Archivio

Archivio per la categoria ‘Spettacoli’

Rogue One!!!

20 Dicembre 2016 Commenti chiusi

La Disney tiene fede agli impegni presi con i fan della saga di Guerre Stellari e pubblica il nuovo capitolo.

Non è il primo spin-off ufficiale. Se ricordate bene qualche anno fa, si era a metà degli Ottanta, uscirono due film, o meglio due tv-film per ragazzi, prodotti sempre dalla Lucas Film e che avevano come protagonisti gli Ewok, quei simpatici orsacchiotti cui tanto la Ribellione deve nell’episodio VI. Ma non li ricordo come qualcosa di fondamentale, forse solo per i super-fan.

Invece “Rogue One: A Star Wars Story” è più di un semplice spin-off. Si tratta, a mio parere, di un film della saga ufficiale a tutti gli effetti. Si colloca, temporalmente, tra episodio III ed episodio IV. Racconta in maniera estesa di quel manipolo di eroi che riuscì a rubare i piani della Morte Nera e di cui si narra nelle prime righe del rullo iniziale di “Star Wars” o “Una Nuova Speranza” che dir si voglia. Ed allora in breve qualche considerazione, come per l’uscita dell’episodio VII qualche tempo fa (vedi “Che La Forza Sia Con Noi” – dicembre 2015).

1) Parto con la considerazione di base: il film è strepitoso, divertente, avvincente ed emozionante. Tutto ciò al di là ahimè dell’ecatombe finale, perché comunque riesce a farti affezionare rapidamente ai nuovi personaggi, molto ben miscelati: dall’eroina muscoli nascosti e cervello al capitano di ventura, dall’ammutinato senza nulla da perdere al droide riprogrammato, dal guerriero shaolin cieco al rambo del futuro. Dopotutto se nessun componente della squadra “Rogue One” fa parte dell’episodio successivo, a parte il problema temporale di un prequel di un film uscito quarant’anni prima, un motivo ci deve essere. La trama, rispetto all’episodio VII è meno facile ed “occhieggia” meno ai piccoli fan. Non mancano i momenti d’ironia lasciati al droide del film che si rivela sempre molto disponibile a fornire percentuali a sfavore degli eroi e che poi alla fin fine, visto il finale, un po’ di sfiga porta. Inoltre il film riesce ad appassionare senza ricorrere a spade laser ed alla Forza, di cui si fa un gran parlare ma la cui potenza non influenza la trama come in altri episodi.

2) Il cast è ottimo e, oltre ai protagonisti, infarcito di piccole interpretazioni di pregio: Forest Whitaker in versione un po’ guerriero un po’ pirata, con cicatrici e menomazioni per le tante battaglie e Riz Ahmed, attore e rapper inglese di origini pakistane, candidato tempo fa anche al Golden Globe, nel ruolo di un pilota ammutinato dell’Impero.

3) Come per il precedente dello scorso Natale, spiccano le ambientazioni. I pianeti intelaiati nella trama sono parecchi e giuro che nella prima mezz’ora di film si rischia di perdercisi, ma le ambientazioni lasciano senza fiato. Si va dal pianeta desertico all’avamposto sperso nel nulla galattico che sembra estratto da Nirvana di Salvatores, per arrivare al pianeta dove si svolge lo scontro epico finale e che sembra un paradiso tropicale con architetture avveniristiche e cascate sospese in mezzo al mare.

4) La trama è infarcita di riferimenti all’attualità. Il primo sonoro scontro avviene in una città dichiaratamente riferita al Medio Oriente. Una via di mezzo tra Gerusalemme e Aleppo, dove si spara senza esclusione di colpi. L’indecisione nel Gran Consiglio della Ribellione tanto somiglia alle difficoltà di parecchi governi attuali.

5) Così come parecchie sono le citazioni da altri film: si va da “Quella Sporca Dozzina” a “Platoon”, dal già citato “Nirvana” o forse meglio “Blade Runner” a  ”Furia Cieca”, oltre a richiami a Sergio Leone.

