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Archivio per la categoria ‘Progressive’

Prog News

26 Gennaio 2017 Nessun commento

Il 2017 parte per me con una gradevole scoperta.

Il Progressive è sempre (e da sempre) uno dei miei generi preferiti. Ascolterei Genesis e Yes per giorni, ma cerco di tenermi anche aggiornato attraverso una bella rivista inglese che si chiama semplicemente “PROG” ed è edita da quelli di TeamRock.

Devo dire che, ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. Non riesco ad entusiasmarmi né per gli Opeth, vincitori del Poll della rivista negli anni passati, né per le prove recenti (sempre osannate) dei Marillion. Così resto leggermente freddo anche nei confronti di Steven Wilson che, ok, è bravissimo e fa un milione di cose (produce, rimasterizza gli album storici dei Jethro Tull, compone, suona la chitarra, ecc ecc ecc) però un suo album dall’inizio alla fine non riesco ad ascoltarlo. Oppure i MUSE, i cui album stazionano perennemente nella speciale classifica della rivista dei migliori 30 album di Prog in circolazione. Li trovo inutilmente lirici e troppo elettronici.

E poi che dire, il Progressive ormai si è evoluto in mille sfaccettature diverse (symphonic-prog, metal-prog, jazz-prog, punk-prog, bluegrass-prog), ogni genere ha praticamente la sua versione Progressive.

Bene, tutto ciò per raccontarvi di un gruppo che, dalle pagine elettroniche della rivista, ha attratto la mia attenzione. Loro sono i Syd Arthur. Inizialmente mi ha attratto il nome, pensavo fosse ispirato da una commistione tra antico e fatato (Re Artù) e musicalmente affascinante (i Pink Floyd gestione Syd Barrett). Invece, approfondendo, ho scoperto che in realtà deriva da Siddartha e dal leader dei Love Arthur Lee.

La loro origine è Canterbury, dove fiorì dal finire degli anni Sessanta una corrente del Prog di cui facevano parte gruppi come Caravan, Camel, Gong, Soft Machine e Hatfield and The North (tanto cari a Jonathan Coe). Tale corrente era caratterizzata dall’immissione nel genere di sonorità e strutture derivanti dal Jazz e dal Folk, ed una maggiore solarità rispetto alla seriosità dei gruppi in quel momento dominanti.

E allora i Syd Arthur fanno propria la lezione dei padri (dei nonni?) e suonano un Pop-Prog dai tempi spezzati e dalle sonorità molto raffinate. Il gruppo è attualmente formato dai tre fratelli Magill, Liam (chitarra e voce principale), Joel (basso) e Josh (batteria), e da Raven Bush che con le sue tastiere, il violino ed il mandolino colora ogni brano in maniera sempre particolare.

Ho ascoltato il loro ultimo album dal titolo “Apricity”, uscito ad ottobre dell’anno appena concluso. Devo dire che si tratta di un ottimo album. Un Progressive moderno, rispettoso del passato e sicuramente ispirato, ma aggiornato nei suoni. Repentini cambi di tempo, elettronica e acustica onestamente dosati, begli intrecci tra tastiere, chitarre e violino, tempi dispari in abbondanza a movimentare la tessitura dei brani. Se a tutto ciò si aggiungono melodie per nulla scontate, una gradevole solarità e la voce del cantante molto particolare, il risultato è un ottimo disco.

Tra le mie preferite l’iniziale “Coal Mine”, “Plane Crash in Kansas” (come concentrare moderno Prog in un brano di poco meno di tre minuti), la psichedelica “Sun Rays”, la diafana “Into Eternity”. Poi l’ariosa “Rebel Lands”. Ma tutto l’album si mantiene su di un ottimo livello.

Consigliato.

Gregory Stuart “Greg” Lake (1947 – 2016)

16 Dicembre 2016 1 commento

Sarebbe molto semplice dire, parafrasandolo, “C’est La Vie”….

Provo a spiegare in pochi semplici punti il perché la morte di Greg Lake sia una perdita immensa per il Patrimonio Musicale Universale.

Innanzitutto dal punto di vista storico. Greg Lake è stato uno dei pochi che poteva dire di aver fatto la storia del Rock (e del Progressive in particolare) non in un gruppo, ma in ben due. E che gruppi: King Crimson prima ed Emerson, Lake e Palmer poi. Si, forse anche Bill Bruford (Genesis, King Crimson, Yes ed anche qualcos’altro) ma per me è stato più un turnista di enorme livello. Invece Lake ha caratterizzato i gruppi di cui ha fatto parte. Inoltre è stato personaggio decisamente influente: tra i fondatori della Manticore, una delle principali case discografiche che tanto ha contribuito all’esplosione del Progressive ed alla sua affermazione, è riuscito a valorizzare a livello internazionale anche band italiane come Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi che, altrimenti, sarebbero rimaste confinate in Italia. Perciò andiamo avanti.

Sicuramente dal punto di vista tecnico e di scrittura. Bassista e chitarrista di ottima fattura. Ascoltare il lavoro su “Pictures At An Exhibition” di EL&P o su “In The Court Of The Crimson King”. Di classe, di grandissima classe. Sicuramente non la prodigiosa tecnica di Chris Squire o di Geddy Lee, ma la nota giusta al posto giusto e con il tocco giusto. E non è poco. Dopotutto negli EL&P c’erano già due strumentisti di debordante personalità (Emerson e Palmer), talmente debordanti da lasciare pochissimo spazio. E allora Lake contribuiva con la magia della preziosità dei suoi arpeggi di chitarra acustica o anche del semplice strumming. Ascoltare per favore “The Sage”, “C’Est La Vie” o la celeberrima “From The Beginning”, perfetto esempio di come un gruppo Prog possa produrre un brano Pop di cristallina purezza. E ancora, il primo album dei King Crimson è a firma di tutto il gruppo, ma gli inserti di Lake sono decisamente evidenti.

Sicuramente dal punto di vista vocale. Una voce potente e profonda, di grande estensione. “The Sheriff” da questo punto di vista, a mio parere, è una delle migliori incisioni di EL&P. Così come “A Time And A Place” da “Tarkus”. E poi “21st Century Schizoid Man” dal primo album del Re Cremisi. Come si libra poi sull’arpeggio della title track. Insomma, un cantante spaventoso, dalla forza e dall’espressività inusuali.

Non da ultimo dal punto di vista della classe. Nonostante abbia attraversato la stagione più turbolenta del Rock (fine anni Sessanta e Settanta), è riuscito a far parlare di sé solo per la musica. Mai eccessi, solo passione per il suo lavoro. Sempre disponibile anche alla collaborazione (anche Bob Dylan e Ringo Starr, tanto per dire). Raccontava in un’intervista di qualche tempo fa che una mattina del 1983 gli si era presentato a casa Carl Palmer di buon’ora. E così, come se nulla fosse (“come se gli avesse dovuto chiedere in prestito una chitarra…” ricorda Lake), gli disse che gli Asia, gruppo nel quale in quel momento suonava insieme a John Wetton (ex Family, King Crimson, UK e Uriah Heep), Steve Howe (ex Yes) e Geoff Downes (ex Yes e Buggles), avevano un piccolo problema: un tour di una decina di date in Giappone e qualche problema con Wetton per “divergenze artistiche”. Che ne pensava Greg di unirsi a loro per sostituirlo? Detto fatto. Pochissime prove e via. Su YouTube è possibile trovare circa un’ora del concerto del Budokan oltre a vari altri estratti che documentano il tour.

