Ne ho parlato diffusamente pochi giorni fa e, per me, entra in questa classifica a pieno titolo. Quattro ragazzini settantenni si danno da fare a perdifiato sulla musica che hanno sempre amato. Per carità, sono gli Stones, e sicuramente sotto c’è anche il doveroso calcolo di business. Ma, per un momento, immaginiamo che in questo caso non gli interessi. Sono gli Stones, sanno che qualsiasi cosa producano, qualsiasi concerto suonino, qualsiasi naso si soffino saranno soldi e a palate (ancora). E allora perché per una volta non potrebbero essersi guardati ed aver detto: “Ma vi ricordate?” e da lì sia scaturito tutto in maniera naturale? Favole? Non importa, questi quattro brutti ceffi pieni di soldi per una volta, come non erano riusciti a fare almeno da vent’anni a questa parte, riescono a trasmettere emozione. E tanto basta.

 

Classifiche – Italia: 4° e 3° posto

27 Dicembre 2016 Nessun commento

Consuete classifiche su MOTR! Anche per il 2016 me la cavo con Italia e Resto del Mondo. Parto dalle reginette per l’Italia. Dopo aver dato la mia miglior scelta per l’anno, seguiranno anche due brevi righe per le delusioni.

4° posto:   Niccolò Fabi  -  ”Una Somma di Piccole Cose”

Devo dire che Fabi non ha mai rappresentato per me un Must tra i nostri cantautori, anche se mi sono sempre piaciute alcune sue cose, come il brano di esordio “Capelli”, molto divertente, oppure “Vento d’Estate” con l’amico Gazzè, o anche “E’ Non E’” o “Oceania”. Tutto ciò, per la verità, per non aver voluto mai dedicargli un ascolto attento. Insomma, l’ho percepito sempre come un “minore”. E invece, sarà stata la simbiosi dell’ultimo tour con Silvestri e Gazzè, saranno state le sue vicende più o meno recenti attraverso le quali è per me diventato lampante un suo spettro emozionale estremamente stratificato, ho voluto dedicarmi con attenzione a questo “Una Somma di Piccole Cose”. Ed il disco è molto bello. Pieno di emozioni. Con suoni delicati e suadenti, ma anche attenti e pesati. Una poetica che, all’ascolto, ti rende indietro parecchio soprattutto su brani come la title-track, la splendida “Facciamo Finta”, da brividi, “Filosofia Agricola” o “Non Vale Più” costruita su un interessante arpeggio di chitarra. Un disco onesto, pieno e pensato.

3° posto:   Samuele Bersani  -  ”La Fortuna che Abbiamo”

Un Live in classifica? Normale per me che apprezzo sempre parecchio gli album dal vivo. Ormai sono diventati molto inflazionati (è relativamente semplice realizzarli rispetto ad almeno venti/trenta anni fa) ma è complicato farli apprezzare, appiattiti nella noia di fondo di un panorama musicale abbastanza triste. L’album di Bersani fa faville perché opta per una scelta mai banale di aggiornare il materiale meno recente con ospiti di vario “impulso”: ottimo l’utilizzo dello “Gnu Quartet” che suona per buona parte dell’album colorando con i loro archi i brani in modo originale, imperdibili Petra Magoni e Ferruccio Spinetti (i “Musicanuda”) che con solo voce e contrabbasso danno vita insieme a Bersani ad una splendida “Come Due Somari”. E poi ancora Pacifico, Caparezza, Carmen Consoli tra gli ospiti e l’Orchestra Sinfonica dei Pomeriggi Musicali che rende brillanti “Spaccacuore” ed “Occhiali Rotti”. Alcune, tra le più recenti, mantengono il loro arrangiamento originario come “Psycho” o “Cattiva”. Quindi non propriamente, o meglio, non solamente un Greatest Hits, ma l’occasione di rileggere il miglior repertorio di Samuele Bersani attraverso diverse prospettive.

Sorpresa!!!

23 Dicembre 2016 Nessun commento

Chi dedica dieci minuti al mese a questo blog conosce ormai un paio di cose del suo autore.

Il grosso del tempo dedicato alla scribacchiatura è volto verso due costanti obiettivi: il primo è quello di tentare di fermare (o meglio, di rallentare) il tempo che passa cercando di tenermi aggiornato anche su qualche novità. Da questa esigenza scaturiscono le recensioni di gruppi come i Punch Brothers o Mumford & Sons, oppure i Bellowhead o, per restare in Italia, Mannarino e Brunori.