6) Ultimo punto sulla produzione: si nota un uso abbastanza marcato della computer grafica nel far rivivere alcuni personaggi della saga. A parte ovviamente Darth Vader, qui in versione più da burocrate che da braccio armato dell’Imperatore. Per lui basta camuffare adeguatamente un omone ed il risultato si porta a casa. Però il Governatore Tarkin (Peter Cushing) ed una giovanissima Leia fanno tanto effetto “Polar Express”. Soprattutto Leia. Sarà questo il futuro della saga? Mega film in cui far rivivere attraverso la computer grafica tutti i personaggi della storia, Luke, Han Solo e tanti altri nel loro momento di maggior splendore? Non penso mi piacerebbe. Si verrebbe a perdere quel lato umano che certe interpretazioni hanno regalato, contribuendo a fornire spessore ad un universo fantastico nel quale ormai ci immergiamo da parecchi anni con grande soddisfazione.

Un Faro: Dario Fo (1926 – 2016)

13 Ottobre 2016 Commenti chiusi
Categorie:Spettacoli, Teatro Tag:

Che La Forza Sia Con Noi

22 Dicembre 2015 Commenti chiusi

Sempre da non addetto ai lavori, ma come fan “sfegatato” della Saga di Star Wars, una serie di piccole e brevi considerazioni senza importanza…

1) Ci sono stato e, devo dire la verità, pensavo una ressa maggiore. Evidentemente la prevendita ha tenuto lontani quelli che ambivano ad acquistare il biglietto al botteghino. Però anche la sala non era piena, anzi parecchi posti risultavano invenduti. Il tutto in un cinema in zona popolare di domenica pomeriggio al primo spettacolo. E’ vero, c’era la Roma in campo, comunque……

2) Punto di partenza: un qualsiasi minuto dell’episodio VII vale più di episodio I e II messi insieme. Il III potrebbe strappare un pareggio, ma in quella trilogia il punto debole era il plot basato sul Cattivo. C’è poco da fare, paga poco.

3) Non male la commistione tra cast vecchio e nuovo, anche se Leila sembra mia zia (difficile immaginare mia zia Generale della Ribellione) e Luke appare per 4/5 secondi nell’ultima sequenza e sembra Alan Parsons. Harrison Ford è invecchiato, ma in stile Sean Connery, e si mangia cast vecchio e nuovo per colazione. Il film s’illumina nel momento in cui entra in scena insieme a Chewbecca e brilla finché resta in scena.

4) Il nuovo cast è un po’ “Hunger Games” (l’eroina), un po’ “Politically Correct” (l’assaltatore che si ribella), un po’ “paraculo” (il pilota Dameron che la scampa sempre, anche nella situazione più complicata, tra l’altro interpretato brillantemente da Oscar Isaac, il Llewyn Davis dei Coen – ecco un esempio di giovane attore poliedrico).

5) Una cosa che qualcuno potrebbe spiegarmi: alla fine dell’episodio VI muoiono Darth Vader e l’Imperatore, e tutti i mondi festeggiano con parate e fuochi d’artificio. I Buoni trionfano ed i Cattivi fanno una brutta fine, come nel più classico dei film d’avventura. E allora, se la storia si svolge 30 anni dopo, com’è che la Ribellione è sempre Ribelle? E’ vero, i nuovi cattivi del Primo Ordine (chiaramente fascisti nell’animo, quando si parla di Ordine lì si va a finire) parlano spesso di combattere la Repubblica, perciò qualcosa è cambiato ma non come evidentemente speravano i nostri Eroi della seconda trilogia.

6) La trama è avvincente, ma….. alla fine appare come una scopiazzatura dell’episodio IV: c’è (stavolta) una ragazza che vive quasi d’espedienti su di un pianeta deserto, un droide che contiene un segreto fondamentale e che deve essere urgentemente restituito alla sua padrona, voli nello spazio, rapimenti stellari, peripezie e liberazioni spettacolari per riportare il segreto a casa, una nuova Morte Nera più grande e terribile della precedente ma incautamente più debole e facilmente attaccabile.

