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Archivio per la categoria ‘Il Disco del Mese’

Il Disco del Mese: “Le Radici e le Ali” (1991)

28 Gennaio 2017 Commenti chiusi

Da adolescente acquistare un disco voleva dire due cose: 1) programmare attentamente uno spostamento di alcuni chilometri, un paio di autobus dall’incerto passaggio, l’assoluta mancanza di sicurezza di tornare a casa con il bottino (nel 1980 trovare un album dei Jam o dei Boomtown Rats in un grande negozio di Roma come Ricordi o Messaggerie Musicali a Via del Corso era quasi impossibile), oppure 2) muoversi di poche centinaia di metri ed andare da Consorti a Piazza Fleming dove i dischi (pochi) esposti avevano un ricarico pazzesco (2 o 3 mila lire in più degli altri negozi – un’enormità!!!) ma, volendo, con un po’ di destrezza, sostituendo gli adesivi con il prezzo tra gli LP singoli e doppi si tornava a casa con qualche buon affare. Vabbè, peccati di gioventù.

Ora funziona così: ti svegli la mattina e mentre bevi il caffè (ore 7.10) butti l’occhio sulla pagina dell’ITunes Store delle offerte speciali. “Album Classic Rock a meno di 5,99″, oppure “Musica d’Autore a meno….”. Scorrere velocemente l’elenco e, nel mio caso immancabilmente, trovare, decidere ed acquistare è un tutt’uno.

Stavolta ho trovato un disco molto interessante di cui non sapevo nulla: un concerto della Gang (i fratelli Severini) realizzato nel 2011 per celebrare i venti anni dall’uscita del loro miglior album: “Le Radici e le Ali”. A questo punto il live lo metto da parte. Faceva parte di quei brevi preamboli tanto cari al mio amico Giangi.

Il Disco del Mese di Gennaio è proprio “Le Radici e le Ali”, album di cui avevo quasi perso memoria. Rappresenta per me il livello più alto raggiunto dai fratelli Severini, da allora in poi sempre in grado di fornire prove accettabili, in alcuni casi anche molto buone come per il successivo “Storie d’Italia” (1993) o per l’ultimo “Sangue e Cenere” (2015), ma sempre meno ispirati rispetto a questo capolavoro.

Un album di Rock “barricadero” come andava allora tra il ricordo dei Clash ed i nascenti Modena City Ramblers, con una forte componente aggressiva e deviazioni Folk da brividi. Un lirismo teso, una voglia di denunciare, di cambiare, di lottare.

Dopo il prologo recitato “Esilio”, “Socialdemocrazia” apre le danze sullo stile dei primi Clash. Un brano graffiante, purtroppo attualissimo oggi come non mai. La Balena Bianca affondava ed all’orizzonte nessuno poteva mai immaginare cosa si annidasse per renderci impossibili i successivi venti anni. Per non parlare degli ultimi tre-quattro che di  quelli sono figli. “Bandito Senza Tempo” è una ballata trascinante dedicata proprio a Joe Strummer dagli echi vagamenti celtici. “Chico Mendes”, canzone ecologista dall’andamento latino dedicata al sindacalista brasiliano ucciso nel 1988 dai potenti proprietari terrieri contro cui lottava. Il raggae elettrico di “Johnny lo Zingaro”, con Massimo Bubola come ospite, per raccontare una storia d’amore e di lotta sociale.

Su “Oltre” cambio netto di atmosfera per una ballata il cui accompagnamento viene scandito dalla Banda G. Donizetti di Casalecchio per una sorta di “Internazionale” dei nostri tempi. “La Lotta Continua” è il brano che avrebbe da allora caratterizzato la Gang, il brano con il quale si chiudono i loro concerti (“Vi salutiamo con la nostra NinnaNanna”, dice Marino Severini quando la presenta). Ed è un grandissimo e spumeggiante esempio di brano Rock dal ritornello killer.

Con “Le Radici e le Ali” si ritorna alle atmosfere etno con un brano che ricalca sentieri andini per raccontare la storia di un partigiano. “Ombre Rosse” racconta, con toni Roots da tradizione americana alla Woody Guthrie ma vestito di un moderno abito Rock, la lotta di una classe operaia già all’epoca messa in un angolo. E oggi, più di venti anni dopo, questa deriva non ha risparmiato praticamente nessuno. “Sud” è una canzone sull’integrazione tra culture che andrebbe studiata nelle scuole oggi, mossa da un ritmo ondeggiante che ti impedisce di stare fermo con i piedi. “Chicco il Dinosauro” è un brano bluegrass, con banjo, violino, fisarmonica, chitarre acustiche e contrabbasso. “Che Dare” è una lenta ballata basata su strumenti acustici che sembra ispirata dalle sonorità di “Creuza de Ma” di Fabrizio De André.

A mio parere “Le Radici e le Ali” è un gran disco, con brani che ti prendono al primo ascolto, forse troppo velleitario nei testi, ma occorre contestualizzarlo a quel periodo storico e, ripeto, alcune canzoni risultano attuali ancora oggi, forse più di ieri.

 

Il Disco del Mese: “The Up Escalator” (1980)

9 Agosto 2016 Commenti chiusi

Per “Il Disco del Mese” di Agosto un disco splendidamente fresco nonostante i suoi 36 anni suonati sul groppone.

“The Up Escalator” in realtà completa un periodo di evoluzione di un artista che nasce artisticamente nei pub e nei localini di Londra, ma prima, tra la fine dei Sessanta ed i primi Settanta, vive una vita “On The Road” da manuale, spostandosi senza mettere mai radici tra le Isole del Canale della Manica, Parigi, Tangeri, Gibilterra, mantenendosi con lavori umili ma continuando a coltivare una gran passione per la musica. Per la Grande Musica con la quale era cresciuto: il rock’n'roll, il R’nB, il Soul, il Beat, lo Ska, il Raggae.

Le Pub-band inglesi sono un fenomeno particolare dell’Inghilterra dei Settanta. Prima dell’esplosione e dell’affermazione del punk e della new-wave, la musica aveva virato verso fenomeni che man mano si allontanavano dall’immediatezza del rapporto artista-pubblico: il progressive via via sempre meno originale e l’affermarsi del Glam-Rock tutto lustrini e pailletts (ma anche con qualche contenuto serio e/o divertente). Gli Stones e gli Who erano in grande ribasso, considerati praticamente alla stregua di dinosauri in via di estinzione (e di loro nessuno superava i 35 anni).

Ma chi era legato alla musica dei Sixtyes cosa doveva fare? Nulla. Nessuno sbocco commerciale. E allora l’unica possibilità era quella di battere i piccoli locali, che divennero così un piccolo grande circuito, dove si riunivano gli appassionati per proporre il loro sanguigno Rock. E chissene della fama e del successo. Una sorta di carboneria dei Sixtyes.

Dei tanti che percorsero quelle strade con alterne fortune (Dr. Feelgood, Nine Below Zero, Nick Lowe, Eddie and The Hot Roads, Brinsley Schwarz, Duck Deluxe, ma anche Elvis Costello e Joe Jackson nella loro primissima forma) Graham Parker è riuscito, pur tenendo sempre un basso profilo e senza mai esplodere nelle classifiche, a fornire dei buoni prodotti, uno sorta di ottimo rapporto “qualità-prezzo”. Almeno fino a questo “The Up Escalator”. E vero che probabilmente album precedenti quali “Howlin’ Wind” o “Heat Treatment” (i primi due pubblicati entrambi nel 1976) siano più sanguigni e vitali, ma “The Up Escalator” ben rappresenta l’evoluzione di Graham Parker e dei suoi Rumour dopo quattro anni passati soprattutto a suonare dal vivo. Ed infatti si tratta anche dell’album più venduto: raggiunse infatti la posizione n° 11 in patria e la n° 40 negli Stati Uniti.

“The Up Escalator” è un disco che ha dalla sua un suono “live” molto fresco ed un book di canzoni molto centrate. Perciò prima della solita breve carrellata dei brani, qualche parola su chi aveva reso possibile questo sound. I Rumour erano stati costruiti da Graham Parker come una sorta di “dream team” (o, meglio, di supergruppo) attingendo ai migliori musicisti in quel momento nel giro delle pub-band. Così Brinsley Schwarz era il chitarrista del gruppo omonimo da cui proveniva anche il tastierista Robert Andrews, mentre dai Ducks Deluxe arrivava l’altro chitarrista Martin Belmont. Completavano la formazione il basso di Andrew Bodnar e la batteria di Steve Goulding, anche loro con un discreto pedigree (entrambi collaboratori tra gli altri di Elvis Costello). In più il suono veniva arricchito dai “Rumour Brass”, sezione di fiati che segnerà il suono degli anni Settanta e Ottanta (tra le cose più importanti la partecipazione a “London Calling” dei Clash, ma anche collaborazioni con Boomtown Rats, Ian Dury, Thin Lizzy, Rory Gallagher e molti altri). Perciò all’epoca non avevano nulla da invidiare alle altre band che accompagnavano i Big che fossero la E Street del Boss o gli Heartbreakers di Petty.