Il secondo obiettivo è volto alla demolizione dei Mostri Sacri (in particolare è capitato più di una volta di prendermela con Peter Gabriel, Sting e Yes) o meno sacri (nel caso di Venditti) quando tentano di prenderci in giro.

Con questo spirito mi sono disposto all’ascolto dell’atteso (ma neanche tanto) nuovo (nuovo!!!!!) album di inediti degli Stones. Premetto che normalmente cerco di appropriarmi di qualsiasi cosa che il gruppo piazza sul mercato. E devo dire francamente che quanto uscito negli ultimi anni, e parliamo di album dal vivo, è abbastanza altalenante. Gli archivi aperti hanno prodotto degli album strepitosi (il Tokyo Dome, L.A. Friday, il Marquee, Some Girls live in Texas), mentre la puntuale documentazione degli ultimi show del gruppo (escludo “Shine A Light” che è un gran disco), dal nuovo Hyde Park a Cuba, risultano gradevoli ma alla lunga stesse canzoni e poca grinta.

L’ultimo disco degli Stones in studio era datato 2005 (“A Bigger Bang”) e sfido chiunque a ricordarsene un solo brano. Eppure nel 2012 fecero uscire una mega-raccolta nella quale piazzarono un brano inedito (“Doom And Gloom”) nel quale tiravano fuori le unghie e picchiavano come ragazzini. Ho sempre pensato che fosse l’ultimo guizzo di una grande band di Rock’n'Roll (la più grande?).

E infatti…..

E invece!!!

Il nuovo album degli Stones, dal titolo “Blue & Lonesome”, non è un disco di inediti. Non è una raccolta, nel senso stretto del termine. E’, di fatto, una raccolta. Ma è una raccolta strepitosa. I quattro si chiudono in uno studio vicino Londra ed in tre (3!!!) giorni registrano un grandissimo album di Chicago Blues. Un omaggio ai loro maestri. Non necessariamente una raccolta di grandi classici. Sarebbe stato troppo facile. Si tratta di brani meno conosciuti di grandi autori del Blues.

Facendo una sorta di appello ci sono praticamente tutti. Howlin’ Wolf, Memphis Slim, Willie Dixon, Little Walter, Magic Sam, Eddie Taylor ed altri ancora. Ed i brani sono tutti sulle canoniche 12 battute. Qualcuno più veloce (“Just Your Fool”, “Commit a Crime”, “I Gotta Go”, “Ride ‘Em On Down”, “Hate To See You Go”, “Just Like A Treat You”), qualcuno più lento (“Blue & Lonesome”, “All Of Your Love”, “Everybody Knows About My Good Thing”, “Hoo Doo Blues”, “Little Rain”, “I Can’t Quit You Baby”).

Poi ospiti d’eccezione: alla (attuale) formazione base (Jagger, Richards, Wood e Watts) si aggiungono l’ormai fedelissimo Darryl Jones al basso, Jim Keltner (ex Jefferson Airplane) alla batteria e percussioni, l’immenso Chuck Leavell al pianoforte (grandissimo assolo su “All Your Love”) e, last but not least, Eric Clapton alla chitarra slide (su “Everybody Knows…”) ed elettrica (su “I Can’t Quit You Baby) dove sfodera un assolo fantastico.

Ma quello che stupisce (giuro, stupisce veramente) è la forza di questo disco. Il Blues suonato è ruvido, viscerale, quasi selvaggio. Sudato. Pur somigliandosi i brani (dai, il Blues è Mi, La e Si7) ogni brano ha una densità ed un’energia tali da farti capire perché il Blues, alla fine, è una delle forme della Musica Moderna che raggiunge un grado di espressività tra i più alti. Un livello da brividi. E’ per questo, per tutti gli aggettivi usati finora.

Il gruppo (tutto) suona magnificamente. Ma non quella robetta (il Blues Bianco) che suonavano nei primi album della loro carriera, alternandola ai primi vagiti Pop/Rock. Il suono è più vicino ad album come “Sticky Fingers” e, meglio, a “Exile On Main Street”. Le due chitarre hanno un groove stratosferico, la sezione ritmica non perde un colpo, pur nella sua semplicità. Poi Mick Jagger toglie l’armonica dal fodero nel quale la custodiva da almeno 30 anni e la suona quasi più di quanto canti. Il suono è praticamente “live”, e tutto è pervaso da una leggerezza e da una voglia di divertirsi palpabile.

E’ un disco che si può ascoltare dieci volte di seguito senza annoiarsi mai.