Come al solito, nella sfortuna, fortunatamente per noi resta una quantità di documentazione enorme audio e video consegnata all’eternità.

 

Novità dal Mondo Prog

20 Giugno 2016 2 commenti

Pochi giorni fa un amico, da questo momento nominato “Segugio Ufficiale” di questo blog, mi ha inviato il link ad un video su YouTube commentando “Cresciuti a pane e Genesis, che ne dici?”.

Siccome la parola “Genesis” nella quasi totalità dei casi mi innalza il livello d’attenzione (credo sia proprio una “deformazione” dovuta all’ascolto continuo ed approfondito di quella musica meravigliosa che è il Prog, vecchio o nuovo che sia) ho immediatamente cliccato sul link.

Il Segugio aveva perfettamente ragione. Ho potuto ascoltare un esempio molto interessante di Prog Sinfonico Moderno. E, sorpresa delle sorprese,il gruppo che ha prodotto “The Longest Sigh” (questo il titolo del brano, tra l’altro associato ad un video molto molto bello) è italiano.

Loro sono i Barock Project, gruppo nato nel 2004 a Bologna per iniziativa di Luca Zabbini, tastierista stregato da Keith Emerson. Molto preparato, come dice un altro mio carissimo amico che lo ha conosciuto in quel di Bologna “…un musicista vero, nel senso che ha studiato come si deve al conservatorio e tutto il resto . Sa fare alla grande i pezzi di Keith Emerson e tutto quello che c’è di più tecnico”.

E così è.

Dopo vari cambi di formazione i Barock Project sono arrivati ad una line-up stabile che comprende oltre a Zabbini alle tastiere e voce, Luca Pancaldi (voce potente quasi hard-rock), Marco Mazzuoccolo (chitarre), Francesco Caliendo (basso) ed Eric Ombelli (batteria) tutti dotati di grandissima tecnica. Un Supergruppo.

Dopo tre album (“Misteriose Voci” 2007, “Rebus” 2009 e “Cofee in Neukolln” 2012) sono arrivati a “Skyline”, che contiene “The Longest Sigh”, nel 2015. Piccola appendice: proprio in questi giorni è uscito un monumentale album live dal semplicissimo titolo “Vivo” che in un paio d’ore di ottima musica ripercorre tutti i brani essenziali della loro carriera, compresa una versione speedy di “Los Endos” dei Genesis post-Gabriel, con grande spazio appunto per “Skyline” del quale vengono riprodotti 6 brani su 10.

Devo dire che, senza aver ascoltato gli album precedenti per cui senza conoscere la loro evoluzione, l’album è molto gradevole. Un po’ quello che un patito di Prog Sinfonico sogna di ascoltare. Suonato benissimo, senza entrare nel dettaglio dei singoli brani, l’album è un susseguirsi di cambi di ritmo, fughe tastieristiche, esplosioni di colori, variazioni d’atmosfera, melodie. Insomma, tantissime cose. Compresa la partecipazione di un ospite d’onore quale Vittorio De Scalzi, voce storica dei New Trolls, che canta proprio nella title-track nella lunga parte introduttiva acustica.

Un piccolo neo? Per forza, ne devo parlare, altrimenti non sarei completamente franco.

Il gruppo è dotato di grandissima tecnica (Zabbini in testa), ma percorre in parecchi casi territori già molto conosciuti. Per esempio “Overture” è decisamente PFM, quella muscolosa e mediterranea di “Celebration” per intenderci. “Skyline” invece suona parecchio Jethro Tull sia nella parte acustica che nella parte elettrica, mentre in “Gold”, brano di apertura, sembra di ascoltare qualcosa di più moderno, tipo Pendragon o roba simile. Così come la già citata “The Longest Sigh”. Invece “Roadkill” occhieggia i Marillion del dopo Fish. “The Sound Of Dreams” è tra Jethro e Genesis. “Spinning Away” starebbe alla grande su di un disco degli IQ (tipo “Subterranea”) oppure in un musical di Lloyd Webber.

Insomma, i ragazzi sono fantastici, suonano alla grandissima e compongono splendidi brani. Forse però servirebbe un po’ più di “Anima”. Ed allora il mio amico dice “…allora ascolto gli originali”. Ed invece a me stanno benissimo i Barock, perché sono sempre alla ricerca di qualcuno che sappia interpretare questo genere in maniera espressivamente rilevante, facendomi provare qualcosa.

Perché, e concludo, l’Emozione per me dai Barock Project arriva. Perché? Semplice, li trovo estremamente Brillanti. Ecco, questo è il termine giusto: Brillanti.

 

 

Keith Emerson (1944 – 2016)

14 Marzo 2016 2 commenti

Periodaccio. Un altro Immenso che se ne va. Un amico mi ha lasciato un commento in bacheca talmente sentito che non potevo che farlo diventare un vero e proprio post di questo blog. E allora spazio ad un nuovo collaboratore (AJ) che sentitamente ringrazio per questo contributo.

Rischio di essere OT, ma la tristezza è tanta lo stesso.

Musicalmente nasco negli anni ’70. Si, ho saltato a piè pari – salvo ritornarci dopo – il R&B, il folk e tutto il rock basso, chitarra e batteria. Per carità ascoltavo come tutti “Michelle”, “Yesterday” e  ”Angie”, ma prima dell’avvento dell’organo Hammond semplicemente non ero dentro la musica.
Diciamolo chiaramente: sono un figlio di Jon Lord. E’ grazie a lui che mi sono avvicinato ed esaltato per il Rock. E’ quel suono, il mix di quei timbri, quella sua capacità unica di connotare l’hard rock, il prog, il rock psichedelico che lo rende per me lo Strumento di eccellenza di un complesso Rock.

Caro Fernando, come te ho avuto una folgorazione davanti “Child in Time”. E la mi sono fermato, adorando solo gruppi dove le tastiere avevano un ruolo chiave e centrale.
Oggi mi fermo di nuovo. Di tutti i maghi delle tastiere considero Keith il più grande: tecnica, istrionicità, genio. La sua scomparsa resa drammatica dal gesto estremo gonfia il cuore di dolore: è stato il compagno di tante serate di air keyboard, colui a cui mi rivolgevo nei momenti di blues, e con cui mi esaltavo dopo un otto in latino (è successo poche volte invero).

Ho lottato per difenderlo da chi lo accusava di inutile pomposità e di barocchismo, e urlato per dimostrare la sua superiorità rispetto a Wakeman, Wright e Banks.
La mia scarsa cultura musicale non mi consente di spiegare la tecnica sopraffina (lascio a Fernando il compito) ma credetemi sulla parola.

C’est la vie, avrebbe detto il suo amico Greg, ma è sempre più dura.