Il gruppo che si presenta alle registrazioni di questo album è però già in disarmo, tanto che alla fine l’album verrà pubblicato a nome del solo capobanda. Il tastierista Bob Andrews era uscito dal gruppo senza essere rimpiazzato ufficialmente. Ma alle session dell’album vennero invitati due sostituti. E che sostituti: Nicky Hopkins al piano (Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks, ecc ecc, giusto per dire) e Danny Federici della E Street Band di Springsteen alle tastiere. Anzi, lo stesso Boss si fa vedere in studio e canta la seconda voce  di “Endless Night” (e si sente!!!).

Sarà per questo, ma tutto il disco ha un suono molto “E Street Band”. Indiscutibilmente bello. Però……ne riparliamo fra poco.

“No Holding Back” apre le danze. Bello spettro sonoro, motivo che ti resta in testa. “Devil’s Sidewalk” parte con un riff quasi blues, chitarra tirata e piano sotto a battere il tempo insieme alla batteria ed al basso, per poi diventare quasi un raggae al bridge. “Stupefaction” parte con un suono tipicamente brit con il riff di chitarra e tastiere insieme. In qualcosa richiama anche la J Geils Band, che poi è stata la band americana più “britannica” che sia mai esistita. Atmosfera molto R’n'B. “Empty Lives” parte con un tempo rarefatto per poi distendersi in un bel ritornello. “The Beating of Another Heart” è quanto di più plausibilmente “lento” abbia potuto produrre Graham Parker. Si tratta di una ballad che si distende in un gran ritornello. Fino a questo momento, fine facciata A, non buttiamo via nulla, 5 brani 5 possibili hit-single.

Di “The Endless Night” ho già parlato, un bel rock quadrato molto da Boss, sarà anche per quella voce che echeggia e per il ritornello che sembra arrivare dritto dritto da Ashbury Park.

E allora è giunto il momento di una breve pausa per sottolineare forse l’unico difetto di questo album: la casa discografica pensava che per Graham Parker fosse giunto il momento del grande salto verso il successo mondiale. Affidò così la produzione del disco a Jimmy Iovine che aveva reso fantastici gli ultimi album di Springsteen (da “Born to Run” a “The River” passando per “Darkness….”), Tom Petty (“Damn The Torpedoes”) e Patty Smith (“Easter”), pensando fosse la naturale collocazione dell’artista. Perciò alla fin fine l’album risente di questa sorta di “appiattimento” sul sound di quegli album che snaturava il mix musicale che connotava l’inglese. Ma il quid in più è dato dal songwriting di Parker.

“Paralyzed” è la mia preferita, con quella chitarra pulita che segna il riff nella strofa. Un brano che va come una molla. Fantastici Hammond e piano. “Maneuvres” è un R’n'R con un tempo spezzato molto divertente.

“Jolie Jolie” e “Love Without Greed” chiudono l’album. La seconda è sicuramente il brano più debole dell’album, con qualche inutile virata disco.

Comunque un gran disco.

 

 

 

Il Disco del Mese: “Deuce” (1971)

26 Giugno 2016 Commenti chiusi

Duemilacinquecento anime.

E’ più o meno la popolazione di Ballyshannon, piccolo paesino tra Donegal e Sligo, nell’Ulster in Irlanda. Repubblica d’Irlanda anche se vicino al confine con l’Irlanda del Nord. Nel centro città c’è una statua, dedicata ad una vera e propria istituzione. Rory Gallagher è nato qui nel 1948. E’ stato un immenso chitarrista ed un ottimo autore e cantante.

Si narra che Jimi Hendrix, appena sceso dal palco di Woodstock, incontrò un giornalista che gli chiese cosa si provasse ad essere il più grande chitarrista del mondo. Ed il buon Jimi, laconicamente, rispose: “Ed io che ne so? Chiedete a Rory Gallagher”.

Così, tanto per dire.

Trasferitosi a Londra per indirizzare in maniera più professionale la sua carriera, formò un power-trio dal nome di Taste. Più che gli album erano le infuocate performance dal vivo ad imporli. Il chitarrista in particolare. Insomma, in breve i Taste erano annoverati tra i grandi gruppi rock-blues, insieme alla Jimy Hendrix Experience ed ai Cream. Gallagher uscì dal gruppo e ne formò uno nuovo di zecca, ma stavolta tutto doveva ruotare intorno a lui.

E così a maggio del 1971 esce “Rory Gallagher” e neanche 6 mesi dopo “Deuce”.

Nella variegata discografia del chitarrista “Deuce” è un album particolare, che rappresenta la summa di tutte le sue influenze, oltre che un chiaro manifesto di una creatività che andava ben oltre la rokkeggiante chitarra hard-boiled che lasciava a bocca parte le platee di tutto il mondo.

Ed è proprio lo spessore e la varietà di stili che caratterizza l’album sin dall’apertura. “I’m Not Awake Yet” è una ballata soprattutto acustica, con una melodia in minore molto bella. Man mano che il brano avanza si sovrappongono altri strati di chitarra ma senza appesantirne l’incedere, oltre ad un grande assolo di acustica. “Used To Be” parte con un gran riff di chitarra e si dipana poi come un classico blues-rock, dove il lavoro di chitarra è strepitoso, molto hendrixiano. La voce un diamante. Ascoltare poi l’arrangiamento chitarra ritmica-basso-batteria sul quale si poggia l’assolo. “Don’t Know Where I’m Going” è un brano acustico country chitarra e armonica, semplice e divertente. “Maybe I Will” è un accattivante pop sincopato con le chitarre pulite  ed un bridge arpeggiato. Anche qui un assolo di grande tecnica. “Whole Lot Of People” chiude la prima parte con un rock-blues leggermente atipico a causa degli stop-and-go che ne caratterizzano lo svolgimento.

“In Your Town” è un torrido rock-blues che presto diventerà uno dei pezzi forti da concerto (si trova su di un numero enorme di registrazioni dal vivo, io ne ho almeno quattro-cinque versioni), 12 battute e via andare. “Should’ve Learnt My Lesson”,  sulla scia di Muddy Waters, è un blues canonico con una grande chitarra. “There’s a Light” è una sorta di funky jazzato. Anche qui stop-and-go a dare movimento al brano. Anche qui il suono della chitarra risulta molto curato e la batteria (Wilger Campbell) fa cose egregie. La forza del brano è nell’incisione decisamente live. “Out of My Mind” sa di Dylan primi tempi. Finger picking e chitarra a tracolla. Grande tecnica. L’album si chiude con “Crest of a Wave”, 6 minuti 6 per una ballata molto rock, incisa anch’essa con il chiaro intento di rappresentare un Artista, ed un gruppo, che del concerto faceva il suo punto di forza.

L’album raggiunse la 39 posizione in Gran Bretagna e ottenne un disco d’oro.

Più o meno 25 anni dopo l’uscita di questo album, era il 14 giugno del 1995, la radio e la televisione nazionale irlandese interrompevano le trasmissioni per dare la triste notizia della morte di Gallagher per le complicazioni di un intervento chirurgico con il quale i medici tentarono un trapianto di fegato. I funerali furono trasmessi in diretta nazionale.

Il Disco del Mese: “Rubber Soul” (1965)

29 Febbraio 2016 2 commenti

Il “trittico” formato da “Rubber Soul”, “Revolver” e “Sgt. Pepper” rappresenta una storia a se stante all’interno della storia dei Beatles, degli otto anni che sconvolsero il mondo (della Musica e non solo).

Siamo ad Ottobre del 1965. I Beatles si stanno godendo il meritato riposo dopo aver lavorato senza sosta per mesi. Hanno un film da record nelle sale di tutto il mondo e la colonna sonora in testa a parecchie classifiche. Disco ed album sono usciti nei primi giorni di agosto. Poi, nelle ultime due settimane di agosto, un tour negli Stati Uniti breve ma concentrato: 11 città coast-to-coast (con puntatina a Toronto in Canada) per 16 concerti, tra cui quello famoso allo Shea Stadium. Solita vita: concerto male amplificato, problemi di sicurezza, urla da tutte le parti, intervista, aereo e via di seguito. I momenti liberi passati in albergo. In questo contesto nascono le nuove composizioni.

Ci sono però due grosse novità. Innanzitutto i Beatles sanno di avere finalmente una concorrenza agguerrita. Ci sono i Rolling Stones, i Kinks, The Who, il nuovissimo Dylan elettrico, Byrds e tanti altri. La sfida stimola i Fab Four che non a caso sono considerati a capo del movimento. E sono ben intenzionati a mantenere la posizione.

In seconda analisi i Beatles, dopo aver inciso brani come “Yesterday” e “I Feel Fine”, hanno scoperto un enorme territorio da esplorare: lo studio di registrazione. Hanno compreso perfettamente le potenzialità dello strumento e quanto possa essere interrelato alla nuova musica che hanno in testa: stanno maturando e vogliono far vedere di cosa sono capaci. Sono Musicisti, sono Autori, e non solo quattro faccine che fanno urlare le ragazze. Inoltre la loro casa discografica, la Parlophone, piccola etichetta della EMI che fino a tre anni prima produceva essenzialmente musica classica e show di cabaret, viste le vendite è ben felice di lasciare ai quattro la disponibilità dello studio di Abbey Road per un tempo più lungo dei soliti cinque-sei giorni utilizzati normalmente. E con George Martin in regia, l’uomo che riesce a tradurre in realtà da incidere ogni sensazione che attraversi lo spettro sonoro dei quattro, tutto diventa più semplice.

