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Archivio per la categoria ‘Rock’

Classifiche – Estero: podio!!!

30 Dicembre 2016 Nessun commento

Per la soddisfazione del mio amico Giangi, i dischi migliori dell’anno per il Resto del Mondo per le prime tre posizioni sono ben quattro!!! Perciò sarò breve…..

3° posto:   Caetano Veloso / Gilberto Gil   –   “Dois Amigos, Um Seculo de Musica”

Un disco fantastico, delicato, poetico ed al tempo stesso grintoso. Due voci uniche, senza tempo. La Grande Musica Brasiliana che incontra il Mondo. Le loro migliori canzoni in un doppio cd + dvd imperdibile. Unico rammarico: non essere riuscito a procurarmi il biglietto per il concerto della scorsa primavera all’Auditorium di Roma. E non aggiungerei altro (vedi anche “Giovani Vecchi Leoni” – maggio 2016). Se non che “Sampa”, “Terra” e “A Luz De Tieta”  sono magnifiche canzoni e “Tres Palabras” per me è un incanto: singolo dell’anno!!! E che la partecipazione del pubblico, come solo il pubblico brasiliano riesce ad essere partecipe nei concerti dei propri beniamini, è l’emozione in più che regala questo album.

2° posto:   Billy Bragg / Joe Henry   –   “Shine A Light: Field Recordings From The Great Amercan Railroad”

Anche per questa meraviglia di semplicità mi sono già espresso (vedi “Novità…” – ottobre 2016). Che dire ancora? Il disco va ascoltato, colpirà immediatamente per l’atmosfera e per l’emozione diretta che i due riescono a trasmettere usando standard country americani incisi praticamente dal vivo. E potrebbe anche essere l’occasione per ascoltare qualcosa di entrambi gli artisti prodotta negli anni passati. Per Bragg consiglio “Brewing Up With Billy Bragg”, “Talking With The Taxman About Poetry” e “Don’t Try This At Home”, come i due “Mermaid Avenue” con i Wilco sulle tracce di Woody Guthrie, idealmente collegati a quest’ultima fatica. Di Joe Henry ascolto sempre molto volentieri “Trampoline” e “Tiny Voices”, così come gli ultimi due “Reverie” e “Invisible Hour”.

1° posto:   Kate Bush   –   “Before The Dawn”

Kate Bush, icona della musica Pop colta inglese, una sorta di Peter Gabriel al femminile, sparisce dalle scene “live” per trentacinque anni. Sempre parca comunque nella sua produzione (dieci album in quasi quarant’anni di carriera), smette di fare concerti. Trentacinque anni. Non sono pochi. Poi, improvvisamente, nel 2014, decide di suonare per ventidue sere di seguito all’Hammersmith Apollo di Londra. I concerti vanno sold-out in pochissime ore. Un flusso di energia spaventoso tra lei ed i suoi fan. A due anni dall’evento Kate Bush pubblica un monumentale triplo cd tratto da quei concerti con i brani esattamente nell’ordine della scaletta eseguita ogni sera. Mi è capitato difficilmente di ascoltare un triplo cd tutto di seguito. L’esperienza è enormemente gratificante. L’emozione trasuda letteralmente dai solchi. Per inciso, l’album vende in Gran Bretagna centomila copie in poche ore arrivando fino alla quarta posizione in classifica (un triplo cd!). Magnifico.

1° posto bis:   Bellowhead   –   “The Bellowhead Live: The Farewell Tour”

Ecco, per me questo è il disco dell’anno. Un live entusiasmante. Una commistione di folk, musica tradizionale irlandese e rock suonato esclusivamente con strumenti acustici dalla band più agguerrita e raffinata degli ultimi anni (vedi anche “Farewell Bellowhead” – giugno 2016). Anche in questo caso l’ascolto continuo è vivamente consigliato. Il dvd compreso nel package permette anche di vedere il gruppo all’opera. Unico grande rammarico: il “farewell” appunto. Il gruppo si è sciolto immediatamente al termine dell’ultimo concerto del tour di cui l’album è testimonianza e testamento.

Però oggi lo scioglimento di un gruppo è meno “sacro” di un tempo. Si veda l’esempio dei Phish o dei Counting Crows, più belli e più potenti di prima. Perciò non è detta l’ultima.

Classifiche – Estero: 6°, 5° e 4° posto

28 Dicembre 2016 Nessun commento

Un po’ di suspense…. prima le posizioni vicine al podio per l’estero….

 

6° posto:   The Avett Brothers   –   “True Sadness”

Seth e Scott Avett, The Avett Brothers appunto, danno alle stampe nel 2016 il loro nono album di studio in quindici anni di carriera, durante i quali pubblicano anche quattro album dal vivo ed un numero considerevole di EP (un formato che ormai si pensava decaduto) e di singoli. Ormai sono icone del Bluegrass, genere dal quale provengono pur senza disdegnare un approccio mediato verso altre forme di musica popolare (folk, il country, il rock, qualcosa contaminato elettronicamente). Negli States piacciono a tutti: gli ultimi quattro album del gruppo stravincono la classifica “Folk” di Billboard, ma si piazzano nelle posizioni di vertice di quella “Rock” (in sequenza 7°, 3°, 3° e 1°) ed in quella generale (16°, 4°, 5° e 3°). Nel frattempo suonano ovunque, si fanno conoscere in ogni circuito. Costituiscono l’ossatura di gran parte dei brani della serata celebrativa di “Inside Llewyn Davis”, film dei fratelli Coen ispirato alla vita di Dave Van Ronk. The Avett Brothers raggiungono l’apice di una carriera costruita con fatica, sudore e, soprattutto, costanza con un album che apre parecchio ad altri generi rispetto a quelli precedenti, più ancorati alle origini. Però il riff elettronico dell’iniziale “Ain’t No Man”, venata di Soul, o il basso e la percussione sintetica di “You Are Mine” (tra l’altro innestate su banjo e piano) non disturbano nell’architettura di brani non scontati che pure attraggono in maniera decisa. Disturba di più la voce sintetica di “Satan Pulls The String”. Per il resto l’album contiene bellissime ballate come “I Don’t Believe”, “Smithsonian” o “May It Last”, come pure brani più classicamente traditional country o bluegrass come “Divorce Separation Blues”, “No Hard Feelings” o “I Wish I Was”. Insomma, un album vario ed intelligente, dove la melodia ed un uso sapiente degli strumenti e delle voci realizza un piccolo miracolo stampato su cd.