                                                                                                                                                                                           AJ

Classifiche 2015: Estero

29 Dicembre 2015 5 commenti

Come per l’anno scorso, è  giunto il momento delle cose migliori ascoltate durante questo 2015. O per, sempre come regola introdotta per la classifica 2014, mostrare apprezzamento per quanto uscito nel 2014 ed ascoltato meglio durante il 2015. Tanto faccio tutto io, perciò…

Per complicarmi meno le cose, al posto delle quattro (Italia, Estero, Live e Ristampe: 4!!!!) classifiche dell’anno scorso, per il 2015 riduco a due (Italia ed Estero) senza distinguere tra studio, live e ristampe: c’è quel che c’è…

Estero   –   8° posto:   “Cradle To The Grave”   (The Squeeze – 2015)

Due graditi ottimi ritorni per le prime due posizioni esaminate. The Squeeze tornano con una formazione nuova di zecca ed affrontano il primo album con materiale inedito dopo “Domino” del 1998. Mio figlio D, nato proprio nel 1998, oggi ha 17 anni e poco più: per avere un nuovo album degli Squeeze ho dovuto aspettare che mio figlio diventasse praticamente maggiorenne. E’ francamente troppo tempo. Ho comprato l’album a scatola chiusa e poi non ho avuto il coraggio di metterlo nel lettore. Cosa avrei trovato? Sapete come la penso sui dinosauri. Ma poi ho pensato: Tilbrook e Difford (i Lennon-McCartney di fine Settanta-Ottanta) non sono propriamente ancora dei dinosauri (1957 e 1954 rispettivamente gli anni di nascita): mio fratello è del 1953 e considero “giovane” chiunque sia nato dopo di lui. Ed allora ho ascoltato l’album. Bello, bello, bello. Non sale di più in classifica perché ho lasciato le posizioni più alte per leve più fresche. Però il loro spirito new wave-beatlesiano è splendidamente attuale ed intatto, vagamente arrugginito forse, ma intatto. Per ora non vi dico altro, ma è in via di completamento un post dedicato.

Estero   –   7° posto:   “Fast Forward”   (Joe Jackson – 2015)

Ecco il secondo gradito ottimi ritorno. AJ ha giustamente ricordato (andate a leggere il commento al post precedente, quello con la foto del biglietto del prossimo concerto a Roma di Joe) come sia stato lui a ricordarmi che questo immenso autore, cantante e musicista (in ordine di importanza), non andasse dimenticato definitivamente. Bene, e allora sono andato ad ascoltarmi questo nuovo “Fast Forward”, prima di comprare il biglietto per il concerto. Il disco è bellissimo. E’ diviso in quattro parti, una per ogni città nella quale Joe Jackson ha inciso l’album (New York, Amsterdam, Berlino e New Orleans) con quattro gruppi diversi di musicisti. Tra questi spiccano Graham Maby al basso e Bill Frisell alla chitarra (New York), Greg Cohen (basso – Berlino), l’Orchestra Reale di Amsterdam e molti altri. In ogni caso il disco mantiene un’unitarietà compatta, assolutamente ed indissolubilmente legata ai suoni cui Joe Jackson ci ha abituato nei suoi anni migliori. Per quanto mi riguarda ha lo spessore delle sue cose migliori (“Body And Soul” e “Night And Day”) e riesce a non annoiare mai: grande risultato se si pensa che si tratta di sedici canzoni.

Estero   –   6° posto:   “3 Shots”   (Hollis Brown – 2015)

Quattro ragazzi di New York in giro dal 2009. Prendono il nome da una canzone di Bob Dylan (“The Ballad of Hollis Brown”), il che già di per sé rappresenta una dichiarazione d’intenti. Quattro dischi all’attivo. Non incidono per le Major. Le loro case discografiche si chiamano “Vibe Theory” o “Alive”. Per questo quarto album sono passati alla “Jullian Records”: gli servirà ad imporli al grande pubblico? Difficile, però hanno un loro seguito nell’ambito dell’indie rock e ad ascoltarli hanno i numeri giusti. Le canzoni sono di ampio respiro, nel solco della tradizione folk-rock che scende da Dylan passando per i Byrds ed arrivando ai REM. Le canzoni sono gradevoli. La musica c’è, le emozioni pure. Si fa ascoltare molto volentieri.

Estero   –   5° posto:   “Delilah”   (Anderson East – 2015)

Questo giovincello dell’Alabama (classe 1988) piazza a sorpresa un album di Vintage Soul classico, senza fronzoli ma solo con tanto rispetto e passione per il genere. Strumentazione originale, incisione analogica, studi (nel senso sia di preparazione che di luoghi fisici in cui registrare) giusti. Brani azzeccati, in particolare la mia preferita è “Satisfy Me”. Molto bella anche la voce. Certo, si dirà, non ha fatto nulla di particolarmente originale e forse è anche un po’ “ruffianello”. Ok, aspettiamolo alla seconda prova e vediamo se si tratta di un fuoco di paglia o se acquista spessore. Si, lo so, qualche tempo fa ho preso la cantonata di Jake Bugg. Ok, perseverare è diabolico.

Estero   –   4° posto:   “Wilder Mind”   (Mumford & Sons – 2015)

Disco controverso: andatevi a leggere le recensioni del pubblico su Itunes. Ne ho già parlato tempo fa (“Recensioni pt. 3″ – Maggio 2015). Posso “autocitarmi”? Si, posso. E allora recupero esattamente quanto scritto allora: “…cosa rende un gruppo, o un artista, “grande”? A mio parere il fatto di riuscire nell’intento di rendersi riconoscibile indipendentemente da cosa suoni. Ovvero è tutta una questione di stile. Anzi, di Stile. con la S maiuscola…in “Wilder Mind” sono assolutamente loro, al 100%. Uguale la voce di Marcus Mumford che caratterizza i brani in maniera unica, stessa vena melodica, stessa capacità di rendere l’ascoltare parte integrante dell’album.”. Non cambio di una virgola quanto detto dopo aver ascoltato e riascoltato l’album per quasi sette mesi.

Estero   –   3° posto:   “The Last Of The Outlaws”   (Railroad Earth – 2014)

Non solo l’album è del 2014, ma la data di uscita è 14 gennaio. Perciò bello stagionato. Devo dire però che la stagionatura ha fatto il suo dovere, perché si tratta di un grandissimo album di un grandissimo gruppo che ho iniziato a seguire negli ultimi mesi. Da quando? Da quando il mio genere preferito è diventato il “Progressive Bluegrass” (vedi sotto il 1° posto) e da quando il gruppo ha collaborato ad un altro immenso disco di questo 2015 (vedi sotto il 2° posto). Inoltre, il che non guasta, quest’album ha la miglior cover del biennio. Una cover che sa di grandi spazi come solo una certa idea degli Stati Uniti può evocare. E, soprattutto, come la musica dei Railroad Earth riesce a rendere emozione. L’album è splendido, una commistione di generi dove l’acustico predomina e dove troneggia una suite di oltre 20 minuti (“All That’s Dead May Live Again” e “Face With a Hole”), divisa in sette movimenti, dalle sonorità celtiche con violino, flauto e mandolino in evidenza che poi si allarga su spazi più rock. Mi piacerebbe ascoltarli dal vivo.

Estero   –   2° posto:   “Ashes And Dust”   (Warren Haynes – 2015)

Stavolta non mi autocito (che esagerazione) però andatevi a leggere “Un Omone” (settembre 2015). Gran disco di un chitarristaccio blues dalle mille sfaccettature che, scopriamo, sa essere intimo songwriter di classe. Neanche una canzone fuori luogo. Ed il sound sporco e graffiante dei suoi Gov’t Mule sostituito dal calore e dalla profondità dei Railroad Earth che, insieme alla chitarra di Haynes, creano un melange che ti arriva dritto al cuore. Disco perfetto in ogni suo passaggio, destinato al primo gradino del mio podio ideale se, sulla sua strada, non avesse trovato….