7) Il film è ricco d’ironia, il che lo rende molto più godibile di una pesante storia di fantascienza (ad esempio “Dune”, tanto per dirne una). Si ridacchia parecchio, soprattutto grazie alle battute di Han e di Dameron. In qualche caso l’ironia è anche non voluta, come nel momento in cui il Cattivo di turno Kylo Ren, apparentemente molto potente, decide di togliersi la maschera. Il volto che appare (labbroni alla Mick Jagger e nasone da combattimento del bravissimo Adam Driver – tra l’altro anche lui nel cast di “A Proposito di Davis”, era quello che faceva le voci strane su “Please Mr. Kennedy” e che per un po’ ospita lo spiantatissimo protagonista) fa pensare più al “rimettiti la maschera” da cinema di 2^ o 3^ visione che al terrore che dovrebbe generare.

’8) Il film è realizzato meravigliosamente. Gli effetti speciali sono fantastici, e questo sarebbe il minimo visti i mezzi oggi a disposizione. Ma la cosa più bella sono le ambientazioni. Il cimitero delle enormi navi da guerra sul pianeta della protagonista è grandioso, e così tutto il resto.

9) La Forza, la Vera Forza che aleggia su tutto il film e ne permea ogni secondo di pellicola ed ogni battuta è quella della Disney. Il Gigante dell’intrattenimento ha preso in mano la situazione e, se da una parte, da garanzie a noi cultori sulla riuscita e soprattutto sulla regolarità dei prossimi episodi (sono previsti gli episodi VIII e IX nel 2017 e nel 2019 e ben tre spin-off con ambientazione “Star Wars”), dall’altra crea delle semplificazioni meno digeribili, dai personaggi leggermente stereotipati alla stessa trama: la protagonista fino ad un attimo prima non aveva alcun sentore della Forza, il tempo di accompagnare ai servizi mio figlio (trenta secondi?) ed al ritorno tutto le si è svelato e combatte con la spada laser come un veterano Jedi. Troppo facile….

Categorie:Cinema, Spettacoli Tag:

Weekend In Sala

18 Dicembre 2015 Commenti chiusi

Curioso il mio ultimo fine settimana: per parecchio tempo mi sono tenuto alla larga da teatri e/o cinema. Poi, recentemente, ho scoperto in E (mia figlia quindicenne) un’ottima baby-sitter per il piccolo A, perciò ci siamo concessi con la mia dolce metà qualche piccola “fuga”.

Questo per quanto riguarda il caso B). Per gli altri due casi abbiamo approfittato della splendida idea di alcuni genitori della classe del piccolo A che hanno deciso di organizzare la festa di compleanno dei figli al cinema o al teatro.

Ed allora ecco a voi la cronaca (da non addetto ai lavori) di un weekend inusuale e molto divertente.

A) “Il Viaggio di Arlo” di Peter Sohn   (Walt Disney/Pixar, sabato 12 dicembre mattina)

Disney è Disney, c’è poco da fare. Film per bambini moderno (vale a dire alla fin fine è anche per grandi). Plot essenziale: l’ipotesi di base è che il famigerato meteorite, cui gli scienziati attribuiscono la scomparsa dei dinosauri, modifichi la sua corsa ed i grandi rettili lo vedono passare sulle loro teste. Niente più estinzione. Qualche migliaio di anni dopo i dinosauri sono la specie imperante sulla Terra e si sono evoluti, tanto da costruirsi rifugi, coltivare il grano, conservarlo e riuscire ad affrontare anche gli inverni più rigidi. Arlo è il terzogenito di una simpatica famiglia di apatosauri. e soffre la vicinanza dei fratelli più grandi. Ne accadono di tutti i colori finché il piccoletto si trova sbalzato a centinaia di chilometri di distanza da casa e deve intraprendere un pericoloso ed avventuroso viaggio di ritorno a casa durante il quale troverà come alleato un piccolo umano con il quale stringerà un forte rapporto di amicizia.

Il bello del film? E’ un Pixar e la resa cinematografica è strepitosa come al solito. Non riesco a capire più perché continuino a chiamarli “Cartoni”. L’immagine digitale è definita all’inverosimile e la dove lo schermo riproduce un paesaggio, questi risulta assolutamente indistinguibile dalla realtà. Poi la storia è sicuramente piacevole, ben girata e con la giusta dose di ironia e avventura.