5° posto:   St. Paul and The Broken Bones   –   “Sea Of Noise”

Ok, per chi sentisse la mancanza di un onesto prodotto Soul, scritto, suonato e cantato come si deve, sono arrivati dei nuovi ragazzi in città. St. Paul and The BB arrivano da Birmingham. No, non Gran Bretagna. Alabama, U.S.A.

San Paolo è il cantante Paul Janeway. Insieme al bassista Jesse Phillips nel 2012 decidono di prendere in mano le loro carriere di side-man in gruppi locali per creare un loro progetto con il quale suonare nel miglior modo possibile la loro musica preferita. Nascono così le Ossa Rotte che accompagnano St. Paul. Un album, il primo, del 2014 intitolato “Half The City”, che mi era decisamente sfuggito. Poi a settembre di quest’anno arriva “Sea Of Noise”. Un ottimo disco, difficile stare fermi. “Midnight On The Earth” è un gran brano, il riff dell’iniziale “Flow With It” con basso, chitarra funk e l’Hammond per poi sfociare nel ritornello dove entrano i fiati di gran classe. “I’ll Be Your Woman”  (“Sanctify” non le è da meno) è un lento di gran densità alla “The Dark End Of The Street”. E siamo solo al terzo brano. Si continua grosso modo così per tutto l’album. Certo, qualche difetto va anche citato, altrimenti rischio di essere poco credibile: l’effetto Simply Red è un po’ sempre dietro l’angolo ma, dopotutto, il loro primo album (“Picture Book” del 1985) non era un grande album?

4° posto:   The Rolling Stones   –   “Blue & Lonesome”

Di questo album che devo dire? Ne ho parlato diffusamente pochi giorni fa e, per me, entra in questa classifica a pieno titolo. Quattro ragazzini settantenni si danno da fare a perdifiato sulla musica che hanno sempre amato. Per carità, sono gli Stones, e sicuramente sotto c’è anche il doveroso calcolo di business. Ma, per un momento, immaginiamo che in questo caso non gli interessi. Sono gli Stones, sanno che qualsiasi cosa producano, qualsiasi concerto suonino, qualsiasi naso si soffino saranno soldi e a palate (ancora). E allora perché per una volta non potrebbero essersi guardati ed aver detto: “Ma vi ricordate?” e da lì sia scaturito tutto in maniera naturale? Favole? Non importa, questi quattro brutti ceffi pieni di soldi per una volta, come non erano riusciti a fare almeno da vent’anni a questa parte, riescono a trasmettere emozione. E tanto basta.

 

Sorpresa!!!

23 Dicembre 2016 Nessun commento

Chi dedica dieci minuti al mese a questo blog conosce ormai un paio di cose del suo autore.

Il grosso del tempo dedicato alla scribacchiatura è volto verso due costanti obiettivi: il primo è quello di tentare di fermare (o meglio, di rallentare) il tempo che passa cercando di tenermi aggiornato anche su qualche novità. Da questa esigenza scaturiscono le recensioni di gruppi come i Punch Brothers o Mumford & Sons, oppure i Bellowhead o, per restare in Italia, Mannarino e Brunori.

Il secondo obiettivo è volto alla demolizione dei Mostri Sacri (in particolare è capitato più di una volta di prendermela con Peter Gabriel, Sting e Yes) o meno sacri (nel caso di Venditti) quando tentano di prenderci in giro.

Con questo spirito mi sono disposto all’ascolto dell’atteso (ma neanche tanto) nuovo (nuovo!!!!!) album di inediti degli Stones. Premetto che normalmente cerco di appropriarmi di qualsiasi cosa che il gruppo piazza sul mercato. E devo dire francamente che quanto uscito negli ultimi anni, e parliamo di album dal vivo, è abbastanza altalenante. Gli archivi aperti hanno prodotto degli album strepitosi (il Tokyo Dome, L.A. Friday, il Marquee, Some Girls live in Texas), mentre la puntuale documentazione degli ultimi show del gruppo (escludo “Shine A Light” che è un gran disco), dal nuovo Hyde Park a Cuba, risultano gradevoli ma alla lunga stesse canzoni e poca grinta.

L’ultimo disco degli Stones in studio era datato 2005 (“A Bigger Bang”) e sfido chiunque a ricordarsene un solo brano. Eppure nel 2012 fecero uscire una mega-raccolta nella quale piazzarono un brano inedito (“Doom And Gloom”) nel quale tiravano fuori le unghie e picchiavano come ragazzini. Ho sempre pensato che fosse l’ultimo guizzo di una grande band di Rock’n'Roll (la più grande?).

E infatti…..

E invece!!!

Il nuovo album degli Stones, dal titolo “Blue & Lonesome”, non è un disco di inediti. Non è una raccolta, nel senso stretto del termine. E’, di fatto, una raccolta. Ma è una raccolta strepitosa. I quattro si chiudono in uno studio vicino Londra ed in tre (3!!!) giorni registrano un grandissimo album di Chicago Blues. Un omaggio ai loro maestri. Non necessariamente una raccolta di grandi classici. Sarebbe stato troppo facile. Si tratta di brani meno conosciuti di grandi autori del Blues.