Estero   –   1° posto:   “The Phosphorescent Blues”   (Punch Brothers – 2015)

…questo miracolo della discografia universale (vedi “Un Pugno Che Non Fa Male” – Marzo 2015). Punch Brothers sono, per me, gruppo dell’anno 2015. Un disco unico che amplia il discorso del Progressive Bluegrass integrando ampi richiami di musica classica, blues, rock e quant’altro. La suite iniziale “Familiarity” di oltre 10 minuti, il riff di “Magnet” (cosa farebbe Jimmy Page se avesse per le mani un mandolino?), la meravigliosa vena gospel di “My Oh My”. I cambi di atmosfera repentini, scambiare tra loro Debussy e Clapton, lasciare spazi vuoti che grondano della loro mancanza di suono (avete presente il tempo, a volte lungo, che passa tra il lampo ed il tuono che lo segue? credo renda bene l’idea), suonare un mezzo funk per poi chiuderlo con un’aria di contrabbasso che riconduce alla strofa (“Between 1st and A”), sono solo alcune delle tante sorprese che riempiono l’album. Un album che mi rende felice di saperlo tra le possibilità di ascolto in una giornata qualsiasi. Un album che mi rende più felice.

Perseverare E’ Diabolico

25 Luglio 2015 Nessun commento

Ebbene si. Pronti per la solita “sparata” sui dischi inutili? Bene, questa volta c’è anche l’aggravante di esserci cascato in pieno. Alla fine vi spiegherò anche il perché.

Andiamo con ordine.

Amazon presenta in catalogo (furbescamente) abbinati quattro cd. Materiale (apparentemente) notevole. Tre titoli a firma YES ed il quarto a firma ASIA. Vi riporto precisamente i titoli, per la vostra incolumità personale:

1) “Like It Is – Yes at the Bristol Hippodrome”

2) “Like It Is – Yes Live at Mesa Arts Center”

3) “Song From Tsongas – The 35th Anniversary Concert”

4) “Axis XXX – Live in San Francisco MMXII”

Le confezioni risultano gradevolmente lussuose: i numeri 1, 2 e 4 sono un doppio cd con integrale del concerto in un DVD allegato, mentre il numero 3 è addirittura triplo cd (ma senza dvd). Bella la confezione in cartoncino, come fossero dei vecchi vinili, e tutti corredati con foto dei singoli avvenimenti.

Inoltre spiccano le scalette. “The Hippodrome” contiene la riproposizione integrale di “Going For The One”, “Mesa” invece contiene altri due immensi classici YES: “Close to the Edge” e “Fragile”, sempre eseguiti in versione integrale rispettando le tracklist dei dischi originari.

Per non parlare di “Song From Tsongas”: qui YES, allo scopo di celebrare i 35 anni di carriera, ripropongono una montagna di materiale probabilmente mai eseguito dal vivo, o non più eseguito da chissà quanti anni. In scaletta si possono trovare brani come “Every Little Thing” dei Beatles tratta dal primo album omonimo del gruppo, o “Sweet Dreams” tratta dal secondo. Più altro materiale non troppo conosciuto come “Mind Drive” (da “Keys To Ascension”) o “The Meeting” (da “ABWH”).

Dei quattro album quest’ultimo è l’unico da salvare. La voce di Anderson stenta all’inizio, è più roca che squillante in alcuni passaggi, chiaramente sforza laddove una volta brillava naturalmente. Inoltre la formazione è quella storica degli album migliori: Steve Howe, Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman e Alan White. E, diciamola tutta, il concerto è del 2004: ci son voluti dieci anni per vederlo pubblicato. Eppure, ascoltando soprattutto gli altri, gli anni passati pesano come macigni.

E vengo agli insopportabili difetti degli altri tre album. Sono album suonati in maniera sfilacciata, senza grinta. Sembra di ascoltare una cover band dei Supertramp che improvvisamente abbia dovuto preparare in fretta e furia il repertorio YES (o ASIA, il problema è lo stesso). Tanto per cominciare sono band piene di cloni. Jon Davison, oltre ad assomigliare sinistramente a Povia, è un clone di Jon Anderson peggiore addirittura di Benoit David (lo potete ascoltare in “Live in Lyon”). E lo stesso Geoff Downes, pur essendo il titolare in “Drama” (album che per me resta bellissimo con il suo prog-pop divertentissimo), è un clone se finisce con il confrontarsi (impietosamente) con Rick Wakeman (ma anche con Tony Kaye o Patrick Moraz). Anche l’album degli ASIA risente drammaticamente dell’età dei componenti. I brani, pur trattandosi del solito “greatest hits” più quattro brani tratti da “XXX”, non hanno nerbo e risultano parecchio rallentati. Carl Palmer con la sua batteria ci da dentro nelle parti soliste, per poi rallentare nel momento in cui entrano gli altri. La voce di Wetton è lontana anni luce non solo dalle migliori prestazioni, ma dalle peggiori.

E poi gli errori. Su “Hippodrome” c’è una versione ributtante di “Parallels”. Qualcuno ha presente “Parallels”? Per me rappresenta un brano simbolo YES, un brano di solido impianto rock dove il gruppo ti porta quasi a toccare il cielo con una cascata di note infinite, suonate ad un ritmo vertiginoso, che s’incrociano le une alle altre, con una melodia strepitosa ed interventi di cori spaziali. Per non parlare del solo di tastiera che esplode a metà brano e viene alla fine ricucito al brano con un meraviglioso cesello del basso di Chris Squire. Ecco, dimenticatelo. Quello suonato per questo concerto è veramente inascoltabile. Una quantità di errori terribili da parte di tutti, nessuno escluso, ed in tutte le fasi: solista, accompagnamento, cori, ecc.. Ascoltate il solo di Downes, penso Wakeman lo abbia querelato! E poi suoni smozzicati, un ritmo che ricorda men che pallidamente l’originale.

E allora riprendo la domanda iniziale. Come mai ci sono cascato in pieno?

Innanzitutto sono un fan sfegatato del gruppo e di tutte le sue derivazioni, da “The Six Wife…” agli Squackett, passando per Asia, ABWH e GTR, ed in genere mi bevo più o meno tutto (tranne “Progeny…” – vedi “In Uscita…”, Marzo 2015). Sono sempre in attesa del famoso concerto tratto dal tour di “Drama”. Perciò il fatto che questi album fossero così ben corredati e celebrativi degli album migliori ha rappresentato un’esca troppo ghiotta.

E poi, lo so, è solo un discorso economico, venivano offerti da Amazon (conoscete il giochino degli abbinamenti e degli Mp3 inclusi) a meno di 60 euro complessivi: 9 CD + 3 DVD. Irrinunciabile. Ok, ora sono lì nella mia discoteca. E magari, visto che da qualche giorno il buon Chris non c’è più, non mancherà occasione di riascoltarli, ogni tanto.

In ogni caso, qualora v’interessasse il genere (la replica celebrativa di un vecchio album) consiglio le recenti uscite della PFM, con ancora Franco Mussida alla chitarra, dedicate ai primi album del gruppo: “Un Minuto”, “Un’Isola”, “Un Amico” e “The World”. Ottime le incisioni e le esecuzioni. Ottimi dischi ed anche questi ad un prezzo non esagerato.

Ma perché non ho parlato della PFM? Ok, la prossima volta.

 

Il Rick Rosso

30 Giugno 2015 2 commenti

Dovreste saperlo: ho un Rick Rosso. Per Rick s’intende un Rickenbacker, il mitico basso “handmade” negli Stati Uniti. Un suono che è un simbolo, un simbolo che è un suono.

Se qualcuno dovesse seguirmi, l’ha già trovato citato in almeno una decina di post su questo blog e poi costituisce la mia immagine del profilo su Facebook. E’ il basso che ho sempre sognato e che appena è stato possibile ho acquistato. E’ vero, poi ne ho acquistati altri, ma il mio Rick resta il mio Rick.

