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Archivio Gennaio 2017

Il Disco del Mese: “Le Radici e le Ali” (1991)

28 Gennaio 2017 Nessun commento

Da adolescente acquistare un disco voleva dire due cose: 1) programmare attentamente uno spostamento di alcuni chilometri, un paio di autobus dall’incerto passaggio, l’assoluta mancanza di sicurezza di tornare a casa con il bottino (nel 1980 trovare un album dei Jam o dei Boomtown Rats in un grande negozio di Roma come Ricordi o Messaggerie Musicali a Via del Corso era quasi impossibile), oppure 2) muoversi di poche centinaia di metri ed andare da Consorti a Piazza Fleming dove i dischi (pochi) esposti avevano un ricarico pazzesco (2 o 3 mila lire in più degli altri negozi – un’enormità!!!) ma, volendo, con un po’ di destrezza, sostituendo gli adesivi con il prezzo tra gli LP singoli e doppi si tornava a casa con qualche buon affare. Vabbè, peccati di gioventù.

Ora funziona così: ti svegli la mattina e mentre bevi il caffè (ore 7.10) butti l’occhio sulla pagina dell’ITunes Store delle offerte speciali. “Album Classic Rock a meno di 5,99″, oppure “Musica d’Autore a meno….”. Scorrere velocemente l’elenco e, nel mio caso immancabilmente, trovare, decidere ed acquistare è un tutt’uno.

Stavolta ho trovato un disco molto interessante di cui non sapevo nulla: un concerto della Gang (i fratelli Severini) realizzato nel 2011 per celebrare i venti anni dall’uscita del loro miglior album: “Le Radici e le Ali”. A questo punto il live lo metto da parte. Faceva parte di quei brevi preamboli tanto cari al mio amico Giangi.

Il Disco del Mese di Gennaio è proprio “Le Radici e le Ali”, album di cui avevo quasi perso memoria. Rappresenta per me il livello più alto raggiunto dai fratelli Severini, da allora in poi sempre in grado di fornire prove accettabili, in alcuni casi anche molto buone come per il successivo “Storie d’Italia” (1993) o per l’ultimo “Sangue e Cenere” (2015), ma sempre meno ispirati rispetto a questo capolavoro.

Un album di Rock “barricadero” come andava allora tra il ricordo dei Clash ed i nascenti Modena City Ramblers, con una forte componente aggressiva e deviazioni Folk da brividi. Un lirismo teso, una voglia di denunciare, di cambiare, di lottare.

Dopo il prologo recitato “Esilio”, “Socialdemocrazia” apre le danze sullo stile dei primi Clash. Un brano graffiante, purtroppo attualissimo oggi come non mai. La Balena Bianca affondava ed all’orizzonte nessuno poteva mai immaginare cosa si annidasse per renderci impossibili i successivi venti anni. Per non parlare degli ultimi tre-quattro che di  quelli sono figli. “Bandito Senza Tempo” è una ballata trascinante dedicata proprio a Joe Strummer dagli echi vagamenti celtici. “Chico Mendes”, canzone ecologista dall’andamento latino dedicata al sindacalista brasiliano ucciso nel 1988 dai potenti proprietari terrieri contro cui lottava. Il raggae elettrico di “Johnny lo Zingaro”, con Massimo Bubola come ospite, per raccontare una storia d’amore e di lotta sociale.

Su “Oltre” cambio netto di atmosfera per una ballata il cui accompagnamento viene scandito dalla Banda G. Donizetti di Casalecchio per una sorta di “Internazionale” dei nostri tempi. “La Lotta Continua” è il brano che avrebbe da allora caratterizzato la Gang, il brano con il quale si chiudono i loro concerti (“Vi salutiamo con la nostra NinnaNanna”, dice Marino Severini quando la presenta). Ed è un grandissimo e spumeggiante esempio di brano Rock dal ritornello killer.

Con “Le Radici e le Ali” si ritorna alle atmosfere etno con un brano che ricalca sentieri andini per raccontare la storia di un partigiano. “Ombre Rosse” racconta, con toni Roots da tradizione americana alla Woody Guthrie ma vestito di un moderno abito Rock, la lotta di una classe operaia già all’epoca messa in un angolo. E oggi, più di venti anni dopo, questa deriva non ha risparmiato praticamente nessuno. “Sud” è una canzone sull’integrazione tra culture che andrebbe studiata nelle scuole oggi, mossa da un ritmo ondeggiante che ti impedisce di stare fermo con i piedi. “Chicco il Dinosauro” è un brano bluegrass, con banjo, violino, fisarmonica, chitarre acustiche e contrabbasso. “Che Dare” è una lenta ballata basata su strumenti acustici che sembra ispirata dalle sonorità di “Creuza de Ma” di Fabrizio De André.