Facendo una sorta di appello ci sono praticamente tutti. Howlin’ Wolf, Memphis Slim, Willie Dixon, Little Walter, Magic Sam, Eddie Taylor ed altri ancora. Ed i brani sono tutti sulle canoniche 12 battute. Qualcuno più veloce (“Just Your Fool”, “Commit a Crime”, “I Gotta Go”, “Ride ‘Em On Down”, “Hate To See You Go”, “Just Like A Treat You”), qualcuno più lento (“Blue & Lonesome”, “All Of Your Love”, “Everybody Knows About My Good Thing”, “Hoo Doo Blues”, “Little Rain”, “I Can’t Quit You Baby”).

Poi ospiti d’eccezione: alla (attuale) formazione base (Jagger, Richards, Wood e Watts) si aggiungono l’ormai fedelissimo Darryl Jones al basso, Jim Keltner (ex Jefferson Airplane) alla batteria e percussioni, l’immenso Chuck Leavell al pianoforte (grandissimo assolo su “All Your Love”) e, last but not least, Eric Clapton alla chitarra slide (su “Everybody Knows…”) ed elettrica (su “I Can’t Quit You Baby) dove sfodera un assolo fantastico.

Ma quello che stupisce (giuro, stupisce veramente) è la forza di questo disco. Il Blues suonato è ruvido, viscerale, quasi selvaggio. Sudato. Pur somigliandosi i brani (dai, il Blues è Mi, La e Si7) ogni brano ha una densità ed un’energia tali da farti capire perché il Blues, alla fine, è una delle forme della Musica Moderna che raggiunge un grado di espressività tra i più alti. Un livello da brividi. E’ per questo, per tutti gli aggettivi usati finora.

Il gruppo (tutto) suona magnificamente. Ma non quella robetta (il Blues Bianco) che suonavano nei primi album della loro carriera, alternandola ai primi vagiti Pop/Rock. Il suono è più vicino ad album come “Sticky Fingers” e, meglio, a “Exile On Main Street”. Le due chitarre hanno un groove stratosferico, la sezione ritmica non perde un colpo, pur nella sua semplicità. Poi Mick Jagger toglie l’armonica dal fodero nel quale la custodiva da almeno 30 anni e la suona quasi più di quanto canti. Il suono è praticamente “live”, e tutto è pervaso da una leggerezza e da una voglia di divertirsi palpabile.

E’ un disco che si può ascoltare dieci volte di seguito senza annoiarsi mai.

Una delle cose migliori in assoluto mai prodotte dagli Stones.

Gregory Stuart “Greg” Lake (1947 – 2016)

16 Dicembre 2016 1 commento

Sarebbe molto semplice dire, parafrasandolo, “C’est La Vie”….

Provo a spiegare in pochi semplici punti il perché la morte di Greg Lake sia una perdita immensa per il Patrimonio Musicale Universale.

Innanzitutto dal punto di vista storico. Greg Lake è stato uno dei pochi che poteva dire di aver fatto la storia del Rock (e del Progressive in particolare) non in un gruppo, ma in ben due. E che gruppi: King Crimson prima ed Emerson, Lake e Palmer poi. Si, forse anche Bill Bruford (Genesis, King Crimson, Yes ed anche qualcos’altro) ma per me è stato più un turnista di enorme livello. Invece Lake ha caratterizzato i gruppi di cui ha fatto parte. Inoltre è stato personaggio decisamente influente: tra i fondatori della Manticore, una delle principali case discografiche che tanto ha contribuito all’esplosione del Progressive ed alla sua affermazione, è riuscito a valorizzare a livello internazionale anche band italiane come Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi che, altrimenti, sarebbero rimaste confinate in Italia. Perciò andiamo avanti.

Sicuramente dal punto di vista tecnico e di scrittura. Bassista e chitarrista di ottima fattura. Ascoltare il lavoro su “Pictures At An Exhibition” di EL&P o su “In The Court Of The Crimson King”. Di classe, di grandissima classe. Sicuramente non la prodigiosa tecnica di Chris Squire o di Geddy Lee, ma la nota giusta al posto giusto e con il tocco giusto. E non è poco. Dopotutto negli EL&P c’erano già due strumentisti di debordante personalità (Emerson e Palmer), talmente debordanti da lasciare pochissimo spazio. E allora Lake contribuiva con la magia della preziosità dei suoi arpeggi di chitarra acustica o anche del semplice strumming. Ascoltare per favore “The Sage”, “C’Est La Vie” o la celeberrima “From The Beginning”, perfetto esempio di come un gruppo Prog possa produrre un brano Pop di cristallina purezza. E ancora, il primo album dei King Crimson è a firma di tutto il gruppo, ma gli inserti di Lake sono decisamente evidenti.

Sicuramente dal punto di vista vocale. Una voce potente e profonda, di grande estensione. “The Sheriff” da questo punto di vista, a mio parere, è una delle migliori incisioni di EL&P. Così come “A Time And A Place” da “Tarkus”. E poi “21st Century Schizoid Man” dal primo album del Re Cremisi. Come si libra poi sull’arpeggio della title track. Insomma, un cantante spaventoso, dalla forza e dall’espressività inusuali.

Non da ultimo dal punto di vista della classe. Nonostante abbia attraversato la stagione più turbolenta del Rock (fine anni Sessanta e Settanta), è riuscito a far parlare di sé solo per la musica. Mai eccessi, solo passione per il suo lavoro. Sempre disponibile anche alla collaborazione (anche Bob Dylan e Ringo Starr, tanto per dire). Raccontava in un’intervista di qualche tempo fa che una mattina del 1983 gli si era presentato a casa Carl Palmer di buon’ora. E così, come se nulla fosse (“come se gli avesse dovuto chiedere in prestito una chitarra…” ricorda Lake), gli disse che gli Asia, gruppo nel quale in quel momento suonava insieme a John Wetton (ex Family, King Crimson, UK e Uriah Heep), Steve Howe (ex Yes) e Geoff Downes (ex Yes e Buggles), avevano un piccolo problema: un tour di una decina di date in Giappone e qualche problema con Wetton per “divergenze artistiche”. Che ne pensava Greg di unirsi a loro per sostituirlo? Detto fatto. Pochissime prove e via. Su YouTube è possibile trovare circa un’ora del concerto del Budokan oltre a vari altri estratti che documentano il tour.