Come mai? E’ tutto legato alla storia della musica rock.

Chi lo usava? Non proprio lo stesso modello ma un suo predecessore faceva parte della dotazione di Paul McCartney. E’ il basso che caratterizza Sgt. Pepper. Ascoltatelo in cuffia. Un suono meraviglioso. Nelle rimasterizzazioni successive all’originaria il suono emerge chiaro e potente (ascoltate “Gettin’ Better” e “With A Little Help Of My Friend”, ad esempio). Ma veniva fuori già bello chiaro nell’ascolto sul mio giradischino mono colpevole dell’aratura dei miei lp in vinile tra i Settanta e gli Ottanta.

E poi è il basso di John Entwistle dei primi anni, del primo suono degli Who. Inutile parlarne.

E, ancora, il basso di Geddy Lee dei Rush (quello che suona magnificamente il basso, le tastiere e canta le parti vocali dei Rush tutto contemporaneamente), altro mito.

Oppure, proprio grazie agli Who, è stato il basso dell’ondata dei neo-Mod e New Wave. Dai Jam ai Merton Parkas, dai Boomtown Rats ai Secret Affair. Lo usavano anche i Knack in “My Sharona”.

Insomma, spero di essermi spiegato.

Ma, soprattutto, lo utilizzava lui, il grande, l’immenso, l’immaginifico Chris Squire da Londra, classe 1948. Ego smisurato, tecnica sopraffina, voce celestiale. Andava a scuola, adolescente, e l’unica materia in cui brillasse era Musica. E faceva parte del coro della scuola, altra cosa per la quale si distingueva. Imparò tutti i trucchi di un buon arrangiamento per coro, e con il tempo progredì ulteriormente fino a fare delle armonie vocali degli Yes una cosa complicatissima al servizio di Jon Anderson, in certi casi molto più elaborate dei brani già enormemente elaborati che scrivevano (pensate a “Close To The Edge”, solo per citarne uno).

Un enorme perfezionista. Non un carattere facile. Jon Anderson, che in pieno periodo di dittatura Rabin-Squire sugli Yes, insieme a Wakeman ed Howe si ritrovava per le mani parecchio materiale discreto, forse un po’ “agè” da incidere e portare in tour, chiese a Bill Bruford di unirsi al progetto. Questi, memore dei trascorsi nei primi anni del gruppo, gli rispose di si, ma ad una sola condizione: che della partita non facesse parte in alcun modo Chris Squire. E ricordiamoci che Alan White è un grande batterista, capace di studiarsi tutto il materiale Yes nelle 48 ore precedenti l’avvio del tour, ma Bruford è un’altra cosa. Lo testimoniano tipi del calibro di Robert Fripp, Phil Collins e Tony Banks, tanto per citarne solo tre.

Un giorno, sempre a scuola, trovarono che i capelli del giovane Chris fossero troppo lunghi. La scuola si sobbarcò l’onere di fornirgli i soldi per il barbiere e gli ordinarono di non ripresentarsi fino a taglio avvenuto. Chris non si presentò più ed i soldi furono destinati ad altri fini. E da quel momento iniziò un’altra storia.

Forse è proprio così. Non è detto che un ragazzo debba per forza terminare la scuola. Forse il suo futuro, forse un grande futuro, si raggiunge percorrendo altri binari. Ci sarà stato anche nel suo caso un genitore disposto a credere in lui?

Ciao Chris, antipatico ma immenso.

PS: a proposito, Chris Squire non utilizzava un Rick rosso. Qualche volta giallo, qualche volta bianco. Rosso mai. Ma per me il Rick è rosso. Punto.

Un Pugno Che Non Fa Male

30 Marzo 2015 Nessun commento

Ho già chiacchierato di “Inside Llewyn Davis”, l’ultimo film (è ancora l’ultimo? direi di si) dei Fratelli Coen. Il più bel film in cui non succede nulla, o quasi, che abbia mai visto. In realtà rappresenta due cose insieme: è uno spaccato fedele della vita del Greenwich Village all’inizio degli anni Sessanta, tra locali fumosi e cantautori intensi e la piccola grande lotta per sopravvivere (non dico per avere successo, proprio per sopravvivere) facendo il mestiere del musicista, dall’altro la cronaca di una sconfitta annunciata. Llewyn non può andare oltre. E’ rigoroso, è onesto, vive sulla propria pelle tutto quello che canta, ma non può andare oltre. “Direi che non c’è da fare molti soldi da questa roba” gli dice senza mezzi termini un’impresario di un certo spessore dopo averlo ascoltato. E l’ultima scena, quella nella quale uscendo dal Gaslight Cafè ascolta le prime note suonate e cantate da un giovane Bob Dylan appena sedutosi sul palco e con il locale pieno, mentre lui esce e si fa prendere a pugni per strada da un tizio pronto a vendicare la moglie appena offesa da Llewyn stesso, è l’esatta metafora di quello che il film racconta.

E molto interessante è anche “Manhattan Folk Story – Il Racconto della Mia Vita”, di Dave Van Ronk con Elijah Wald, da cui il film è stato tratto. Infatti, perché Llewyn altri non è che Dave Van Ronk, cantautore americano che fece parlare di se durante gli anni Sessanta, senza neanche lambire lontanamente il successo di Dylan. Si, una certa popolarità riuscì a raggiungerla, non a caso venne soprannominato “Il Sindaco di MacDougal Street”, strada del Village a New York attorno alla quale si mosse tutto il movimento neo-folk durante gli anni Sessanta e che in lui vedeva una sorta di Mito, ma al grande pubblico non arrivò praticamente mai. Nel 1964 incise una versione di “The House of the Rising Sun”, tradizionale americano, che fu ripresa identica nell’arrangiamento sia da Bob Dylan stesso che dagli Animals che ne fecero una grande hit di successo. Tanto per dire.

E poi, la colonna sonora del film. Molto molto bella. Come molto bello è il concerto che celebra film e colonna sonora e che a sua volta è stato ripreso e pubblicato in un bellissimo cd doppio. Ma ne parleremo meglio in altra occasione.

Mi vorrei invece concentrare su un gruppo che ho scoperto proprio all’interno della colonna sonora. Loro vengono da Brooklyn, New York, non a caso come Dave Van Ronk. Si chiamano Punch Brothers, sono in cinque e sono praticamente una band di bluegrass. Suonano strumenti bluegrass: mandolino, fiddle, banjo, contrabbasso, percussioni e chitarra. E cantano, tutti.

Hanno inciso finora, dal 2008, quattro album: “Punch” (2008), “Antifogmatic” (2010), “Who’s Feeling Young Now?” (2012) e l’ultimo “The Phosphorescent Blues”, rilasciato neanche due mesi fa. Attraverso il bluegrass rileggono la tradizione americana ma non solo. Vanno ben oltre. Si definiscono una “piccola orchestra country-classica da camera” e la loro musica è decisamente molto pensata. Ascoltando alcuni loro brani si rimane stupiti. Possono essere definiti tranquillamente “progressive bluegrass”: nel loro primo album c’è un brano, “The Blind Leaving The Blind”, diviso in quattro movimenti per oltre quaranta minuti di musica.

E nell’ultimo, a mio parere il migliore ed il più maturo per il grande salto verso il successo (vero), spaziano tra tutti i generi senza mollare un secondo i loro strumenti tradizionali. Attenzione, non fanno una parodia dei generi, come fanno gli Hayseed Dixie sostituendo il lro banjo alla chitarra elettrica distorta delle rock band dure. Suonano musica vera, sentita, amata, vissuta.