Una delle cose migliori in assoluto mai prodotte dagli Stones.

Rogue One!!!

20 Dicembre 2016 Nessun commento

La Disney tiene fede agli impegni presi con i fan della saga di Guerre Stellari e pubblica il nuovo capitolo.

Non è il primo spin-off ufficiale. Se ricordate bene qualche anno fa, si era a metà degli Ottanta, uscirono due film, o meglio due tv-film per ragazzi, prodotti sempre dalla Lucas Film e che avevano come protagonisti gli Ewok, quei simpatici orsacchiotti cui tanto la Ribellione deve nell’episodio VI. Ma non li ricordo come qualcosa di fondamentale, forse solo per i super-fan.

Invece “Rogue One: A Star Wars Story” è più di un semplice spin-off. Si tratta, a mio parere, di un film della saga ufficiale a tutti gli effetti. Si colloca, temporalmente, tra episodio III ed episodio IV. Racconta in maniera estesa di quel manipolo di eroi che riuscì a rubare i piani della Morte Nera e di cui si narra nelle prime righe del rullo iniziale di “Star Wars” o “Una Nuova Speranza” che dir si voglia. Ed allora in breve qualche considerazione, come per l’uscita dell’episodio VII qualche tempo fa (vedi “Che La Forza Sia Con Noi” – dicembre 2015).

1) Parto con la considerazione di base: il film è strepitoso, divertente, avvincente ed emozionante. Tutto ciò al di là ahimè dell’ecatombe finale, perché comunque riesce a farti affezionare rapidamente ai nuovi personaggi, molto ben miscelati: dall’eroina muscoli nascosti e cervello al capitano di ventura, dall’ammutinato senza nulla da perdere al droide riprogrammato, dal guerriero shaolin cieco al rambo del futuro. Dopotutto se nessun componente della squadra “Rogue One” fa parte dell’episodio successivo, a parte il problema temporale di un prequel di un film uscito quarant’anni prima, un motivo ci deve essere. La trama, rispetto all’episodio VII è meno facile ed “occhieggia” meno ai piccoli fan. Non mancano i momenti d’ironia lasciati al droide del film che si rivela sempre molto disponibile a fornire percentuali a sfavore degli eroi e che poi alla fin fine, visto il finale, un po’ di sfiga porta. Inoltre il film riesce ad appassionare senza ricorrere a spade laser ed alla Forza, di cui si fa un gran parlare ma la cui potenza non influenza la trama come in altri episodi.

2) Il cast è ottimo e, oltre ai protagonisti, infarcito di piccole interpretazioni di pregio: Forest Whitaker in versione un po’ guerriero un po’ pirata, con cicatrici e menomazioni per le tante battaglie e Riz Ahmed, attore e rapper inglese di origini pakistane, candidato tempo fa anche al Golden Globe, nel ruolo di un pilota ammutinato dell’Impero.

3) Come per il precedente dello scorso Natale, spiccano le ambientazioni. I pianeti intelaiati nella trama sono parecchi e giuro che nella prima mezz’ora di film si rischia di perdercisi, ma le ambientazioni lasciano senza fiato. Si va dal pianeta desertico all’avamposto sperso nel nulla galattico che sembra estratto da Nirvana di Salvatores, per arrivare al pianeta dove si svolge lo scontro epico finale e che sembra un paradiso tropicale con architetture avveniristiche e cascate sospese in mezzo al mare.

4) La trama è infarcita di riferimenti all’attualità. Il primo sonoro scontro avviene in una città dichiaratamente riferita al Medio Oriente. Una via di mezzo tra Gerusalemme e Aleppo, dove si spara senza esclusione di colpi. L’indecisione nel Gran Consiglio della Ribellione tanto somiglia alle difficoltà di parecchi governi attuali.

5) Così come parecchie sono le citazioni da altri film: si va da “Quella Sporca Dozzina” a “Platoon”, dal già citato “Nirvana” o forse meglio “Blade Runner” a  ”Furia Cieca”, oltre a richiami a Sergio Leone.