E così il 12 ottobre John, Paul, George e Ringo entrano in studio ed iniziano a registrare.

Quello che finirà al missaggio finale il 15 novembre è la miglior cosa che hanno prodotto fino a quel momento, con la sola eccezione a mio parere di “A Hard Day’s Night”. Ma, grande differenza rispetto al terzo album della band, molto più completo e maturo, una sorta di antologia di tutto ciò che i Beatles avevano ascoltato ed assorbito in quegli anni di grandi cambiamenti.

Ed allora ascoltiamo “Rubber Soul” nel dettaglio.

L’apertura è fantastica: “Drive My Car” è un pezzo con grandi influenze black, anche nel testo allusivo, scenografico nel suo attacco, uno dei migliori prodotti dal gruppo. Prima la chitarra seguita dal basso, la rullata di batteria e poi Paul e John che si rincorrono con le voci. Basso e chitarra che segnano il tempo per tutta la canzone e la batteria in controtempo prima dell’attacco del ritornello. Assolo perfetto, anche se suonato dallo stesso McCartney. 10 e lode, stop.

“Norwegian Wood” è un’altra canzone del Lennon “Dylaniato”. Un brano acustico dove il testo è assolutamente personale (narra la storia di un tradimento) e le chitarre acustiche sono supportate dal sitar di Harrison sulla strada per la spiritualità. “You Won’t See Me” è McCartney che lascia fluire la sua melodicità in un brano che ha tutto: un walking bass entusiasmante, voci alla Beach Boys, cambi di ritmo, le famose “buffe” rullate di Ringo.

John è sempre il più introspettivo e “Nowhere Man” è la summa del suo pensiero in quel momento. Un alienato. Musicalmente immensa. Curiosità: apparentemente semplice contiene un gioco di voci complicatissimo. Nei loro racconti il tentativo di suonarla dal vivo con il “disturbo” delle urla del pubblico ha rappresentato la classica goccia che ha fatto propendere i Fab Four verso l’interruzione degli ormai inutili tour in giro per il mondo (oltre alle bizze di Imelda Marcos). “Think For Yourself” è il primo brano di Harrison e contiene una strana novità: il brano è condotto dal basso con l’effetto “fuzz”, uno dei primi effetti di overdrive, usato sicuramente sul basso per la prima volta.

Con “The Word” è ancora miracolo. Lennon canta la voce principale su di un riff di basso e chitarra da pelle d’oca. Il basso di McCartney giganteggia e da’ spina dorsale al brano. “Michelle” segue la strada intrapresa da Paul con “Yesterday”: melodia allo stato puro. Anche qui il basso fa un lavoro grandissimo. Cercate una versione della sola traccia di basso ovunque, da Youtube a GuitarPro e poi mi direte.

“What Goes On” vede per la prima volta la firma di Ringo, insieme a John e Paul. E’ un brano country-rock, atmosfera prediletta dal batterista (si veda anche “Act Naturally” su “Help!”). Perfettamente in tema l’assolo di Harrison. “Girl” è ancora il Lennon acustico, stavolta con un accenno di sirtaki nel finale. L’arrangiamento del brano vale da solo il prezzo del disco.

In “I’m Looking Through You” è McCartney stavolta a raccontare qualcosa di sé. I Beatles, in un tempo in cui i giovani stavano iniziando a prendere coscienza di essere una forza in grado di cambiare le cose, erano un gruppo decisamente integrato nell’establishment, ormai ad un passo dall’onorificenza dell’MBE. Ed erano “integrati” anche nella loro vita privata, senza particolari ostentazioni e decisamente tranquilla. John era sposato praticamente da sempre e Paul faceva coppia fissa con Jane Asher, una giovanissima attrice inglese. I due vivevano insieme ma le cose non andavano benissimo. E Paul, molto direttamente, le scrive una canzone nella quale le dice quanto sia cambiata e quanto la loro vita insieme sia diventata meno soddisfacente, urlandole contro anche (a fine canzone) un “sarebbe meglio tu cambiassi”. E il tutto così, nel giro di poco tempo da “I Love You” “You Love Me” e “I Want To Hold Your Hand”. E’ un’evoluzione? Inoltre il brano, che ha la cadenza di una veloce ballata acustica arricchita da un Hammond esplosivo alla fine dei bridge, ha subito una bella evoluzione. Tutto testimoniato dall’Anthology che contiene una delle prime incisioni del brano, senza il bridge e con un ritmo era molto più simile ad una bossanova.

Il vero capolavoro dell’album arriva a questo punto. “In My Life” è la cosa migliore scritta da Lennon e lo resterà almeno fino a “Strawberry Fields Forever”. Una ballata semplice (la linea melodica, l’arrangiamento) ma al tempo stesso complessa (le voci, l’idea dell’assolo di piano trasformato in clavicembalo agendo sulla velocità, la sensazione che il basso dell’intro sia una sezione di archi a sostenere la frase di chitarra). Il testo racconta di luoghi e persone amati da John in tempi ormai lontani.

“Wait” è un r’n'b essenziale  con le voci in evidenza ed uno dei migliori arrangiamenti per due chitarre dell’album. “If I Needed Someone” (Harrison) è il volo di ritorno dai Byrds (influenzati dai Beatles fino al midollo) ai Beatles. La chitarra portante del brano suona molto jingle-jangle, così come le armonie vocali di grande respiro come McGuinn e soci.

Chiude l’album “Run For Your Life”, branaccio maschilista di Lennon che, per testo, rovina un po’ quanto di buono fatto fino a quel momento. In ogni caso, pur se odiato dallo stesso Lennon e disconosciuto negli anni successivi, il brano è un divertente rock’n'roll e riporta, forse unico, alle atmosfere dei primi album.

Per la cronaca, nelle session i Beatles incideranno altri due capolavori: “We Can Work It Out” di Paul e “Day Tripper” di John, anche se i confini non erano poi così netti per nessuno dei due brani. Dei due brani, non inclusi in “Rubber Soul”, verrà edito successivamente un singolo di grandissimo successo. Tanto per cambiare.

Per chiudere qualche statistica. L’album esce il 3 dicembre del 1965 e arriva al primo posto in classifica in GB e USA nella settimana del 18 dicembre. In Gran Bretagna sarà in classifica per 42 settimane di seguito, con otto settimane al n° 1, trenta settimane nella Top 10 e 36 nella Top 20. Complessivamente venderà oltre sette milioni di copie in tutto il mondo con tredici dischi di platino e due d’oro. Rolling Stone lo colloca al 5° posto nella classifica dei migliori 500 album di tutti i tempi.

Il Disco del Mese: “London Calling” (1979)

20 Dicembre 2015 Commenti chiusi

1979. Il Punk è costretto a crescere. La Grande Truffa del Rock’n'Roll, “The Great Rock’n'Roll Swindle”, così ben immortalata da Julian Temple nel suo film-documentario, è stata già scoperta da tempo. E la scoperta è stata fatta dagli americani, il che è tutto dire.

Il Punk è morto, viva il Punk. I gruppi nati sull’ondata devastante dei Sex Pistols si trovano ad un bivio: dimostrare di essere qualcosa di diverso o soccombere allo show business ed al pubblico che ormai hanno abbondantemente voltato le spalle al fenomeno. Però, ripensandoci oggi, che sferzata!

Alcuni gruppi sopravvivono perché formati da signori musicisti (Stranglers), altri perché dotati di grandi penne (Police e The Jam –  ok, i Jam erano Mod, ma inizialmente catalogati come Punk: non si dice in giro che gli Who sono stati i primi punk della storia?), qualcuno perché aveva un’immagine che colpiva (Ramones, Siouxie and The Banshees o The Damned), altri perché profondamente rock nell’animo e devoti ai maestri dei Sixties (Pretenders, e ancora Jam, su tutti).

Poi c’era un gruppo che univa tutte e quattro queste categorie senza eccellere particolarmente in nessuna, ma formando attraverso di esse il giusto mix per imporsi. Loro erano The Clash, e nessuno degli altri è riuscito ad arrivare dove sono arrivati loro.

Nella Londra del 1976 Mick Jones, appena ventenne, mette su un gruppo con l’orrido nome di “London SS” insieme a gente che poi si farà un nome in gruppi come Damned o Generation X. Ma gli SS non vanno lontano e si separano molto presto. Nel frattempo Mick conosce Bernie Rhodes, tipo dalle idee chiare in tema di management musicale.

Mick comincia i provini per un nuovo gruppo e trova Paul Simonon, non un mostro di bravura (gli affida subito il basso) ma dotato di un certo carisma. Occorre un cantante ed il manager pesca un certo Joe Strummer, un tipo energico e con una voce molto caratteristica. Nell’attesa di una risposta, Mick e Paul vanno in giro a perdere tempo. incrociano un ragazzotto per strada. Sanno che, a differenza di loro che se la passano abbastanza male e sono di estrazione operaia, il ragazzotto è benestante e figlio di un diplomatico. Lo trattano malissimo ma non sanno che si tratta proprio di Joe Strummer il quale, colpito dalla loro “visceralità” chiama subito il manager per accettare la proposta di entrare nel gruppo. I Clash debuttano appena Terry Chimes si unirà come batterista.