Anche “The Phosphorescent Blues” si apre con un brano dall’incedere prog (“Familiarity”), dieci minuti tra scale veloci di mandolino e chitarra che si incrociano, poi improvvisamente tutto si sospende su di una nota sospesa di contrabbasso. Una melodia sempre tesa per tutto il brano, mai scontata, affascinante. Poi “Julep”, semplice e dolce ballata che cresce pian piano con tutti gli strumenti che si uniscono con gusto. Poi è la volta del classico con “Passepied” da Debussy, strumentale che va ascoltata e basta. “I Blew It Off” si apre con un arpeggio di archi per evolversi in un pop ancora di gran classe, con bellissimi cori. Un brano che non sfigurerebbe nel canzoniere di Crosby o di Stills o di Nash, o di tutti e tre insieme se preferite.

“Magnet” è un brano rock a tutti gli effetti, solo che il riff alla Jimmy Page non lo suona la chitarra elettrica ma il mandolino. Qualcuno ci vede qualcosa di strano? Troppo divertente. Rilassante. “My Oh My” è, a mio parere, il vero capolavoro dell’album. E’ un blues che nel ritornello diventa si vena di gospel. Voci splendide. Cambio d’atmosfera fantastico, arrangiamento da campioni. “Boll Weevil” è country classico, con “Prelude” da Scriabin, si torna alla classica per una manciata di secondi, quasi un’introduzione alla bellissima “Forgotten”, ancora in territorio cantautore di razza (più Nash di “Lady of the Island” stavolta). A chiudere “Between The First And A” che sta ai Punch Brothers come “Harlequin” stava ai Genesis di “Nursery Crime”, anche se poi si evolve in una sorta di pop di classe alla Steely Dan, e “Little Lights”, brano che ritorna alla ballata country struggente di grande suggestione.

Per concludere, un album per cui non si riesce a fare a meno di riavviare il lettore una volta completata la tracklist.

Poi, siccome sapete che a me piace curiosare nelle classifiche, ho trovato un’ulteriore curiosità interessante sui Punch Brothers: i loro album riescono ad entrare in tutte le classifiche americane: inutile dire che raggiungono la prima posizione nella classifica “Bluegrass” ed entrano nella Top 10 di quella “Country” (in particolare “Phosphorescent” è salito fino alla posizione n° 4 e “Antifogmatic” fino alla seconda piazza). Ma da “Antifogmatic” sono entrati tutti nella Top 50 della classifica “Rock” (sempre “Phosphorescent” è salito fino alla nona posizione) e, last but not least, nella Top 200 di Billboard in posizioni via via sempre più alte ad ogni album (128, 76 e 37).

Dieci Album: “Progressive” – pt2

31 Marzo 2014 2 commenti

Provo ad andare un tantino più veloce, ma la terza parte è inevitabile.


Yes   –   “Close To The Edge”   (1972)

Non conoscevo granché degli Yes. In ambito Prog ero un fan monotematico dei Genesis. Poi un giorno ho deciso di comprare un loro album dal vivo, appena uscito. “Yesshow” il titolo. Mi piaceva la copertina e soprattutto mi piacevano tantissimo le quattro foto dell’interno dell’album, scattate durante uno show del gruppo. Un palco girevole che, piazzato al centro dell’arena, permetteva al pubblico di vedere i propri beniamini da varie angolazioni. Una specie di mega giostra. Poi ascoltai la musica. Ebbene si, l’atmosfera generale era quella prog, decisamente. Solo che suonata al quadruplo della velocità dei Genesis. Così ogni passaggio di tastiere che mi sembrava virtuosistico nei Genesis, ascoltato dagli Yes diventava una roba da marziani. E lo stesso dicasi per chitarra e basso.

Yes sono stati, per quanto mi riguarda, i migliori strumentisti del genere. Ad un’ottima capacità di scrittura abbinavano una tecnica stupefacente. Steve Howe e le sue chitarre portavano il fraseggio jazz all’interno del genere, mentre il basso di Chris Squire diventava punto di riferimento per generazioni di bassisti con il suo stile più da chitarrista che da bassista. Per non parlare delle tastiere di Rick Wakeman, un fluire continuo di note, una specie di Mozart del Rock. E poi la voce di Jon Anderson, un’ottava più su, verso il Paradiso.

Scegliere “Close To The Edge” non è stato facile. E’ stato in  ballottaggio fino alla fine con  ”The Yes Album” e “Fragile”. Questi ultimi, alla fine, scartati il primo perché una grandissima raccolta di canzoni, alcune anche organizzate in forma di suite, ma che non reggono il confronto con l’elaborazione spaventosa di “Close…”. Il secondo perché leggermente rovinato dall’idea di inserire i contributi solisti dei membri del gruppo, creando così un’antipatica discontinuità nel tutto.

“Close To The Edge” è la punta estrema e migliore del Prog versione Yes. Mirabolante, tre soli brani divisi in movimenti. L’apertura, e tutta la prima facciata, è per la title-track. Oltre venti minuti difficilissimi ma dove è chiaramente cantabile la melodia in ogni sua parte. Un gioco sfrenato a cantare di nuovo le strofe ritoccando in maniera significativa il ritmo e la scansione della strofa precedente. Particolare non da poco, ed ancora non sottolineato, Yes suonavano in maniera sublime e, in più, cantavano ancora meglio, unendo le voci in maniera polifonica e fondendole al punto da rendere molto difficile la comprensione delle linee dei controcanti. Una voce sola, appunto.

“And You And I” è una delicatissima canzone sostanzialmente acustica dove Steve Howe la fa da padrone, Jon Anderson canta divinamente e tutto il gruppo esplode nella strofa finale.

“Siberian Khantru” chiude l’album. Un attacco di chitarra talmente bello da diventare il brano d’apertura nei loro concerti di quegli anni, una melodia dominata dalle tastiere di Wakeman e dai contrappunti di Howe, dove la velocità è la caratteristica essenziale. L’apertura strumentale a metà brano è portentosa.

Proprio la grandiosità e la pomposità dello stile Yes segnerà, nel breve volgere di un paio di album, la fine del genere come massima espressione della musica di quel tempo, in favore di un genere più povero da tutti i punti di vista ma molto più accessibile come il punk. Dopotutto il prog  aveva rappresentato una novità assoluta per l’epoca in cui era emerso (proprio da questo derivava il nome di musica “progressiva”), ed il ripetersi all’infinito dei giochi musicalmente mastodontici proprio degli Yes aveva portato il genere ad intrecciarsi su stesso in un vuoto inutile barocchismo. Ma come ovviare a questo ne parliamo più avanti.

Jethro Tull   –   “Thick As A Brick”   (1972)

Sul finire dei Sessanta Ian Anderson ed i suoi Jethro non si sentivano troppo imparentati con il movimento Prog. Caspita, loro facevano blues, magari venato di folk, però essenzialmente blues. Certo, poi Anderson usava uno strumento poco usuale, il flauto, alternandolo negli assolo alla chitarra elettrica e creando un suono ancora più particolare. Diciamolo, il confine cominciava ad essere molto labile tra la musica suonata dal gruppo ed il prog. Nel 1971 arriva “Aqualung”, il successo è planetario e si grida al capolavoro Prog. Il cantante non ci sta. Eppure la title-track presenta un’incedere tipicamente progressive, a partire dal riff giocato sulle stesse note della nona di Beethoven. Poi un break acustico, la ripresa elettrica per culminare in uno di quei solo di chitarra che hanno caratterizzato l’epoca. E l’introduzione di “Cross-Eyed Mary”? Certo, il brano è un rock-blues molto elettrico. E via di seguito. “Mother Goose” è un brano folk molto divertente, “Wond’ring Aloud” è una ballata acustica splendida, “Locomotive Breath” è di nuovo un blues potente.