Come al solito, nella sfortuna, fortunatamente per noi resta una quantità di documentazione enorme audio e video consegnata all’eternità.

 

Cofanetti: si e NO

17 Novembre 2016 Nessun commento

Due esempi completamente diversi.

Solo per fan incalliti

I Rolling Stones hanno, nel bene e nel male, scritto una discreta fetta della Storia del Rock. Inutile discuterne. Nell’altrettanto inutile disputa “Beatles/Stones” neanche entro. Il mio cuore è per i Fab Four, ma gli Stones sono gli Stones.

Ed allora considero per fan assolutamente incalliti questo ridondante box di 16 LP (esiste anche nella versione da 16 CD) che riproduce, rimasterizzato in mono (aiuto!!!) i primi 14 album del quintetto, da “The Rolling Stones” a “Let It Bleed”, oltre ad un quindicesimo album di rarità e alternate (c’è anche “Con Le Mie Lacrime”, versione per il mercato italiano di “As Tears Go By”, singoletto facile facile dei primi Sessanta).

Perché ridondante? Ora mi spiego.

Primo punto: “rimasterizzato mono”. Non sto scherzando. D’accordo, c’è chi è fissato con i suoni e non vede l’ora oggi di riascoltare un disco inciso 45/50 anni fa nello splendore del Mono. Mi dicono “perché si ascolta il suono diretto, identico a come è stato inciso, è come trovarsi lì, in quel momento, in sala con i cinque”. Perdonatemi, non riesco a vederne la meraviglia. Non sarò un purista (in realtà io rientro nella categoria degli “accumulatori seriali” di musica, perciò va bene tutto, mono, stereo, mp3, stereo8, quello che c’è basta che io abbia il disco), però “Aftermath” è quello, già rieditato due/tre volte nel corso del tempo e perciò già sicuramente nelle discoteche dei fans almeno in un paio di versioni. Ma poi. ci hanno massacrato per anni con il dolby sorround, con il dts, con impianti da 15.000 euro per sentire il suono più avvolgente, più profondo, ed oggi rimasterizziamo Mono?

Secondo punto: gli Stones, come i Beatles e parecchi altri gruppi dell’epoca, pubblicavano due album diversi per il mercato inglese, ed europeo in generale, e per quello americano, che spesso venivano distribuiti da due case discografiche diverse. La Parlophone era la casa discografica dei Beatles, ma i dischi per il mercato americano venivano distribuiti dalla Capitol. Per gli Stones era la Decca in Europa (fino ad un certo anno) e, curiosamente, la London negli Stati Uniti. Ora, in questo cofanetto (last but not least: più di 3 chilogrammi nella versione in vinile) sono presenti tutti i dischi, versione inglese e versione americana. In cosa differivano normalmente queste versioni? Gli americani, di minor gusto, avevano bisogno di quei singoli che allora trainavano il mercato. Ed allora smontavano e rimontavano i dischi mettendo insieme singoli, ep e qualche brano del disco europeo, e lasciavano i brani scartati per l’album successivo, che magari mischiva altri singoli, ep e qualcosa del disco che sarebbe uscito in seguito. Insomma, morale della favola: sono quindici album ma ci sono uno sproposito di ripetizioni. Centottantasei i brani proposti, cento più o meno quelli effettivi. Ah si, dimenticavo, le versioni delle canzoni sono praticamente identiche.

Terzo punto: il costo spaventoso. Passi ancora la versione solo in mp3 (89,99 euro su Amazon, ed è comunque tanto), la versione in cd costa 105,86 euro (con inclusa però la versione in mp3). Ma, secondo me, la versione in cd è completamente inutile proprio a causa del supporto: non si può offrire una strabiliante masterizzazione in mono e perderne la vividezza con un cd!!! Ed allora occorrerebbe acquistare la versione in vinile alla modica cifra (sempre su Amazon) di 325,62 euro.

A proposito, anche circa i vinili, qualche acquirente ha criticato il fatto che le copertine non sono perfette riproduzioni di quelle originali, ma risultano essere più opache o, addirittura, con qualche differenza rispetto all’originale. Insomma, anche per i fan incalliti, io aspetterei 6/8 mesi per vedere il prezzo scendere a precipizio.


Per tutti, a maggior ragione oggi

Un cofanetto imperdibile, soprattutto oggi. “The Complete Studio Albums Collection” raccoglie i primi 11 album di Leonard Cohen, il cantautore canadese scomparso pochi giorni fa, raro esempio di longevità artistica che non ha conosciuto battute d’arresto. Uno che ha inciso, cosa per me rappresentante una sorta di marchio di qualità, solo se aveva qualcosa da dire. Ed infatti il box contiene gli album incisi da Cohen tra il 1967 (“Songs of Leonard Cohen”) ed il 2004 (“Dear Heather”): 11 album in 37 anni. Ed ogni album è un distillato di purezza e poesia. Qualcosa di unico.