Il brutto del film? Più di ogni altro Disney, il film è un pout-pourri delle tristezze in cartone animato: muore un genitore (come nel “Re Leone” o in “Bambi”, in “Frozen” morivano tutti e due), durante la sequenza della separazione tra i due protagonisti, lucciconi a perdita d’occhio tra il pubblico, per non parlare della mamma distrutta dal carico di lavoro che grava quasi completamente sulle sue spalle.

B) “Slurp” di e con Marco Travaglio (Teatro Vittoria, sabato 12 dicembre, sera)

Il nuovo lavoro di Marco Travaglio, in scena insieme alla bravissima Giorgia Salari, racconta le nefandezze dell’informazione tutta (tv e giornali) troppo spesso intenta a servire ed omaggiare il potente di turno, senza distinzione di schieramento politico, vuoi per garantirsi un posto al sole o qualsivoglia tipo di tornaconto o anche semplicemente per la “pagnotta”.

Il quadro che ne esce è assolutamente desolante. Ma il direttore de “Il Fatto Quotidiano” gestisce il tema in toni spesso gustosamente farseschi, con una scelta di tempi e di ritmo narrativo veramente divertente: dalla lettura parallela degli articoli sugli sport praticati da Mussolini e da Renzi ai “tormentoni” su Ferrara e Vespa. Meno serioso (e pesante) che in precedenti produzioni, Travaglio riesce a tenere la scena per quasi tre ore di spettacolo senza annoiare neanche un minuto.

C) “Bubbles” di e con Marco Zoppi (Teatro Vascello, domenica 13 dicembre) 

Domanda: è possibile lavorare settanta minuti su di un palco facendo esclusivamente bolle di sapone? Risposta: assolutamente si. Marco Zoppi, coadiuvato da Rolanda Sabaliauskaite, giovanissima illusionista lituana, presenta uno spettacolo frizzante, divertente, coinvolgente e dal grande ritmo con il solo ausilio di acqua saponata e gas colorato per dare spessore, profondità e forma al gioco che ha coinvolto sicuramente tutti, bambini di ieri e di oggi.

Con grande mimica facciale e tanta esperienza sul palco nonostante la giovane età, Zoppi ha realizzato una serie di numeri a tema accompagnati da un’ottima colonna sonora (tra cui un’appropriata e affascinante “Mercy Street” di Peter Gabriel), tutti con lo stesso canovaccio: alla prima bolla di sapone prodotta lo spettatore (parlo per me) fa “bhè, questo lo so fare anch’io”. Da quella successiva si va invece su di un altro pianeta e tutto diventa complicato e magico al tempo stesso. Ma come fa? Quelle si muovono, sono instabili assolutamente, eppure lui le tiene in piedi per una quantità enorme di secondi. Ci gioca a ping-pong, ci avvolge le persone, ne fa simpatici lumi, le sovrappone e le scompone. Insomma, mirabolante!

Roger Waters ” The Wall”

4 Ottobre 2015 9 commenti

Dei Grandi Gruppi nati sul finire degli anni sessanta e poi esplosi negli anni settanta i Pink Floyd per me sono stati sempre un mezzo gradino al di sotto degli altri. Gli “altri” sono Genesis, Yes, Led Zeppelin, Jethro Tull e Deep Purple. I King Crimson fanno loro buona compagnia.

Insomma, come dall’energia di Led e Deep e dal “fantasy” di Yes e Genesis si passava a cose più intellettuali e concettuali, cominciavo ad avere difficoltà. Infatti dei Pink Floyd adoro il periodo “commerciale”, da “The Dark Side of the Moon” in poi, mentre mi riescono ostici tutti i primi album (“Ummagumma”, “Atom Heart Mother” e “Meddle”). Poi sono pazzo per “Arnold Layne” e quelle prime cose con Syd Barrett, ma questo è un altro discorso.

“The Wall” è un discorso a parte. E’ un’Opera. E’ angosciante, pesante, straniante, purulenta, inquietante (e mi fermo qui). Ma Grandiosa. Tra i migliori brani scritti in assoluto. “Confortably Numb”, “Hey You” e tutta la suite iniziale con il leit motiv di “Brick” (tre parti) non possono lasciare indifferenti. La trama non può lasciare indifferenti. L’immedesimazione è pressoché totale: un muro per difenderci/escluderci prima o poi ce lo siamo costruiti tutti. Le emozioni che si provano ascoltando “Mother” o il canto monocorde dei bambini sono già dentro di noi. Ed il “Muro” è sbagliato per principio. Ce ne sono più oggi di trenta anni fa.