A mio parere “Le Radici e le Ali” è un gran disco, con brani che ti prendono al primo ascolto, forse troppo velleitario nei testi, ma occorre contestualizzarlo a quel periodo storico e, ripeto, alcune canzoni risultano attuali ancora oggi, forse più di ieri.

 

Prog News

26 Gennaio 2017 Nessun commento

Il 2017 parte per me con una gradevole scoperta.

Il Progressive è sempre (e da sempre) uno dei miei generi preferiti. Ascolterei Genesis e Yes per giorni, ma cerco di tenermi anche aggiornato attraverso una bella rivista inglese che si chiama semplicemente “PROG” ed è edita da quelli di TeamRock.

Devo dire che, ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. Non riesco ad entusiasmarmi né per gli Opeth, vincitori del Poll della rivista negli anni passati, né per le prove recenti (sempre osannate) dei Marillion. Così resto leggermente freddo anche nei confronti di Steven Wilson che, ok, è bravissimo e fa un milione di cose (produce, rimasterizza gli album storici dei Jethro Tull, compone, suona la chitarra, ecc ecc ecc) però un suo album dall’inizio alla fine non riesco ad ascoltarlo. Oppure i MUSE, i cui album stazionano perennemente nella speciale classifica della rivista dei migliori 30 album di Prog in circolazione. Li trovo inutilmente lirici e troppo elettronici.

E poi che dire, il Progressive ormai si è evoluto in mille sfaccettature diverse (symphonic-prog, metal-prog, jazz-prog, punk-prog, bluegrass-prog), ogni genere ha praticamente la sua versione Progressive.

Bene, tutto ciò per raccontarvi di un gruppo che, dalle pagine elettroniche della rivista, ha attratto la mia attenzione. Loro sono i Syd Arthur. Inizialmente mi ha attratto il nome, pensavo fosse ispirato da una commistione tra antico e fatato (Re Artù) e musicalmente affascinante (i Pink Floyd gestione Syd Barrett). Invece, approfondendo, ho scoperto che in realtà deriva da Siddartha e dal leader dei Love Arthur Lee.

La loro origine è Canterbury, dove fiorì dal finire degli anni Sessanta una corrente del Prog di cui facevano parte gruppi come Caravan, Camel, Gong, Soft Machine e Hatfield and The North (tanto cari a Jonathan Coe). Tale corrente era caratterizzata dall’immissione nel genere di sonorità e strutture derivanti dal Jazz e dal Folk, ed una maggiore solarità rispetto alla seriosità dei gruppi in quel momento dominanti.

E allora i Syd Arthur fanno propria la lezione dei padri (dei nonni?) e suonano un Pop-Prog dai tempi spezzati e dalle sonorità molto raffinate. Il gruppo è attualmente formato dai tre fratelli Magill, Liam (chitarra e voce principale), Joel (basso) e Josh (batteria), e da Raven Bush che con le sue tastiere, il violino ed il mandolino colora ogni brano in maniera sempre particolare.

Ho ascoltato il loro ultimo album dal titolo “Apricity”, uscito ad ottobre dell’anno appena concluso. Devo dire che si tratta di un ottimo album. Un Progressive moderno, rispettoso del passato e sicuramente ispirato, ma aggiornato nei suoni. Repentini cambi di tempo, elettronica e acustica onestamente dosati, begli intrecci tra tastiere, chitarre e violino, tempi dispari in abbondanza a movimentare la tessitura dei brani. Se a tutto ciò si aggiungono melodie per nulla scontate, una gradevole solarità e la voce del cantante molto particolare, il risultato è un ottimo disco.

Tra le mie preferite l’iniziale “Coal Mine”, “Plane Crash in Kansas” (come concentrare moderno Prog in un brano di poco meno di tre minuti), la psichedelica “Sun Rays”, la diafana “Into Eternity”. Poi l’ariosa “Rebel Lands”. Ma tutto l’album si mantiene su di un ottimo livello.

Consigliato.

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