Da noi Leonard Cohen è un Autore di nicchia. Forse al di sotto di un certo anno di nascita nessuno sa bene chi sia. In molti l’avranno distrattamente notato sulle prime pagine dei principali giornali il giorno della sua scomparsa, chiedendosi molto probabilmente chi fosse. Ma per sottolinearne l’importanza (Bob Dylan ha dichiarato di averlo invidiato), basti pensare al fatto che una nostra generazione di cantautori si è dichiaratamente ispirata a lui sia nello stile che nei temi trattati. Fabrizio De André e Francesco De Gregori hanno tradotto alcune sue canzoni (“Nancy”, “Giovanna d’Arco”, “Suzanne”, “A Presto Marianne”) che sono poi diventate tra i brani più belli da loro eseguiti, semplicemente adattando il testo (splendidamente) e mantenendo sostanzialmente invariati gli arrangiamenti. Eppure sono quasi indistinguibili dal loro repertorio originale.

Il cofanetto è realizzato benissimo, con le riproduzioni fedeli delle copertine in cartoncino. Il prezzo è decisamente contenuto: 27,53 euro su Amazon, ma sullo stesso sito, si può trovare in vendita presso altri venditori a partire da 22 euro.

PS: in questo periodo, sempre su Amazon, si trova un monumentale box dei Pink Floyd dal titolo “The Early Years 1965/1972″ composto da 27 tra cd e dvd. Credo sia roba molto seria, ma costa 461,39 euro!!!!! Prima di parlarne male voglio informarmi bene: non vorrei che Mudman, che mi postò un commento al vetriolo quando scribacchiai sulla versione cinematografica di “The Wall” di Roger Waters (vedi “Roger Waters “The Wall” – ottobre 2015) si alterasse…..

Novità: Billy Bragg e Joe Henry “Shine a Light: Field Recordings From The Great American Railroad”

28 Ottobre 2016 2 commenti

Una bella mattina due tizi un po’ attempati ma giovanili di spirito vanno alla stazione centrale di Chicago e fanno due biglietti. Il treno sul quale salgono non è un semplice treno. Non è un treno comune. E’ una fetta di storia americana. E’ il Mito del Viaggio. E’ il Mito della Frontiera. E’ il Mito degli Immensi Spazi ad Ovest.

Il treno è il Texas Eagle 421 della Amtrak che percorre oltre 2.700 miglia prima verso sud per Springfield, St. Louis, Little Rock, Dallas e Forth Worth, poi Austin e San Antonio. Di lì piega decisamente verso ovest e allora sfilano il Rio Grande, Alpine, El Paso, il Grande Spartiacque, Tucson, Yuma, e finalmente entra in California per le ultime 250 miglia prima di sfiorare il respingente di Los Angeles.

Insomma, più o meno l’equivalente per il treno della Route 66.

I due tizi in questione sono Billy Bragg da Essex, Gran Bretagna, classe 1957, e Joe Henry da Charlotte, USA, classe 1960. Musicisti per professione, menti libere per passione. Di Billy Bragg ho già scritto qualche tempo fa (vedi “Billy Bragg, Billy Bragg” – luglio 2014), mentre Joe Henry è un cantautore e produttore che potremmo definire “di nicchia”, ma molto valido. Un incrocio fra Dylan, Tom Waits e Ben Folds, senza raggiungere l’eccellenza di nessuno dei tre, ma comunque realizzando album spesso belli, densi e di grande atmosfera. Ed ha una voce molto particolare.

La grande idea è salire sul treno, su quel treno, e lasciarsi prendere dal suo fascino. Un piccolo bagaglio, lo stretto indispensabile, e due chitarre, ancor più strettamente indispensabili. Poi un piccolo aggeggio elettronico per registrare.

E ad ogni sosta del treno, scendere, imbracciare le chitarre, premere REC e lasciarsi andare. Ovunque: in sala d’aspetto, sulle platform, nei bar, negli atrii delle stazioni.

Il Viaggio, il Treno, la Frontiera hanno ispirato decine d’artisti sopratutto nei decenni a cavallo delle due Grandi Guerre, quando negli Stati Uniti è stata sviluppata l’immensa rete ferroviaria ed il treno era in quel momento l’unico mezzo per potersi spostare attraverso gli immensi spazi del paese. Perciò il materiale a loro disposizione era parecchio.

Ne viene fuori un album intenso e semplice. Le due voci che si rincorrono e le due chitarre suonate senza fronzoli. Essenziali. Eppure di grande atmosfera, con i rumori della stazione sullo sfondo, dallo scalpiccio dei passeggeri ai portelloni che vengono chiusi. Le canzoni sono tutte decisamente datate, ma piene d’armonia. Il disco si apre con un bluesaccio che ha il passo del treno (“Rock Island Line”), mentre un arpeggio apre la struggente “The L&N Don’t Stop Here Anymore” (Johnny Cash). “The Midnight Special” (Lead Belly) è un country-blues eseguito anche dai Creedence. “Railroad Bill” è la storia di un criminale, una specie di Robin Hood dell’Ottocento.

Ma tutti gli altri brani (in tutto sono 13) sono assolutamente perfetti per un album del genere, che potrebbe essere scambiato per un semplice esercizio di stile come tanti altri, vista la rilettura di classici assoluti del genere (ci sono anche “John Henry”, “Lobo’s Lullaby” e “In The Pines”) se non fosse per l’assoluta “rigorosità” dei due interpreti: Bragg ed Henry hanno sempre fatto, in qualche caso anche a discapito di un probabile e più facilmente raggiungibile successo, solo ed esclusivamente quello che rientrava nelle loro corde. Insomma, la loro sincerità è la miglior chiave di lettura per un disco come questo, per me da brividi.

Dave in Europa!!!

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Per quanto mi riguarda è un’occasione imperdibile.

Dave Matthews ha annunciato sul suo sito “davematthewsband.com” un tour europeo di 15 date insieme al fido Tim Reynolds. La sua voce unica e le sue splendide canzoni, su di un tappeto sonoro formato da due chitarre acustiche suonate con grandissima tecnica.