6) Ultimo punto sulla produzione: si nota un uso abbastanza marcato della computer grafica nel far rivivere alcuni personaggi della saga. A parte ovviamente Darth Vader, qui in versione più da burocrate che da braccio armato dell’Imperatore. Per lui basta camuffare adeguatamente un omone ed il risultato si porta a casa. Però il Governatore Tarkin (Peter Cushing) ed una giovanissima Leia fanno tanto effetto “Polar Express”. Soprattutto Leia. Sarà questo il futuro della saga? Mega film in cui far rivivere attraverso la computer grafica tutti i personaggi della storia, Luke, Han Solo e tanti altri nel loro momento di maggior splendore? Non penso mi piacerebbe. Si verrebbe a perdere quel lato umano che certe interpretazioni hanno regalato, contribuendo a fornire spessore ad un universo fantastico nel quale ormai ci immergiamo da parecchi anni con grande soddisfazione.

Gregory Stuart “Greg” Lake (1947 – 2016)

16 Dicembre 2016 1 commento

Sarebbe molto semplice dire, parafrasandolo, “C’est La Vie”….

Provo a spiegare in pochi semplici punti il perché la morte di Greg Lake sia una perdita immensa per il Patrimonio Musicale Universale.

Innanzitutto dal punto di vista storico. Greg Lake è stato uno dei pochi che poteva dire di aver fatto la storia del Rock (e del Progressive in particolare) non in un gruppo, ma in ben due. E che gruppi: King Crimson prima ed Emerson, Lake e Palmer poi. Si, forse anche Bill Bruford (Genesis, King Crimson, Yes ed anche qualcos’altro) ma per me è stato più un turnista di enorme livello. Invece Lake ha caratterizzato i gruppi di cui ha fatto parte. Inoltre è stato personaggio decisamente influente: tra i fondatori della Manticore, una delle principali case discografiche che tanto ha contribuito all’esplosione del Progressive ed alla sua affermazione, è riuscito a valorizzare a livello internazionale anche band italiane come Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi che, altrimenti, sarebbero rimaste confinate in Italia. Perciò andiamo avanti.

Sicuramente dal punto di vista tecnico e di scrittura. Bassista e chitarrista di ottima fattura. Ascoltare il lavoro su “Pictures At An Exhibition” di EL&P o su “In The Court Of The Crimson King”. Di classe, di grandissima classe. Sicuramente non la prodigiosa tecnica di Chris Squire o di Geddy Lee, ma la nota giusta al posto giusto e con il tocco giusto. E non è poco. Dopotutto negli EL&P c’erano già due strumentisti di debordante personalità (Emerson e Palmer), talmente debordanti da lasciare pochissimo spazio. E allora Lake contribuiva con la magia della preziosità dei suoi arpeggi di chitarra acustica o anche del semplice strumming. Ascoltare per favore “The Sage”, “C’Est La Vie” o la celeberrima “From The Beginning”, perfetto esempio di come un gruppo Prog possa produrre un brano Pop di cristallina purezza. E ancora, il primo album dei King Crimson è a firma di tutto il gruppo, ma gli inserti di Lake sono decisamente evidenti.

Sicuramente dal punto di vista vocale. Una voce potente e profonda, di grande estensione. “The Sheriff” da questo punto di vista, a mio parere, è una delle migliori incisioni di EL&P. Così come “A Time And A Place” da “Tarkus”. E poi “21st Century Schizoid Man” dal primo album del Re Cremisi. Come si libra poi sull’arpeggio della title track. Insomma, un cantante spaventoso, dalla forza e dall’espressività inusuali.

Non da ultimo dal punto di vista della classe. Nonostante abbia attraversato la stagione più turbolenta del Rock (fine anni Sessanta e Settanta), è riuscito a far parlare di sé solo per la musica. Mai eccessi, solo passione per il suo lavoro. Sempre disponibile anche alla collaborazione (anche Bob Dylan e Ringo Starr, tanto per dire). Raccontava in un’intervista di qualche tempo fa che una mattina del 1983 gli si era presentato a casa Carl Palmer di buon’ora. E così, come se nulla fosse (“come se gli avesse dovuto chiedere in prestito una chitarra…” ricorda Lake), gli disse che gli Asia, gruppo nel quale in quel momento suonava insieme a John Wetton (ex Family, King Crimson, UK e Uriah Heep), Steve Howe (ex Yes) e Geoff Downes (ex Yes e Buggles), avevano un piccolo problema: un tour di una decina di date in Giappone e qualche problema con Wetton per “divergenze artistiche”. Che ne pensava Greg di unirsi a loro per sostituirlo? Detto fatto. Pochissime prove e via. Su YouTube è possibile trovare circa un’ora del concerto del Budokan oltre a vari altri estratti che documentano il tour.

Come al solito, nella sfortuna, fortunatamente per noi resta una quantità di documentazione enorme audio e video consegnata all’eternità.

 

Locations of visitors to this page