Il primo album, “The Clash” del 1977, è un robusto album arrabbiato nel pieno del fenomeno punk. Pochi accordi, pochi suoni, discrete melodie e via andare. Poi il gruppo effettua un ulteriore salto di qualità: Terry Chimes, di fatto solo un turnista, saluta ed al suo posto si piazza dietro i tamburi Nick Headon, detto “Topper”. Segni particolari: gran bevitore ma da sobrio un metronomo perfetto. Inoltre ha una predisposizione per una gran varietà di ritmi ma i suoi amori sono il Soul ed il Jazz. Non a caso nel 1986, ormai fuori dai Clash, realizzerà il suo unico disco solista con tanto di Big Band “Waking Up”.

“Give ‘Em Enough  Rope”, il secondo album, esce a fine 1978 ed esplode direttamente al n° 2 della classifica inglese. I Clash partono in tour e raggiungono anche gli Stati Uniti. La CBS è molto interessata al lancio sul mercato americano. Gli chiede un suono più “levigato”, più commerciale insomma. Niente da fare. I quattro mantengono il loro sound grezzo, però cominciano ad aprire anche ad altri genere (il raggae, in particolare).

Instancabili, al termine del tour si chiudono di nuovo in studio. Hanno litigato con il manager e devono trovarsi anche un nuovo produttore. Però il tempo passato insieme ha cementato il gruppo che ora marcia compatto con le idee molto chiare. Il nuovo produttore è Guy Stevens. Conosce molto bene i Clash ed ha una precisa idea: la loro forza è nel “live”, così decide di registrare tutto il nuovo album praticamente dal vivo. I quattro suonano insieme ogni brano, poi viene estrattta e salvata la traccia del basso e della batteria. Eventualmente si rifà qualcosa delle parti di chitarra e si incidono gli assoli e le voci definitive. E il pezzo è pronto.

“London Calling”, che uscirà il 14 dicembre del 1979, ha perciò tre punti di forza: il gruppo è molto unito, è l’unione di quattro personalità ben distinte e dai gusti musicali sani e vari (Jones predilige Who e Beatles, Strummer reggae e punk, Headon Jazz e Soul, Simonon….mah!) ed hanno nel “live” la loro dimensione ideale tanto da cercare di trasferirla nella realizzazione del nuovo album.

Logico che “London Calling” contenga un’energica enciclopedia della Musica Popolare. Le citazioni iniziano dalla cover, ispirata dal primo album di Elvis Presley, di cui riprende il logo e la grafica. La foto ritrae Paul Simonon che spacca il basso durante un concerto, esattamente l’attimo prima di far piombare lo strumento sulle assi del palco. Un’immagine che in sé rappresenta una chiara dichiarazione d’intenti, un legare passato, presente e futuro.

I 19 brani che compongono il doppio vinile sono per la maggior parte a firma Strummer-Jones (16 su 19) mentre uno è a firma Simonon (“The Guns Of Brixton) e due cover (“Brand New Cadillac” e “Revolution Rock”).

L’Enciclopedia inizia dal combat rock di “London Calling”, seguito dal rock’n'roll ruvido delle origini di “Brand New Cadillac” e dalla jazzata “Jimmy Jazz”con tanto di fiati. “Hateful” è il punk levigato che la casa discografica chiedeva, “Rudie Can’t Fail” è un energico ska. “Spanish Bombs” e “Lost in the Supermarket” sono due brani pop ed il secondo nel bridge vira improvvisamente sulla disco. “Clampdown” è un rock potente riffatissimo. La citata “The Guns…”, dal testo molto politicizzato, è un raggamuffin, prodromo della produzione successiva che vedrà la luce sul prossimo “Sandinista”. “Death Or Glory” è pura energia punk ormai dispersa nella nascente new-wave. L’ultima parte è spettacolare: “Lover’s Rock” è il pop che non ti aspetti, “Four Horseman” e “I’m Not Down” non te le scordi più, “Revolution Rock” rende omaggio al reggae. Infine la ghost-track di “Train in Vain”, rock fuori dagli schemi (mi fate sapere se riuscite ad individuare il ritornello o il bridge?).

 ”London Calling” è un album doppio e ciò lo penalizza nelle vendite. Ma un nono posto nella classifica inglese ed un 27° in quella americana non sono niente male, soprattutto perché negli Stati Uniti erano praticamente sconosciuti. E poi disco d’oro in Inghilterra e Canada e di platino negli USA.

Infine il riconoscimento nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi di Rolling Stone al numero 8 ed al numero 1 per gli album degli anni Ottanta.

Il Disco del Mese: “Alive!” (1975) “Alive II” (1977)

29 Settembre 2015 Commenti chiusi

Premessa: non ci crederete, chi vi scrive è lo stesso titolare di questo blog, la stessa persona che muore per i Beatles, si scioglie per quasi ogni gruppo dei Sixties, si esagita per il progressive e Dave Matthews Band, ed ultimamente ascolta folk, Punch Brothers, Mumford e Phil Ochs.

Detto ciò, il Disco del Mese, visto che ultimamente si è fatto cosa rara, per questo mese raddoppia.

Ben due Dischi del Mese, ovviamente dello stesso gruppo. Sto parlando, come vedete dal titolo, dei primi due album dal vivo dei KISS. Il perché è presto detto. Recentemente ho letto “Nothin’ To Lose”, ponderoso volumone che in appena 500 pagine racconto solo i primi due anni di attività del gruppo. Libro senza fronzoli, scritto sotto forma di lunga intervista ai membri del gruppo e a quanti hanno girato loro intorno in quel periodo: manager, assistenti, truccatori, sarti, dee-jays, crew in genere e semplici amici e conoscenti.

Il fenomeno “KISS”, perché di questo trattasi, ha pochi eguali nella storia della Musica Pop. Pop perché di questo si tratta in fin dei conti. Certo, ammantata di una scorza di durezza, di un heavy metal mai eccessivo, ed usato solo perché necessario ad incanalare l’energia dei quattro, ma sempre strumentale alla loro forma, alla loro concezione, di spettacolo.

Ecco il punto: lo spettacolo, lo “show”. E’ tutto qui.

Gene Simmons e Paul Stanley s’incontrano sul finire del 1970 nell’appartamento di un amico comune. Entrambi senza band si riconoscono dal primo momento. Hanno in comune innanzitutto la passione smisurata per la Musica. Tra Beatles, Who, Kinks e fenomeni più recenti quali Slade e Alice Cooper. Hanno due gran belle voci. Ma  soprattutto, ed è ciò che li unirà indissolubilmente fino ad oggi, hanno in comune l’enorme convinzione di poter sfondare. Il prodotto dei due fattori, moltiplicato dalla determinazione che li domina, si trasforma in energia pura. Accecante.

Dopo un primo periodo di rodaggio con i Wicked Lester, i due “occupano” gli Electric Lady Studios, in piena Manhattan, attratti li dal fascino di uno Studio storico dove aveva, ad esempio, registrato le cose migliori  Jimi Hendrix. In breve il loro bivacco finisce per premiarli ed Gene e Paul vengono utilizzati come turnisti, in particolare per i cori. Scambiano la paga per una sessione di incisione con la quale producono un demo. Sembrerebbe finire li.

Ma i due, come detto, sono determinati come pochi. Così iniziano a ragionare esclusivamente sul come diventare famosi (obiettivo non da poco). Si guardano intorno e focalizzano la loro attenzione su due fenomeni del periodo. Da una parte Alice Cooper proponeva uno spettacolo con una commistione di rock e grand-guignol (grande successo!!!), dall’altra i New York Dolls facevano impazzire la città con un sound alla Stones ed i loro trucchi e costumi appariscenti. Della serie “2+2″! Bingo!!!

Simmons e Stanley decidono di lanciarsi verso un rock duro ricco di costumi, trucchi ed effetti speciali. Meglio se “effettoni”. Scovano così, dopo lunghe audizioni Peter Criss e Ace Frehley, batterista e chitarrista pronti a tutto. Cominciano a realizzare bozzetti di quelle che saranno le maschere che diventeranno vere e proprie icone in capo a poco tempo, e costumi via via più mirabolanti.

La gavetta è dura ma hanno la fortuna di trovare le persone giuste al momento giusto. Così incontrano Bill Aucoin, un’esperienza di regista teatrale e televisivo molto ben sintonizzato sulle onde della loro idea di show, che diventa il loro manager. E poi Neil Bogart, discografico di successo specializzato nello scovare talenti e galline dalle uova d’oro, che decide di mettersi in proprio e fondare la sua etichetta discografica, la Casablanca. I pezzi del puzzle s’incastrano alla perfezione nel giro di pochi mesi. Nel frattempo la band ha iniziato a farsi conoscere nel giro di New York ed in poco tempo il loro spettacolo comincia a diventare più che consistente.

Dicevo della determinazione. Da subito i quattro Kiss stabiliscono che già al livello in cui si trovano il loro show deve essere una cosa grande, grandiosa! E quindi professionale. Sono disposti a tutto, anche a sputare fuoco (vero) ed a vomitare sangue (finto), in nome dello “show”. Non si vede tutti i giorni, almeno non a quei tempi, un gruppo che senza disco e senza nulla comincia a girare per gli U.S.A. con un camion e sei-sette persone di crew. Certo, le attrezzature non sono di primissima mano, scricchiolano qua e la, però l’effetto è coinvolgente al massimo. E la furia delle loro esecuzioni annichilisce gli spettatori.