Questo l’elenco dei concerti:

20 Marzo 2017:   Londra, Eventim Apollo Theatre (fermata metro Hammersmith)

21 Marzo 2017:   Londra

23 Marzo 2017:   Dublino, Olympia Theatre

25 Marzo 2017:   Groningen, De Oosterpoort

26 Marzo 2017:   Amsterdam, AFAS Live (Heineken Music Hall)

27 Marzo 2017:   Colonia, Palladium

29 Marzo 2017:   Copenhagen, Royal Arena

30 Marzo 2017:   Berlino, Columbiahalle

1° Aprile 2017:   Vienna, Wiener Konzerthaus

2 Aprile 2017:   Praga, Forum Karlin

4 Aprile 2017:   Torino, Teatro Colosseo

6 Aprile 2017:   Padova, Gran Teatro GEOX

7 Aprile 2017:   Milano, Teatro degli Arcimboldi

10 Aprile 2017:   Lisbona, Coliseu Lisboa

11 Aprile 2017:   Porto, Coliseu Porto

 

I biglietti sono in prevendita per gli iscritti al Warehouse del sito, mentre andranno in prevendita regolare per tutti dal 24 Ottobre.

 

 

Novità: Phish “Big Boat”

20 Ottobre 2016 Nessun commento

Mi chiama mio nipote Lorenzo  e mi dice: “però non stai più scrivendo granché……” (spero riferendosi alla quantità più che alla qualità dei post), poi qualche volta capita di incrociare il mio amico AJ che mi dice: “certo, il blog langue….”. Si, è vero, mi sono dato poco da fare  negli ultimi tempi. Vorrei però recuperare in vista della fine dell’anno.

E allora invece di fare un unico mega post sulle nuove tre/quattro uscite recenti che mi hanno fatto battere il cuore, ne faccio tre/quattro post diversi…. 

Poi magari della qualità ne parliamo in un’altra occasione.

Chi è di scena?

I Phish pubblicano “Big Boat”, il nuovo album, a due anni dal precedente e bellissimo “Fuego”. Non che debbano fare molto per confermarci le loro capacità, ma certo “Fuego” rappresentava una bella sfida per i quattro.

Direi che la sfida se non vinta è sicuramente pareggiata. La particolarità  dei Phish, il loro punto di forza assoluto, è la loro grande capacità live. Senza esagerare in alcun modo, attorniati dai loro strumenti, il loro show rilassato è un emozionante fluire di suoni e canzoni, ogni sera diverso dal precedente.

E tutto senza disdegnare, oltre ai brani del loro smisurato repertorio (15 album dal 1988 ad oggi), cover di ogni genere, dai Beatles ai Led Zeppelin agli omaggi sentiti al repertorio di David Bowie nell’ultimo tour, a Bob Marley, a Dylan, Springsteen e tanti, tantissimi altri. Il tutto per quasi 2000 concerti in carriera, il che vuol dire stare in giro per più o meno 6 anni su 18.

La loro enorme tecnica, unita ad una “grazia” smisurata sia nella scrittura che nell’arrangiamento di un brano, gli permette di trasferire l’energia del concerto nei loro lavori di studio. Più o meno quello che accade anche alla Dave Matthews Band. Non a caso tra i due gruppi c’è grandissimo feeling.

Queste le ragioni, in breve, per cui “Big Boat” è un ottimo disco. Brani semplici ma al tempo stesso elaborati. Suoni puliti ma grintosi al momento giusto, melodie sempre gradevoli, qualche eco di progressive, in particolare nell’iniziale “Friends”. Brani sempre di ampio respiro, con un sapiente uso anche delle voci. Le atmosfere sempre molto varie. “Breath And Burning” ha un sapore caraibico. “Home” è un palpitante rock costruito su un riff mononota di chitarra. Tray Anastasio si lancio poi in uno dei suoi assoli sempre misurati ma di effetto. “Tide Turns” è un gran pezzo Soul con tanto di sezione di fiati ed hammond con un gran ritornello tipico dei Phish. “Things People Do” è un breve brano suonato solo voce ed organino (credo): si sente più la percussione sui tasti che il suono. “Waking Up Dead” ha un arrangiamento molto liquido con echi orientali. “Running Out Of Time” è una ballata country che inizia solo voce e chitarra per poi distendersi con il resto della band. “No Men in No Man’s Land” è un classico brano a la Phish di cui immagino un costante uso dal vivo, magari allungato a dismisura in una di quelle festose jam in cui i quattro trasformano i loro brani in concerto. “Miss You” è ancora una lunga ballata (oltre sette minuti), mentre “I Always Wanted It This Way” è un curioso (e, francamente, evitabile) brano simil disco anni ottanta (avete presente “Radio Ga Ga” dei Queen? giusto per rendere l’idea) con tanto di percussioni sintetiche e voce filtrata.

Anche “More” è sicuramente incisa avendo ben chiaro cosa farne in concerto (anche se meno originale delle altre), mentre il finale è tutto per “Petrichor”, brano di quasi quattordici minuti, summa di tutto il loro lavoro. Anche in questo caso parlerei di Progressive e non solo per la durata del brano: costruzione molto elaborata con un grande lavoro delle chitarre nella lunga introduzione (tre minuti e mezzo) che cambia tempo almeno quattro/cinque volte, per poi sviluppare una parte centrale con richiami decisamente classici.

A mio parere un ottimo disco, al livello del precedente ma anche di “Farmhouse” e “The Story Of Ghost” (che sono i miei preferiti).

In sintesi: un disco generoso.

Eight Days A Week – Il Film

30 Settembre 2016 Nessun commento

In viaggio con i Beatles.

Questo potrebbe essere il sottotitolo di “Eight Days A Week”, splendido docu-film di Ron Howard, specialista in prodotti nazional-popolari di qualità.