“Vogliono Prog? Ebbene, l’avranno!!!” urla Anderson e si chiude in casa a comporre. Inizialmente immagina una specie di parodia del genere. Poi ci si cala sempre più dentro e realizza così un libretto da opera rock, o meglio da concept album, che diventa un super classico del prog, consegnando anche il gruppo in maniera definitiva al Pantheon del genere. La storia ruota attorno ad un bimbetto di otto anni, Gerald “Little Milton” Bostock, che vince un premio di poesia della sua cittadina, St. Clive, e che costituisce il testo dell’album. La confezione è particolarmente “avanti”: il disco è racchiuso all’interno di un giornale, il “St. Clive Chronicle”, fornito integralmente, con notizie, foto e passatempo, ed al centro del quale viene pubblicato proprio il poema. Ironia della sorte, in prima pagina campeggia la notizia straordinaria che al piccolo è stato tolto il premio in quanto una commisisone di psicologi ha verificato un suo atteggiamento “malsano nei confronti della vita, di Dio e della sua Patria”, consigliando un trattamento psichiatrico immediato.

L’album è composto come un unico brano di circa 45 minuti senza soluzione di continuità, interrotto a metà solo dalla limitata capienza degli LP in vinile. Il gruppo che lo suona rappresenta la miglior formazione di sempre dei Jethro Tull e, musicalmente, risulta fantasmagorico, un continuo di fughe e briosi tempi veloci, di arpeggi e ricami tra flauto e chitarra, temi ricorrenti che fidelizzano l’orecchio. Qualcosa che ancora oggi suona, a mio riguardo, entusiasmante. Per la cronaca, nel 2012 Ian Anderson pubblica, a firma “Jethro Tull’s Ian Anderson”, “Thick As A Brick 2″. Il “Chronicle” si è aggiornato in un più moderno “StClive.com” e la notizia che campeggia in copertina è “Che fine ha fatto Gerald Bostock?”. E, dopo anni di prove opache, magicamente il barbuto pifferaio ritrova verve e penna, componendo un disco ispirato al passato ma al tempo stesso molto moderno. E, soprattutto, molto buono.

Emerson, Lake & Palmer   –   “Pictures at an Exhibition”   (1971)

Ok, avevo posto la regola del “Niente dischi dal vivo”. Ma “Pictures…” di EL&P non può essere considerato un semplice disco dal vivo. E’ la rilettura da parte dei tre di “Quadri di un’esposizione”, composizione pianistica di Musorgskij, e racconta le sensazioni di un sensibile visitatore nel passare da un quadro all’altro. A tutti gli effetti è un disco a se, poi poco importa che lo studio di registrazione sia stato il City Hall di Newcastle, davanti al pubblico.

Tutto l’estro del trio impazza per i 35 minuti dell’album. Pochi, se si considera che gli ultimi 5 sono costituiti dalla loro versione de “Lo Schiaccianoci” tratto da Cajkowskij. Inoltre sono presenti due composizioni inedite ed originali del gruppo: la prima un’acustica ed evocativa “The Gnome” a firma Lake, la seconda “The Curse of Baba Yaga”, ispirata comunque dall’opera originaria. Leit-motiv è costituito dalla “Promenade”, riproposta in più versioni di cui una cantata, durante l’intera esibizione. Emerson fa la parte del leone con i suoi sintetizzatori, ma Lake e Palmer creano una sezione ritmica da brividi, realizzando un tappeto di metronomica bellezza. Lake viene molto spesso ricordato per la sua splendida voce (“The Sheriff” o “The Curse of Baba Yaga”) e/o per la perfezione dei suoi bozzetti chitarristici (“C’est la Vie”, “From The Beginning”, la già citata “The Gnome”). Ma questo album dimostra anche la sua tecnica di bassista attento ad assecondare con gusto le impervie strettoie di una musica complicata come il Progressive.

Questo album sintetizza forse nel migliore dei modi, e nella maniera più sana, senza inutili fronzoli o manierismi, il mix tra Classica e Rock che inizialmente ha caratterizzato il Prog, rendendolo nuovo, originale e scriteriato il giusto. Ascoltare per credere il “Nutrocker” alla fine dell’album, divertissement puro.

Dieci Album: “Progressive” – pt1

24 Marzo 2014 3 commenti

Allora riprovo a fare un bel gioco. Ma si, quello del “cosa porteresti su di un’isola deserta”, ecco, questo…

Stavolta provo per genere. Cominciamo dal Progressive. Anche stavolta (come a luglio 2012) stabilisco le regole:

1) prima di tutto non è una classifica, perciò l’ordine è puramente casuale.

2) non riporto “outtakes”, magari le aggiungete voi nei commenti.

3) niente album dal vivo, anche se nel genere ci sono poi pro e contro. Normalmente sono dischi tecnicamente (e spesso anche emozionalmente) fantastici. Prendete un “Lamb Lies Down On Broadway” dal vivo a Los Angeles (1975), uno “Yessongs” o anche semplicemente uno dei tanti degli Spock’s Beard. Dall’altro non regalano quai mai novità, visto che i musicisti prog hanno una curiosa tendenza a ripetere le note dei loro brani esattamente come una partitura classica.

4) niente raccolte: ovvio.

5) separo un pre- da un post-… non so bene cosa però, poi si vedrà. Ho la sensazione che ne verranno fuori tre parti.

Genesis   –   “Foxtrot”   (1972)

Ok, per me questo è il Progressive. Avrei potuto utilizzare qualsiasi disco dei Maestri e, se qualcuno mi segue, sapete anche che sono abbastanza ben disposto anche nei confronti di “Genesis” o di “Positive Touch”. Ma “Foxtrot” è la quintessenza del Progressive. 197x. C’è un gruppo in Gran Bretagna che ha qualche difficoltà a farsi apprezzare in patria. Va leggermente meglio dalle nostre parti e in alcuni altri paesi europei che, viceversa, si sono accorti di loro. Hanno realizzato un album molto embrionale (“From Genesis To Revelation”), un ottimo album (“Trespass”) ed un grandissimo album (“Nursery Crime”). Ma è con “Foxtrot” che, a mio parere, realizzano la summa e perfezionano la loro forma musicale al massimo dell’espressività. E niente hanno a che fare con classifiche e robaccia simile. Quella le lasciano a chi è meno, e spesso molto meno, concettuale di loro. Sono Artisti nella forma più chiara del termine.