Nel giro di pochi mesi passano da cantine e piccoli locali periferici a teatri medi e grandi ed infine ad arene da migliaia di posti. Aprono i concerti di tutti i più grandi di quel momento rubandogli la scena. Ancora pochi mesi e nessuno li vuole più come gruppo spalla. E allora, senza problemi, diventano headliner.

E da lì in poi gli spazi diventano sempre più grandi e il tutto esaurito la regola. Inoltre la loro organizzazione pianifica ogni passo della loro carriera, a partire dal suonare in qualsiasi città, piccola media o grande, che avesse un minimo bacino di potenziali fan del gruppo, secondo lo schema del “lancio delle freccette”: i loro concerti, messi di fila, sembravano organizzati lanciando a caso dei dardi su di una carta degli States. Certe volte a centinaia di miglia da percorrere tutte in una notte. Poi il lavoro accurato di marketing e di lobbyng nei confronti delle radio che stentavano a passarli nella programmazione.

New York li adora, Detroit li adotta (ripagata dal brano “Detroit Rock City”), Atlanta non ne parliamo. Ma è nella provincia americana che formano lo zoccolo duro del loro “Kiss Army”, il loro esercito di fans.

Ma, discograficamente parlando, le cose come andavano? Malino. Anzi male, decisamente male. Sottoposti ad un tour de force di concerti, i quattro riuscivano ad incidere un album ogni sei mesi. Risultato: quattro album in due anni. Vendite? Non più di cento/centocinquantamila copie per album. Tutto questo perché i Kiss non riuscivano a riprodurre in studio la potenza del loro spettacolo. Ma, certo, la velocità a cui tutto girava loro intorno doveva essere notevole per dover aspettare quattro album, e soprattutto una casa discografica praticamente sul lastrico per finanziare i loro tour, prima di farsi venire la grande idea: ma se funzionano così bene dal vivo, perché non incidere un album dal vivo?

Detto, fatto. “Alive!” è il risultato delle cose migliori estratte da quattro/cinque concerti in giro per gli States, con poche sovraincisioni. Il disco esplode letteralmente nelle loro mani. Quattro milioni di copie vendute nel giro di pochi mesi! Il risultato è clamoroso, ma è semplicemente il frutto di quanto seminato dal gruppo alla velocità della luce nei due anni precedenti. Ascoltato oggi l’album sta in piedi ancora benissimo. Il primo disco si ascolta tutto di un fiato a partire dall’esplosione di “Deuce”, passando per “Strutter”, “Hotter Than Hell”, “Firehouse” fino a “Parasite”. Un gran suonare, per carità, un suono essenziale e a tratti scarno, inframezzato da botti ed effetti vari, però con un gran sound complessivo, ottimi assoli di chitarra e, soprattutto, un utilizzo “paraculo” (passatemi il termine) della melodia ai fini di creare a tavolino degli anthem killer che non riescono a passare inosservati, tra l’altro supportati da tre ottime voci. Nella seconda parte fanno una gran figura “Watchin’ You”, “Cold Gin”, “Black Diamond” e, soprattutto, l’hit delle hit “Rock And Roll All Nite” che venderà moltissimo anche come singolo. Uno dei pochi singoli “live” di successo.

Sullo slancio i Kiss continuano ad incidere un album ogni sei mesi, solo che ora vendono più o meno come quello dal vivo. Anzi, il successo di “Alive!” rigenera le vendite anche dei primi quattro album passati quasi inosservati. Il successo comincia a farsi planetario, ed allora per consolidarlo definitivamente, la Casablanca produce, a soli due anni di distanza dal primo (un discreto rischio) “Alive II”.

Di fatto “II” rappresenta la prosecuzione del primo, ma stavolta i brani sono ancora più efficaci. La sequenza delle prime otto canzoni è fantastica. Tornando all’album, stavolta vengono incise tre facciate su quattro dal vivo e con brani tratti solo dagli ultimi tre album di studio, perciò senza ripetizioni rispetto ad “Alive!”, così per avere un compendio enciclopedico live delle cose migliori dei primi sette album dei Kiss. L’ultima facciata invece è incisa in studio, ed è più dimenticabile.

Un piccolo “magheggio” riguarda due-tre brani che vengono incisi si dal vivo, ma durante il soundcheck per poi montargli sopra le urla del pubblico. Ma sempre “live” sono, e non ci si accorge della differenza.

“Alive II” non raggiungerà, come il suo predecessore, la prima posizione della classifica americana. Si fermerà al settimo posto, però raggiungerà buone posizioni anche nel resto del mondo (5° in Canada, 10° in Giappone, 17° in Australia) segno che la fama del gruppo era arrivata ormai anche fuori dagli Stati Uniti. In patria rimarrà in classifica per 33 settimane e tra Usa e Canada venderà comunque 2 milioni e centomila copie. Non male.

Il Disco del Mese: “Gaucho” (1980)

31 Luglio 2015 Commenti chiusi

Steely Dan meritano un “Disco del Mese” (che poi MusicOnTheRock” sia qualcosa cui possa ambire chicchessia, questo è un altro paio di maniche).

La scelta è complicata. Potevo andare sul facilissimo e scegliere “Aja”. E’ il loro miglior album, converrete? Bello, solare, elegante, raffinato, denso… in altre parole “strepitoso”. Oppure “Pretzel Logic”: nuovo, crossover, sonorità esaltanti e melodie talmente lontane dalla banalità.

Invece la mia scelta cade su “Gaucho”. Perché è il canto del cigno e non solo. Da “Gaucho” occorrerà aspettare quindici anni per avere un nuovo album del gruppo di qualsivoglia genere (“Alive in America” del 1995) ed altri cinque per avere “Two Against Nature”, nuovo album di studio neanche troppo esaltante.

Perché è un album dove il discorso musicale degli Steely Dan raggiunge il suo compimento, dopo un’evoluzione lenta ma inesorabile del loro stile, sempre molto caratterizzato e riconoscibile (sarà la voce di Fagen?) ma diverso tra album ed album.

Perché è un album molto ragionato, pensato e suonato con attenzione parossistica. Ci vollero quasi due anni per inciderlo, compresi sei mesi in cui Walter Becker rimase bloccato in casa con una gamba rotta ed altre varie complicazioni a seguito di un malaugurato investimento subito da un’auto mentre tornava a casa a notte fonda al termine di una sessione d’incisione. Eppure tutta questa difficoltà di gestazione non si percepisce tra i solchi. L’album suona leggero, rilassato ed in pieno Steely-Style (scusatemi, non ho resistito……).

Perché è un album di grandi canzoni, pur mancandone una. La famosa, suo malgrado, “The Second Arrangement”. Canzone sulla quale il gruppo ha sbattuto letteralmente la testa per giorni e giorni e che fu “bruciata” accidentalmente da un tecnico quando ormai era arrivata alla fase definitiva di lavorazione. Lavorazione talmente complicata che Fagen, Becker ed il produttore Gary Katz decisero di non provarci nemmeno ad inciderla di nuovo, pur essendo una delle loro favorite.

Perché è un album suonato da una montagna di grandi musicisti. Se ne contano quarantadue. Oltre a Fagen (tastiere e voce principale) e Becker (chitarre) s’incontrano tra i solchi Joe Sample (piano elettrico), Rick Marotta, Steve Porcaro e Steve Gadd (batteria), Tom Scott, Dave Tofani, Michael Brecker e David Sanborn (fiati), Michael McDonald e Patti Austin (cori), Anthony Jackson (basso) e tre immensi chitarristi quali Hiram Bullock, Larry Carlton e Mark Knopfler. Ebbene si, il leader dei Dire Straits aveva da poco dato alle stampe “Sultans of Swing” ed era stato chiamato contemporaneamente alla corte di Bob Dylan per “Slow Train Coming” e dagli Steely per partecipare a “Gaucho”. Ma mentre Dylan gli mise in mano la chitarra principale (e si sente), Fagen e Becker lo fecero suonare per ore ed ore per poi limitare la sua partecipazione a poche note su “Time Out of Mind” (peraltro riconoscibili nell’intro e poi spolverate qua e là per il resto del brano fino alla breve spazio strumentale al centro), brano dal quale poi, a mio parere, Fagen ha fatto derivare “New Frontier” nel suo “The Nightfly”.

Perché è un album che gioca con i generi. Si parte con il raggae rarefatto di “Babylon Sisters” per passare alla fusion di “Hey Nineteen”, dal pop d’autore di “Glamour Profession” al blues elegante di “Gaucho” con le sue quattro frasi iniziali che esplodono poi nell’intro su cui impazza il sax di Tom Scott, che cura anche l’arrangiamento dei fiati su questo brano e su buona parte dell’album.

Di “Time Out of Mind” ho già detto, “My Rival” è un’ariosa ballata elettrica venata di soul. Da ultimo, ma mai come in questo caso vale il detto “last but not least”, il capolavoro assoluto dell’album (ed a mio parere dell’intera discografia degli Steely Dan): “Third World Man”. Brano su cui dominano la melodia e, soprattutto, la chitarra di Larry Carlton con un fantastico ed elaborato assolo a metà brano. Un incedere lento che si dipana su due strofe ed un ritornello struggenti. Poi, dopo 1.45 dall’inizio, si apre la parte strumentale su cui s’innesta l’assolo di Larry Carlton diviso in due sezioni ben distinte di gran gusto ed atmosfera, un concentrato di tecnica chitarristica. Ed ancora si ripete in maniera più misurata nella lunga coda finale. Brano stellare.