Un paio di anni fa il regista lanciò una campagna per la raccolta di materiale possibilmente inedito, rivolta verso quei fan che, incuranti della pochezza del mezzo “Super8″ (oggi ci sono video di qualità di concerti prodotti da un semplice smatphone scaricati su YouTube praticamente in diretta), tentavano, nella bolgia di un concerto dei Fab Four, di girare 1 o 2 minuti di immagini sfuocate e senza audio. Così, semplicemente per ricordo.

Ron Howard ha raccolto questi ricordi, queste emozioni, con cui, aggiungendo immagini professionali inedite (diciamo un terzo del film) e shakerate con due terzi di materiale già presente sull’Anthology di qualche lustro fa, ha confezionato un prodotto meraviglioso per la gioia di fan incalliti di tutte le età. Il racconto procede lungo la carriera dei Beatles, per il periodo che va dal 1962 al 1966 (i “touring years”), per più di due ore. Si passa così con un gran ritmo narrativo (la vera forza del film) dagli anni del gruppo compatto, affiatato, legato come una sola persona, all’affermazione di quattro personalità diverse, ognuna con le proprie passioni ed interessi.

Ed è un unico tunnel che i quattro percorrono alla velocità della luce per quattro anni, dalle ultime sere del Cavern di Liverpool al concerto al Candlestick Park di San Francisco, ultimo della loro storia fatta eccezione per quello finale sul tetto della Apple, attraversando momenti che vanno dalla spensieratezza giovanile all’allucinazione in un vortice di fama, successo e soldi sempre più esagitato.

E nel film sicuramente non c’è tutto, ma moltissimo si.

Ci sono le conferenze stampa con il relativo assedio di giornalisti. Ci sono l’ironia dei Fab Four che riuscivano a destabilizzare i media dell’epoca con le loro risposte sfrontate e l’atteggiamento guascone. Sono riuscito a stupirmi, più che altro perché non ne ero a conoscenza, per una presa di posizione dei quattro, che in conferenza stampa dichiaravano che avrebbero cancellato un concerto in una città del sud degli USA perché era previsto che il pubblico di colore avrebbe avuta una sua area “riservata” all’interno dello stadio.

Ci sono le scene di isteria ovunque, ai concerti, negli aeroporti, nelle strade fuori dai teatri e dagli hotel, ci sono le immagini di una polizia impreparata per l’epoca ad affrontare un evento generazionale del genere. C’è un capo della polizia che dice a Brian Epstain, loro manager, che i Beatles non potevano suonare in una location da 5.000 posti lasciando 50.000 ragazzi impazziti senza biglietto  fuori dal teatro.

C’è la loro immensa Musica, estratta dai concerti più importanti documentati (cosa all’epoca non semplicissima). La loro energia dei momenti migliori è tutta nei loro concerti. Così come il loro divertimento. E, soprattutto, il loro carisma. C’è Washington nel 1964, a mio parere la miglior testimonianza dei Beatles dal vivo insieme allo Shea Stadium dell’anno successivo. C’è, appunto, lo Shea Stadium, di cui vi parlerò fra qualche riga. L’Ed Sullivan Show, la tv svedese, la “Some Other Guy” ripresa dalla BBC al Cavern in un nostalgico bianco e nero mentre loro si preparavano a spiccare il volo. E poi qualcosa di estratto dall’Hollywood Bowl, dall’Australia, oltre alle malinconiche ultime esibizioni a Tokyo ed in Germania durante l’ultimo tour.

E poi ci sono testimonianze varie e spesso molto particolari. Ad esempio una toccante Whoopi Goldberg che unisce il racconto d’infanzia (la madre che la porta allo Shea senza dirle nulla fin davanti alla porta dello stadio) alla sensazione di superamento delle differenze che all’epoca ancora imperavano negli USA dove ancora la segregazione razziale non era stata abbattuta: la Musica dei Beatles univa, faceva sentire tutti uguali.

Grande spazio ha nel film Larry Kane, unico giornalista che, dal notiziario di una radio locale di Miami, chiese ai quattro una semplice intervista e che venne da questi invitato a seguirli per tutta la durata del loro primo tour statunitense, vivendo fianco a fianco e producendo così più di un reportage al giorno che, a mio parere, andrebbe raccolti in un documento a se stante. Ed ancora tanti altri: George Martin, Elvis Costello, Sigourney Weaver, Richard Lester (il regista dei loro film).

E, appunto, ci sono le lavorazioni dei film, il primo (“A Hard Day’s Night”) con scarso budget e molto entusiasmo, il secondo (“Help”) con largo budget e una noia mortale. Il tutto perfettamente e puntualmente riflesso nei film.

Perché i Beatles erano questo: il loro entusiasmo, il loro affiatamento, la loro amicizia, tutto traspariva nella loro Musica ed in ogni cosa cui prendevano parte, che fosse un film, un’intervista, un radio show o una semplice foto. Erano, in una parola, veri.

Lo stesso dicasi per i momenti peggiori.

Due “chicche” su tutto. La prima John che sbeffeggia con classe uno sprovveduto giornalista che gli chiede: “Tu sei”? e lui “Eric” e quell’altro “Siamo qui con Eric dei Beatles!”. La seconda Ringo che racconta divertito che il per il concerto allo Shea Stadium i Beatles si erano fatti costruire per l’occasione dei nuovi amplificatori da 100 Watt (quello che uso io per i “live” nei localini con i miei mitici Beastie è da 300 Watt) e che questi venivano diffusi per lo stadio con gli altoparlanti che si usavano normalmente per gli annunci, delle specie di trombette, a cui segue una spassosa simulazione dell’effetto passando dall’audio restaurato del concerto a quello degli altoparlanti.