In “Foxtrot” c’è di tutto. Sei brani. Si comincia dalla futuristica “Watcher Of The Skies” con una meravigliosa introduzione sinfonica di Tony Banks (per anni aprirà i concerti del gruppo), su degli alieni che osservano dal loro cielo la nostra Terra ormai disabitata. La storia alla base è che Banks e Rutherford, dalla terrazza del loro hotel a Napoli, non vedevano passare nessuno per strada, immaginando così un mondo disabitato. Si passa poi a “Time Table”, storia di un tavolo che racconta le generazioni passate con occhio nostalgico, fino a ricoprirsi di polvere. Il tutto condotto dal pianoforte di Banks e la voce di Gabriel al massimo della sua espressività. Poi c’è il secondo capolavoro dell’album, “Get ‘Em Out By Friday”. Una mini opera rock di 8 minuti e 40 secondi. Con tanto di personaggi (il venditore, il buttafuori, vari inquilini, il presentatore del telegionale, ecc.) ed una morale che oggi come oggi risulta più che mai attuale: il dio denaro pretende che i poveri si spostino più in là, non importa dove, ma non rompano le scatole. “Can-Utility And The Coastliners”, la cui traduzione è, a detta dello stesso Peter Gabriel nel suo incerto ma discreto italiano durante un concerto di quel tour, “praticamente impossibile” è un altro brano grandioso. Racconta di un re che pretendeva di dominare il mare semplicemente a comando. E così si fa condurre sulla spiaggia e si siede sul suo trono in riva al mare in tempesta. Non finisce bene. Il brano si apre con una di quelle melodie arpeggiate splendide e la voce di Gabriel perfetta. Al secondo ritornello entra tutto il gruppo ed è grande rock. I suoni sono compatti e profondi. Un coro da l’avvio alla parte strumentale. Per chi non l’avesse mai ascoltata, questo è il momento. E’ semplicemente imperdibile. E siamo solo alla fine della prima facciata. La seconda si apre con un brano delicato solo di chitarra di Steve Hackett, “Horizons”. E per finire, Signori e Signore, lei, la Magnifica: “Supper’s Ready”. Ventitrè minuti di purezza progressive, tra melodia, squarci musicali complessi ed in tempi assurdi (9/8) e crescendo sinfonici. Una lunga suite in sette movimenti. E, per tutta la sua durata, un testo spesso criptico che tratta di temi religiosi e conduce verso una nuova Gerusalemme, partendo da due innamorati che subiscono una mutazione del corpo, per poi addentrarsi in un viaggio che li fa passare da un contadino, da un custode del santuario (il Cristo e l’Anticristo), da due generali di quest’ultimo fino a Winston Churchill travestito. Il tutto attraverso giochi di parole e versi molto ispirati. Insomma, ci vorrebbe un post solo per “Supper’s Ready”!

King Crimson   –   “In The Court Of The Crimson King”   (1969)

Attenzione, non ho nessuna intenzione di annoiarvi sugli altri quattro dischi di questa pt1 come ho fatto sopra. Vado più veloce. Eppure il Prog è così. Non si può non trattarlo ampiamente, con tutta l’immensa tavolozza di sensazioni, colori, passioni che scatena.

Nel secondo semestre del 1969 la fremente scena musicale londinese, composta di musicisti ed addetti ai lavori a vario titolo, si riuniva al Marquee, locale di Covent Garden, almeno una volta alla settimana per ascoltare un gruppo che faceva faville: i King Crimson. Capitanati da un chitarrista genialoide che rispondeva al nome di Robert Fripp, annoveravano tra le loro fila anche giovincelli di buone speranze come un certo Greg Lake, ottimo bassista e soprattutto cantante, Ian MacDonald, polistrumentista, e Mike Giles (batteria e percussioni). Un certo Pete Sinfield, poeta, contribuiva con le sue liriche a dare maggiore spessore ad una musica già sfrenatamente concettuale. L’album d’esordio del gruppo è semplicemente meraviglioso. A partire dal brano d’apertura, “21st Century Schizoid Man”, che inizia come un nervoso rock, con un riff di quelli che ti porti dentro. Poi distorta arriva la voce di Lake che urla contro l’imperialismo americano. Al centro si apre uno strumentale mozzafiato con tutti gli strumenti in evidenza. Il tutto registrato con un otto piste in una sola take e poco più. Pazzesco.

Il resto dell’album si muove invece su atmosfere più rarefatte e delicate. “I Talk To The Wind” è melodia pura, sospesa, bellissima, con degli interventi di flauto perfettamente integrati. “Epitaph” segue la stessa linea, ma con una maggiore presenza di tastiere. Anche qui la voce di Lake è perfetta e, senza la distorsione del primo brano, si dispiega in tutta la sua potenza. “Moonchild” inizia con una nuova melodia carica di attese. Tastiere e poche percussioni accompagnano il canto. Poi il brano, molto lungo (più di dodici minuti), si perde un po’ in un eccessivo sperimentalismo, ai limiti della musica dodecafonica. Ma tutto viene perdonato con l’arrivo della title-track a chiudere l’album. Stavolta sono quasi dieci minuti ben spesi. Dalla pomposa introduzione all’arpeggio di chitarra acustica che accompagna la strofa cantata da Lake e, possiamo dirlo, melodicamente indimenticabile. Anche qui una parte strumentale centrale molto bella, classicheggiante.

L’album diventa un gran successo in Gran Bretagna (arriva fino alla posizione n° 5), negli Stati Uniti (27°) ed in Giappone (1°!!!).

Caravan   –   “In The Land Of Grey And Pink”   (1971)

Richard Sinclair nasce in un paesino ad una decina di miglia da Canterbury, sulla costa del Kent. Talento musicale già in giovane età, passerà alla storia del Prog per aver fondato, insieme al cugino Dave (tastiere), Pye Hastings (chitarra e voce) e Richard Coughlan (batteria), il gruppo dei Caravan, tra i migliori esponenti di quella che è stata definita “Scuola di Canterbury” del Prog. La scena della cittadina della sonnolenta provincia a due passi da Londra è caratterizzata per un approccio più solare e leggero al Prog, fino a quel momento contaminato dalla musica sinfonica e dal blues, pur mantenendo una notevole concettualità, soprattutto nei testi, ed un riferimento alla contaminazione tra i generi, con riferimento particolare anche al Jazz ed alla Psichedelia.

Occorre dire anche che i Caravan non avranno una vita felicissima come gruppo. Continui abbandoni e riunioni ne caratterizzeranno l’attività per parecchi anni, non permettendogli più di toccare le vette dei primi album ma mantenendo una dignitosa vita almeno fino alla prima decade degli anni duemila.

In ogni caso “in The Land….” è il loro capolavoro. Si parte con “Golf Girl” introdotta da una trombone. La particolare voce di Richard Sinclair, autore di quasi tutto il materiale dell’album, conduce un brano brioso dal suono molto acustico. “Winter Wine” inizia come una delicata ballata acustica che pesca dai canti popolari della tradizione anglosassone, con una linea melodica molto originale, per poi prendere subito ritmo e trasformarsi in un brano dai riflessi psichedelici. Molto bella la parte strumentale, giocata tra tastiera e chitarra elettrica con un gran lavoro ritmico del basso in sottofondo. Un finale sospeso di tastiera apre al riff di chitarra e batteria di “Love To Love You (And Tonight Pigs Will Fly)”, possibile hit (supera di pochi secondi i tre minuti). Atmosfera rilassata e suoni semplici per un brano dal divertente testo d’amore, fra il sognante ed il sarcastico. La title-track inizia con un arpeggio di chitarra acustica per poi dipanarsi nella strofa, molto melodica ma non scontata. Anche in questo caso la parte centrale del brano è dedicata alle abilità del gruppo, con un assolo stavolta giocato tra pianoforte e chitarra elettrica.

Pezzo forte dell’album è la suite  finale in otto movimenti, “Nine Feet Underground”: quasi 23 minuti, perlopiù strumentali, di contaminazioni tra pop e jazz, nata dalla fusione tra tre brani diversi che non riuscivano a completarsi. Un brano che riesce a non annoiare neanche per dieci secondi.

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