L’album, uscito nei negozi il 21 novembre 1980, andò benissimo. Negli Stati Uniti raggiunse la nona posizione nella classifica principale, vincendo il disco di platino, e la n° 19 nella speciale classifica “Black”. Il singolo “Hey Nineteen” salì fino alla posizione n° 10.

Il Disco del Mese: “The Dream Of The Blue Turtles” (1985)

7 Aprile 2015 Commenti chiusi

Parigi 1985. Teatro Olympia. Un gruppo prende posto su di un palco la cui scenografia è costituita da una lunga scalinata. E’ il primo concerto di un tour speciale. Il batterista attacca un riff abbastanza scatenato e dall’alto di corsa scende un tipo biondo in giacca informale, chitarra al collo, che attacca a cantare “Shadow In The Rain”, un suo vecchio successo. In parecchi lo stanno aspettando e lui sa che si sta giocando un po’ la partita della vita. Il concerto sarà un gran successo e così gli anni successivi, molto produttivi, quanto questi più recenti molto più rarefatti come apparizioni e produzione.

Londra, 1977. Un tipo dall’aspetto gelido sbarca il lunario insegnando inglese. Ma la sua vera passione è la Musica. Suona soprattutto Jazz. Il basso, in particolare. Ma sono gli anni del punk ed il giovane, allora venticinquenne, ha la vaga idea di poter arrivare in alto, molto in alto. Sembrerebbe facile. Dietro le spalle ha un tipo che ha conosciuto da poco. Un americano figlio di un agente della CIA, decisamente scaltro. Segni particolari: una macchina infaticabile del ritmo. Suona qualsiasi tempo nascosto dietro un’enorme batteria, e si che lui è bello alto. Si chiama Stewart ed ha un fratello, Miles, ancora più scaltro di lui (sono figli di un agente della CIA!). Miles diventerà in breve tempo il loro manager. Saggia scelta. La prima grande idea è giubilare il chitarrista di allora, un tipo dal capello riccio di probabili origini italiane, tal Harry Padovani (e invece no, è di origini corse). Non dava molto al sound del gruppo. Ok, si era in periodo punk, ma loro volevano qualcosa di diverso. Viene così scelto il terzo piolo della scala verso il Paradiso. Si chiama Andy, è un turnista di sala decisamente più anziano di loro (quasi dieci anni) però ha una tecnica invidiabile, soprattutto nell’utilizzo di pedali ed aggeggi tecnici con i quali può trasformare la sua chitarra praticamente in un sintetizzatore dai mille suoni.

Il gruppo prende il nome di Police ed esplode in un battito di ciglia: dal primo album (1978) in poi è un successo continuo fino all’ultimo “Synchronicity” (1983), un tour dopo l’altro, mischiando punk, rock, pop e reggae. Un numero enorme di hit di successo. Un numero immenso di dischi venduti.

Il giovane gelido è Sting, se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, ed i tre insieme prendono una decisione importante: mollare all’apice del successo. Da li in poi i tre si riuniranno per un paio di tour, tra l’altro mal sopportandosi e realizzandoli più come scusa per rimpinguare le casse che per vera passione: ascoltare per credere i due live, quello del 1995 che documenta i tour d’oro del gruppo, e “Certifiable: Live in Buenos Aires” tratto dalla reunion del 2008. Due energie completamente diverse.

E comunque nel 1983 Sting ha altre idee. Comincia ad avere parecchio materiale che mal si adatta al trio. Sente il desiderio di tornare al suo primo amore, il Jazz. Ma non vuole buttare via quanto fatto di buono fino a quel momento.

Raduna intorno a se alcuni ottimi musicisti: Omar Hakim (batteria), Darryl Jones (basso), Kenny Kirkland (tastiere) e, soprattutto, Branford Marsalis (fiati), dotato fratellino del più famoso Wynton. Della chitarra si fa carico Sting stesso, ma praticamente sull’album che seguirà non se ne sentirà quasi traccia.

E veniamo all’album. Uso un’espressione che mi capita spesso di usare per gli album che tratto in questa rubrica: un disco perfetto. “The Dream of the Blue Turtles” non contiene nessun riempitivo. Ed è un sunto delle più disparate influenze musicali del suo Autore. Non si può dire che il Jazz la faccia da padrone, ma l’ispirazione è netta. E poi Pop e Rock di gran classe e stile. Musica Soul e Black, ed un accenno di Classica che non guasta mai.

“If You Love Somebody Set Them Free” è il brano che apre l’album,  di chiara impronta R’n'B con il sax di Marsalis a caratterizzare gli spazi lasciati liberi dal falsetto del cantante ed un suono di Hammond a rendere il tutto molto Sixtyes. “Love Is The Seventh Wave” è il 45 giri ruffiano il giusto, che piace a grandi e piccini, tra l’altro aiutato da un video molto simpatico. Melodia ed arrangiamento elementari, ma di grande efficacia (avete presente “OB-LA-DI-OB-LA-DA”? Insomma,  quei brani che vorresti bruciare in un altoforno ma che poi, inspiegabilmente, ti ritrovi a canticchiare mentre vai a prendere la metro o mentre ti fai la barba?). Piccola autocitazione finale, con breve accenno a “Every Breath You Take” nell’ultimo ritornello.

Poi iniziano i brani seri. “Russians” nasce in un periodo in cui la Guerra Fredda era roba di tutti i giorni (non come adesso che abbiamo due-trecento guerre locali che potrebbero divampare in qualcosa di molto più grande di noi). Il nostro, nel confronto drammatico tra le ideologie e gli armamenti, sostiene sostanzialmente che nulla accadrà perché anche i russi amano i loro bambini.  Al di la del messaggio semplice semplice, il brano è molto bello ed evocativo. Un andamento classicheggiante basato anche sulle note di Prokofiev che caratterizzano il tema del brano (accreditato anche tra gli autori). “Children’s Crusade” è il primo capolavoro assoluto dell’album. Una melodia stellare ed un intermezzo strumentale fantastico sono gli aspetti essenziali del brano. Ancora Marsalis sugli scudi, ma tutto il gruppo mostra la sua capacità di cambiare atmosfera e sonorità in qualsiasi momento, modificando il mood del brano in una frazione di secondo.

Una scatenata versione di “Shadows in the Rain” rialza il ritmo dell’album, come se Sting volesse mostrare che di fatto non rinnega nulla di quanto fatto fino a quel momento (ascoltare il “Cha” finale che sembra uscito da “Reggatta de Blanc”), ma ha la necessità di dare forma diversa al suo “sentire” musicale. In “Shadows…” oltre alla batteria leggera e pesante al tempo stesso di Omar Hakim, si possono ascoltare due grandi assoli di Kirkland e del solito Marsalis.

La seconda parte dell’album è quella meno commerciale e, perciò, più bella. Dato sfogo ai brani da hit ed al recupero dei Police, la seconda parte è caratterizzata da brani di pura anima. “We Work The Black Seam” e “Consider Me Gone” si muovono su ritmi ipnotici, più rarefatta la prima e costruita su di un riff di tre note senza orpelli di alcun genere, più jazzata e raffinata la seconda. “The Dream Of The Blue Turtles” è un breve strumentale, manifesto decisamente condensato di tutto il lavoro contenuto nell’album.

Infine due brani strepitosi, i migliori a mio parere dell’intera produzione solista di Sting. “Moon Over Bourbon Street” è una dolente canzone notturna basata su di un arrangiamento a metà strada tra jazz e classico, con la spina dorsale costituita dal basso fretless suonato dal band leader stesso. “Fortress Around Your Heart”, melodia di grande respiro che si avvolge a spirale fino ad esplodere in un bellissimo ritornello, è il brano più alla Police dell’album (l’atmosfera generale ricalca “Wrapped Around Your Finger” dall’ultimo album del trio) e contribuisce a non far allontanare troppo i nostalgici.

L’album è un grandissimo successo. Tempi in cui non era difficile far andare di pari passo qualità e vendite. Complessivamente nel mondo vengono vendute oltre 5 milioni di copie, primo in classifica in Italia, Olanda e Australia, 2° negli Stati Uniti, 3° in Gran Bretagna. Dall’album vengono estratti ben sei singoli (che non andranno benissimo in UK:  il migliore risulterà “Russians” che non andrà oltre il 12° posto, gli altri ben oltre la Top Twenty) tra i quali brillerà “If You Love…” che negli Stati Uniti si piazzerà in ben tre classifiche: 3° nella classifica “Hot 100″ di Bilboard, la classifica principale; 1° nella speciale classifica “Mainstream” (quella che conta le messe in onda sulle principali stazioni radio rock degli States); infine 17° nella classifica “R’n'B”.

 

 

Il Disco del Mese: “Help!” (1965)

15 Febbraio 2015 Commenti chiusi

cover dell'album

Febbraio è il mese dei Beatles. In questa rubrica ho cercato (quasi) tutti i mesi di commentare un bel disco, rispettando il principio di un disco a cranio. Magari quello più rappresentativo. Ma i Beatles sono un’altra cosa, ed anche quando il disco rappresenta un mezzo passo falso (i Beatles, al massimo, hanno fatto “mezzi” passi falsi), per me vale sempre la pena chiacchierarne.