A seguire, al termine della proiezione, 30 minuti 30 proprio del concerto allo Shea Stadium (in pratica solo la loro esibizione, senza tutti i gruppi spalla presenti nel film ufficiale) restaurato in audio ed in video. Semplicemente fantastico! Vale il prezzo del biglietto la versione scatenata di “I’m Down” con Lennon alla tastiera che si diverte come un matto. Sicuramente in quel momento non doveva ancora pesargli troppo il momento “live”, nonostante le urla del pubblico in delirio.

Insomma, se avete perso “Eight Days A Week” al cinema, visto che è stato presentato per un numero limitato di proiezioni, compratelo assolutamente all’uscita in dvd.

One More Kiss!!!!

21 Settembre 2016 Nessun commento

Lo sapete, ho una piccola “devianza”: mi piacciono i Kiss. Si, proprio loro, i quattro bellimbusti mascherati che da oltre quaranta anni percorrono in lungo ed in largo il globo terrestre portando il loro show esagerato, ridondante, assordante, anche inutile in certi casi.

Però mi piacciono. Così è. Dopotutto in età giovanile mi sono piaciuti anche Duran e Spands, perciò…

Metronomici, i quattro danno alle stampe un nuovo live, “Kiss Rocks Vegas”. Stavolta fanno le cose in grande, come si conviene di questi tempi. Un disco con i canonici 16 brani che spaziano per tutto il loro repertorio e con vari formati di pubblicazione: cd, cd+dvd, dvd+blue ray e chi più ne ha più ne metta.

Io ho acquistato la versione “cd+dvd”. Ai fini della recensione, separerei i due prodotti.

Il dvd è fantastico. Vediamo il gruppo arrivare già truccato in elicottero sul luogo del concerto (il teatro dell’Hard Rock di Las Vegas), raggiungere il palco, il grido che da sempre li accompagna in scena (“Allright Las Vegas, You Want The Best You Got The Best: The Hardest Band In The World: Kiiiiiiisssssss!!!”) e da li scatenarsi una pioggia di fuochi d’artificio e di note prodotte dai quattro. Il concerto è ripreso in altissima definizione da almeno 20 telecamere, neanche fosse una partita di calcio. Il luogo si presta benissimo: non si tratta di uno stadio smisurato ma di un teatro neanche di grandissime dimensioni. Perciò l’effetto è quello di trovarsi sul palco con loro, o al massimo in primissima fila. I quattro ci danno dentro come al solito con tutta l’anima, senza risparmiarsi.

E allora via con tutto il repertorio di trucchi di scena, dalle coreografie alle polarizzazioni dei personaggi (Gene Simmons è il Demone e fa il Demone, Paul Stanley è il Figlio delle Stelle ed il sex symbol e fa il Figlio delle Stelle ed il sex symbol, e via di seguito), dai fuochi d’artificio ai petardi. Insomma è tutto talmente carnascialesco ed esagerato da farsi apprezzare comunque.

La musica non è da meno. Ho sempre avuto una certa difficoltà a considerare i Kiss un gruppo hard-rock. La loro musica, dai toni sicuramente accesi, è però un rock’and’roll semplice, fin troppo. Eppure i quattro, in particolare negli anni migliori e più produttivi, hanno sempre prestato attenzione alla melodia dei brani e, difficile crederlo, alle armonie vocali. Ebbene si, in quel marasma cacofonico rappresentato dall’”americanità” del loro show, c’è sempre stato spazio per melodia ed armonia. Riff clamorosi, hit single potenziali in abbondanza, cori e coretti da anni sessanta.

Voto DVD: 9+

Veniamo al cd. Clamorosamente cambia tutto. Mancando l’immagine, vengono fuori tutte le “magagne”. Tanto per cominciare l’incisione, molto meno brillante dei primi due inarrivabili volumi degli “Alive”. Impastata, in alcuni momenti confusa. Sembra tutto molto slegato.

Tommy Thayer, il chitarrista solista che sostituisce lo storico Ace Frehley, ne imita lo stile e gli assoli, ma il risultato non si discosta da quello di Deryl Stuermer che sostituisce Steve Hackett nei Genesis. Tra l’altro lui è inglese mentre il gruppo ha un suo essere americano con il quale risulta impossibile la sintonia. In più essendo Thayer accreditato come il “produttore” dell’album, direi che la resa sonora in qualche modo gli va attribuita.

Ma tutto risulterebbe comunque accettabile alla fin fine in un’ottica di turn-over che vale sia per il calcio che per la musica. Dopotutto i Kiss sono talmente integrati nello show-business da non aver mai fatto mistero che le maschere altri non sono che strumenti per continuare a sfruttare nel tempo il marchio “Kiss” indipendentemente dal soggetto nascosto dietro il pesante trucco e l’ingombrante costume.

Quello che alla fine lascia veramente perplessi è la voce di Paul Stanley. Esempio lampante è l’iniziale “Detroit Rock City”, manifesto del gruppo. Parte quasi con il piede giusto, cala già nella seconda strofa per poi diventare quasi un parlato nell’ultima. Come sale di tonalità e di tensione immancabilmente si perde.

Voto CD: 4+

Conclusione: l’immagine, alla fine, conta più della musica. Se non avete alcun documento filmato del gruppo, il DVD è realizzato veramente molto bene e merita. Se non dovesse interessarvi, ripiegate su “Alive!” e “Alive II” (vedi “Il Disco del Mese” di settembre 2015 per un’ampia recensione), ed  i vostri soldi saranno molto ben spesi.

PS: ok, chi mi segue potrebbe dire “Però a loro le passi tutte, a Peter Gabriel lo massacri tutte le volte che puoi”. Lo so, che ci volete fare? E’ che i quattro coatti di New York in ogni caso mantengono una genuinità del prodotto e di loro stessi, diciamo una sincerità di fondo (anche se votata completamente al dio denaro) che li rende sempre veri ed apprezzabili. L’Arcangelo invece ci fa vivere sempre e solo di ricordi almeno da 25 anni a questa parte.  

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