E allora, per chi fosse interessato, un saltino a “Beatles For Sale” (febbraio 2014) giusto per contestualizzare la situazione. Riassumendo.

1964. Il 6 luglio esce nei cinema “A Hard Day’s Night”. I primi mesi dell’anno hanno visto i Beatles impegnati nelle riprese del film. Poi, tanto per gradire, Australia in tour. Poi le registrazioni dell’album successivo ed un tour di più di un mese tra agosto e settembre in Nord America: Atlantic City, Philadelphia, Cincinnati, Denver, Indianapolis, Milwaukee, Chicago, Detroit, Toronto, Montreal, Pittsburgh, Baltimora, Boston, Cleveland, New Orleans, Kansas City, Dallas e, infine, New York. Appena rientrati fine registrazioni di “Beatles For Sale” ed inizio di un tour in Gran Bretagna fatto di piccole, medie e grandi città: Hull, Edimburgo, Dundee, Glasgow, Leeds, Brighton, Exeter, Plymouth, Bournemouth, Ipswich e via di seguito fino a fine anno tra show televisivi, radiofonici ed altro ancora.

Finisce l’anno ed i Beatles possono tirare il fiato. Ma solo momentaneamente. I primi sei mesi del 1965 saranno dedicati al nuovo progetto discografico-cinematografico voluto caparbiamente da Brian Epstain, ma non disdegnato dai ragazzi. Il manager era fermamente convinto, ed i fatti gli davano ragione, che il cinema fosse uno dei possibili sviluppi in cui incanalare il successo dei Fab Four. Teniamo sempre ben presente che fino a quel momento, e nonostante il successo ormai planetario, i Beatles erano solo un gruppo pop con navigazione a vista. Oggi grande successo, domani chissà. Roba di moda, la musica.

I Beatles sul set

Invece “A Hard Day’s Night”, il primo film, era stato un grandissimo successo. Girato in pochissimo tempo (sette settimane), quasi tutto in interni, con un budget di appena 500 mila dollari ne aveva incassati quasi 12,3 milioni! E allora, con il film ancora nelle sale, parte il nuovo progetto. Stavolta le cose si fanno in grande stile: 1,5 milioni di dollari per due mesi di riprese, con location tra Londra, le Bahamas, l’Austria e la campagna inglese dalle parti di Salisbury.

E allora soffermiamoci qualche riga su questo film. La trama: una setta indiana dedita al sacrificio umano scopre, nel bel mezzo di una funzione, di non poter offrire nulla alla sua divinità perché la vittima designata non indossa l’anello sacrificale. Chi è il fortunato possessore di questo anello? Ovviamente Ringo. E allora la setta, con il gran sacerdote a capo, si trasferisce a Londra per recuperarlo. Ahilui, al povero Ringo l’anello non esce più. Perciò cambio di programma ed il batterista diviene, su due piedi, il sacrificando. Il film regge per i primi 20 minuti, finché i quattro, abbastanza inconsapevolmente, respingono gli attacchi degli adepti che tentano di sradicare l’anello dal dito di Ringo. Alcune scene, diciamo alcune gag, sono molto divertenti. Poi si perde in un guazzabuglio tra la commediola e 007, dal quale si salvano solo le canzoni.

Un errore colossale per il gruppo. Ma la gente non se ne accorge ed il film esce nelle sale con premiere a Londra il 29 luglio del 1965. Incasserà altri 12 milioni di dollari. Ed i Beatles ne resteranno talmente schifati da chiudere con il cinema per parecchio tempo (fino a “Magical Mistery Tour”) e solo a patto di avere il controllo totale sull’opera.

Si salvano, appunto, solo le canzoni.

"Ticket To Ride": il singolo

I Beatles iniziano ad inciderle il 15 febbraio del 1965, pochi giorni prima di trasferirsi alle Bahamas per iniziare le riprese. Ed anticipano l’uscita del film con un 45 giri fondamentale. “Ticket To Ride / Yes It Is” contiene due canzoni memorabili, scritte da Lennon con (pochi) contributi di McCartney. La prima, dalla quale i critici “quelli veri” fanno scaturire l’hard rock è uno dei brani migliori prodotti dai quattro fino a quel momento. “Yes It Is” riprende la tradizione iniziata con “This Boy”: il brano alla “Everly Brothers” dove la vocalità straordinaria di John, Paul e George da il suo meglio. Inutile dirlo: n° 1 nella classifica inglese ed americana dei singoli.

Poi incidono due brani che non verranno mai pubblicati, se non in maniera piratesca su alcuni bootleg e poi definitivamente sul secondo volume dell’”Anthology”: “That Means A Lot”, brano piuttosto sfilacciato di Paul e “If You’ve Got Trouble”, scritta da Paul e John, come ipotesi di numero di Ringo per l’album.

L’incisione dei brani della colonna sonora del film continua sfruttando le pause delle riprese. Per i missaggi finali si completa il lavoro tra maggio e giugno del 1965. L’uscita dell’album avviene la settimana successiva all’uscita del film nelle sale.

“Help!”, la title track, è il primo dei due brani scritti “alla Dylan” da Lennon per questo album. E’ notorio quanto John fosse ispirato da Dylan in quei tempi. “I’m A Loser”, su “Beatles For Sale”, era il primo tentativo di scrittura di ballata folk-country. Così anche “Help!” era stata impostata come una ballata. Ma quelli dei Piani Alti (anche i Beatles ne avevano) avevano deciso che il brano principale dell’album e che avrebbe dato anche il nome al film non poteva per nessun motivo essere un brano lento. Così inviarono George Martin a dire ai ragazzi che la canzone andava sveltita. “Suvvia ragazzi, un po’ di ritmo!!!” deve aver detto Sir George ai quattro. Detto, fatto! “Help!” è uno straordinario brano rock, costruito magistralmente. Dall’intro a botta e risposta alla strofa con il coro in anticipo sui versi del cantato al ritornello all’arpeggio di George tra una strofa e l’altra e al cambio di atmosfera sui primi versi della terza strofa, dove probabilmente si riprende lo spirito proposto inizialmente da Lennon. La canzone, nonostante l’andamento giocoso, è un grido d’aiuto lanciato da Lennon, in quel momento in piena crisi esistenziale tra una notorietà che lo strangolava ed il rapporto con la moglie giunto ormai al capolinea.“The Night Before” è un bel rock rotondo e poco convenzionale (non è costruito sui soliti tre accordi) di Paul. Curiosità: l’assolo di chitarra è suonato dallo stesso McCartney.

la locandina del film

A mio avviso “You’ve Got To Hide Your Love Away” è il vero capolavoro dell’album. Molto dylaniana, acustica nel midollo, ha una melodia favolosa ed è impreziosita dall’assolo finale di flauto. Grande (e semplice) arrangiamento, con la voce graffiante di John su tutto.

Fino a quel momento Harrison si era provato nella scrittura solo con “Don’t Bother Me”, su “With The Beatles”. “I Need You” è scritta da George per Pattie Boyd, la ragazza conosciuta sul set del film precedente e che poi sposerà nel 1966. Anche questa canzone è molto semplice, ma ha una sua melodia di gran respiro. Diciamo una “Here Comes The Sun” in anticipo sui tempi. “Another Girl” è un twelve-bars sulla scia di “Cant’t Buy Me Love”, ma non con la stessa incisività.

I Beatles erano ancora nella fase in cui Lennon scriveva canzoni di gran lunga migliori di quelle di McCartney. E “You’re Going To Lose That Girl” è una di queste: semplice, tutta giocata sul botta e risposta e con un incedere soul che è una delizia. Unico neo il passaggio tra la strofa ed il ritornello piuttosto sgraziato. Di “Ticket To Ride” ho già parlato. La risposta di Lennon alle nuove sonorità più decisamente rock e aggressive proposte dai gruppi che cominciavano a farsi avanti, Animals, Stones e Yardbirds su tutti.

Qui terminerebbe la colonna sonora del film. Gli americani, più quadrati, fanno uscire il disco come la vera colonna sonora del film: alle sette canzoni vengono aggiunte altre tracce orchestrali che si ascoltano durante il film. Ma in Europa, e soprattutto nel Regno Unito, vogliono un altro album dei Beatles vero e proprio. E allora spazio ai “riempitivi”.

Per carità, alcuni decisamente di lusso. “Yesterday”, capolavoro assoluto, la leggenda vuole che Macca si sia svegliato una mattina con tutto il brano in testa. Ovviamente la melodia, ma completa. Ed il brano era talmente bello che gli altri tre lo ascoltarono in silenzio solo voce e chitarra. E così gli proposero d’inciderla. Poi fu George Martin a consigliare il quartetto d’archi. Scrissero l’arrangiamento a quattro mani ed in due sessioni di registrazioni il brano fu confezionato. Poi c’è “I’ve Just Seen A Face”, sempre di Paul, un brano country&western veloce, dalla bella melodia e dal grande arrangiamento acustico.

il nuovo look

Ma il resto è piuttosto scadente. “Act Naturally”, il numero di Ringo (che verrà anche utilizzato dal vivo nel successivo tour negli States), è una cover di un banalissimo brano country, resa un po’ più briosa dell’originale dai Beatles. “Dizzy Miss Lizzy” è un classico R’n'R anni Cinquanta di Larry Williams, che costituirà uno dei numeri più scatenati dal vivo, ma che sul disco è piuttosto pesante nell’arrangiamento, anche se John la canta alla grandissima. “It’s Only Love” di John è un brano piuttosto scontato, così come “You Like Me Too Much” di George e “Tell Me What You See” di Paul. Riempitivi, appunto.

Insomma, un album decisamente di transizione. I Beatles in quel momento sono un gruppo all’alba di un grande cambiamento. Dalle piccole cose: cambiano look! Sono stufi di giacca e cravatta. I nuovi abiti di scena sono delle curiose giacche di taglio militare color vinaccia senza risvolti, da indossare sopra una maglia nera. Ma, estendendo l’orizzonte, sentono che i panni della pop star cominciano ad andargli stretti. Sentono chiaramente che, al di la delle pretese del loro manager, vogliono essere Musicisti. Il 45 giri comincia ad essere un formato troppo riduttivo per le loro ambizioni. Ed anche musicalmente cominciano a sperimentare nuove idee, nuove sonorità. George, durante le riprese, si trova tra le mani un sitar. Da lì inizia il suo lavoro alla scoperta dell’India e della spiritualità. E così anche il quartetto d’archi per “Yesterday” apre nuovi orizzonti per Paul mentre John vuole dire nuove cose.

Per concludere qualche dato statistico: “Help!” vende oltre 3 milioni e mezzo di copie per fermarsi solo a Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, per 6 dischi di platino ed uno d’oro. Ovviamente n° 1 in tutte le classifiche. Oltre “Ticket…”, anche “Help!” e “Yesterday” usciranno come singoli (la posizione serve?) d’oro.

“Help!” uscirà il 6 di agosto del 1965 ed il 14 raggiunge subito il n° 1 in classifica, con “Beatles For Sale” al decimo posto. In mezzo c’è Dylan con “Bringing It All Back Home”, due album di Joan Baez (un terzo era al 18° posto, i tempi stavano per cambiare) e gli Animals. Dietro di loro (undicesimi) gli Stones. Rimarrà in vetta fino al 9 ottobre per nove settimane consecutive, superato da una colonna sonora. Fino al 13 novembre occuperà la posizione n° 2, tenendosi dietro gli Stones di “Out Of Our Heads”  (quello di “Satisfaction”) mentre arriva “Highway 61″ di Dylan. Continuerà a stazionare tra il 2° ed il 3° posto fino al 18 dicembre, quando verrà superato dal nuovissimo “Rubber Soul”. E quando quest’ultimo andrà in vetta nella classifica di Natale del 1965, i Beatles avranno due album nei primi quattro della classifica.

E da “Rubber Soul” sarà veramente un’altra storia.

 

 

 

Il Disco del Mese: “Crache Ton Venin” (1979)

23 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Un disco francese? Di Rock francese? Si, francese, di Rock francese.

I Téléphone risultano a tutt’oggi il gruppo rock francese più famoso in patria e, soprattutto, fuori dal paese. Tre ragazzi ed una ragazza (Jean-Louis Aubert, Louis Bertignac, Richard Kolinka e Corine Marienneau) si trovano a Parigi sul finire del 1976. Jean-Louis e Richard hanno un’idea curiosa: suonare la loro musica in giro per la città ovunque capiti. Una specie di “porta a porta”, una versione pre-Internet del “passa parola” che oggi è alla base di ogni fulminea carriera nel mondo del Pop e del Rock. Hanno bisogno però di qualcun altro e trovano così in Louis e Corine, in fuga dal loro gruppo, i giusti partner.

Nel giro di pochissimo tempo i quattro riescono, grazie al loro rock alternativo ed energico ed ai testi socialmente impegnati, nel loro intento: successo (locale) e relativo contratto discografico. Particolare non insignificante: il contratto è con la EMI, decisamente non una casa discografica qualunque.

Il primo album, inciso in quindici giorni, vende 500 mila copie e arriva dritto dritto fino al secondo posto delle classifiche francesi guadagnandosi un disco d’oro. I ragazzi suonano ovunque, totalizzano un numero impressionante di concerti. Diventano un fenomeno. La scelta (intelligente) della EMI è quella di non chiuderli subito in studio per sfruttare con un nuovo album l’onda lunga del successo del primo. Sanno di non avere a che fare con una band qualsiasi.

“Crache Ton Venin” esce nei negozi ad aprile del 1979. Inciso anche questo in quindici giorni, risente del sound immediato  dei tanti concerti fatti. I Téléphone sono essenzialmente una band “live”, i loro concerti fanno un tutto esaurito dietro l’altro: naturale, e pienamente riuscito, il tentativo di riprodurre in studio la loro dimensione ideale.

Poi, per carità, i quattro non si inventano molto: il loro rock è una fresca commistione di Stones e Who, mediati dall’esperienza punk appena esaurita. Ma c’è energia da vendere e, cosa non ancora detta, le canzoni funzionano alla grande.

L’album si apre con la title-track, un breve crescendo di chitarre e poi entra la sezione ritmica, sulla quale le due chitarre sporche il giusto intarsiano il riff d’apertura. Uno stop e la batteria trasforma il ritmo della strofa in un raggae veloce (i Police erano in circolazione da poco e “Reggatta de Blanc” sarebbe stato nei negozi solo ad ottobre), che si apre poi nel riff iniziale per il ritornello. Personalmente trovo il suono e l’arrangiamento delle due chitarre molto piacevole, il brano rock “ideale”, molto elaborato con parecchi cambi di tempo e d’atmosfera.

“Fait Divers” ha ancora gli Stones nel cuore. L’attacco e il ritornello sono decisamente killer, la storia raccontata è molto triste. “Je Suis Parti De Chez Mes Parents” è un rock’n'roll scatenato, anche questo molto curato nell’arrangiamento. “Facile” è un rock dal tempo spezzato molto ben suonato e cantato, con un gradevole breve assolo di chitarra dall’accento bluesy. “La Bombe Humaine”, tratto da una novella di fantascienza scritta dallo stesso Jean-Louis Aubert, inizia lento, giusto per tirare un po’ il fiato. Come nella migliore tradizione dalla seconda strofa diventa una ballata elettrica, per arrivare ad un crescendo finale che riprende vagamente “I Want You” e “I’ve Got a Feeling” dei Beatles. Bello il finale a due voci.

“Je Sais Pas Quoi Faire” è ancora un rock’n'roll ispirato ed orecchiabile, con un intermezzo strumentale dove ancora gli Stones di “Brown Sugar” dimostrano di aver fatto scuola. “Ne Me Regarde Pas” inizia molto Who, con il ritornello costruito sul riff delle chitarre ed una strofa cantata da Corine. La risposta arriva con “Regarde-Moi” immediatamente dopo, pop veloce ma sostanzialmente un riempitivo (uno è sempre perdonato, via). E, tecnicamente, un brano “minore” risulta molto comodo per il gran finale, dove le atmosfere cambiano abbastanza radicalmente.

“Un Peu De Ton Amour” è un funky sinuoso con le chitarre molto pulite, cantato a più voci, con una grandissima melodia che sorregge strofa e ritornello ed un bell’assolo di chitarra. “Tu Vas Me Manquer” inizia chitarra e voce per poi accendersi di nuovo in un funky scatenato ma con una slide che inserisce quella nota “destabilizzante” che rende il brano particolare.

Per concludere un gran disco, molto vario e molto ben suonato, che rende perfettamente l’atmosfera dell’energia prodotta dal gruppo nei suoi concerti.

Ultime considerazioni: l’album vende stavolta 500 mila copie in Francia (2° posto in classifica) e 500 mila copie nel resto del mondo, cosa non da tutti i giorni. Complessivamente gli album dei Téléphone fino alla separazione (cinque album + 2 live fino al 1986) venderanno 6 milioni di copie. Jean-Louis Aubert nella sua quasi trentennale carriera successiva ne venderà solo 3 milioni. Inoltre l’altro chitarrista, Louis Bertignac, in veste di produttore, sarà la causa principale del successo (ahimè) di Carla Bruni.

Per finire due aneddoti:

il mio poster

1) vidi i Téléphone nel 1982 (o forse 1983) al Teatro Tenda Seven Up al Villaggio Olimpico, in una serata piovosa e fredda. Sotto il tendone, grazie al loro sound “torrido”, si bolliva letteralmente con una produzione più che di condensa di nebbia vera e propria. Un concerto stranissimo, senza alcun orpello, neanche le luci. Solo loro quattro sul palco e le luci accese in sala. Favoloso. Tornando a casa strappai un manifesto dal muro e ne feci un poster che adornò la mia stanza per i successivi dieci anni.

2) in promozione per il loro terzo album suonarono al programma televisivo del pomeriggio dell’allora appena nato Canale 5. Il programma era presentato da Augusto Martelli, che quando vide Corine Marienneau al basso, e soprattuto, dopo che ebbero suonato “Au Coeur De La Nuit” (il loro singolo del momento), affermò: “Ma tu suoni il basso come un uomo!”. Al che la ragazza rispose, con quella grazia tipicamente francese (luogaccio comune): “No, io suono il basso come si suona il basso”. Ed il nostro, in difficoltà per la gaffe appena fatta, rincarò la figuraccia aggiungendo: “No, nel senso che lo tieni a sinistra, mentre notoriamente le donne lo tengono a destra”. Giuro che è vero.

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