Sul disco c’è poco da discutere.

Dopo “The Wall” i Pink Floyd non saranno più la stessa cosa. Roger Waters se ne andrà nel 1985 mentre gli altri tre ingaggeranno una discreta battaglia legale per poter continuare ad utilizzare il nome. Una volta vinta daranno ancora alle stampe due album (“A Momentary Lapse of Reason” e “The Division Bell”) oltre a vari album dal vivo e, postumo alla morte del tastierista Richard Wright, all’ultimo “qualcosa” uscito quest’anno (“The Endless River”). Dall’altro lato Waters pubblicò l’ultimo vero disco solista (“Amused To Death”) nel 1992, campando di rendita sullo show di “The Wall” (prima esibizione alla caduta del Muro di Berlino sulla Postdamer Platz nel 1992) portato più volte in tour ininterrottamente dal 2010 al 2013. per  219 concerti ed oltre 4 milioni di spettatori per un incasso complessivo di mezzo miliardo di dollari.

E finalmente, eccoci al film, anzi all’Evento. Avete presente questa nuova branca del business dei cinema? Strangolati dai siti che pubblicano i film in contemporanea con le uscite nelle sale e con una qualità più che discreta, con i costi sempre più enormi delle strutture elefantiache dei multisala, oltre a farci pagare 10 euro un popcorn propongono ogni tanto degli Eventi, praticamente esclusivi. La proiezione in contemporanea mondiale e per un solo spettacolo unico e irripetibile di un concerto di una certa rilevanza (ad esempio quello dei Led Zeppelin per la festa dell’Atlantic) è uno degli Eventi tipici. Addetti ai lavori mi dicono che oggi si parla di un 10% del fatturato per un’attività iniziata solo da qualche anno.

Così si paga qualcosa in più ma, e per me era la prima esperienza, hai effettivamente la sensazione di vivere qualcosa di unico. E devo dire che assistere al film in quarta fila (la prima possibile) centrale ha contribuito a rendere l’esperienza avvolgente e profonda.

“Roger Waters – The Wall” unisce l’Opera integrale, ripresa da quattro concerti (Quebec City, Londra, Atene e Buenos Aires), ad una piccola fiction. Anzi, più che una fiction direi un “reality”: il viaggio del protagonista (non Pink, ma proprio Roger Waters) dalla sua casa nella tranquilla, è un po’ tetra, campagna inglese, alla ricerca dei luoghi dove morirono il nonno (in Francia durante la I Guerra Mondiale) ed il padre (ad Anzio, durante la II). Il viaggio rappresenta per Waters l’occasione per una riflessione sul tempo che passa, sul disastro di qualsiasi guerra e sui danni che provoca ancora a decine di anni di distanza. Ma l’atteggiamento, in generale drammatico e toccante (in particolare nella visita dei cimiteri di guerra e nel racconto della morte del padre che Waters fa ad uno spaesato barista francese che non capisce una sola parola) è contrappuntato da piccole isole di humor tipicamente inglese.

E poi sono spettacolari i rientri sul concerto. Come l’iniziale, con Waters che suona la tromba davanti ad un monumento mentre dietro di lui l’ombra di un bombardiere incombe sempre più, e quando il motore romba in maniera assordante esplode l’attacco dell’Opera sul palco. Fantastico!!! Oppure il ritorno sul palco passa attraverso il passaggio per i corridoi, anch’essi un po’ tetri) di una casa vittoriana.

Sul palco poi è vero spettacolo. Coinvolgente ed entusiasmante. Anche la seconda parte dell’Opera, più baroccheggiante della prima, riesce a non pesare più di tanto nel crescendo parossistico che porta poi al crollo del Muro finale. Anzi, con le immense possibilità della tecnologia attuale, che permette di usare tutta la superficie del muro per proiettare immagini, queste esaltano ulteriormente lo show e la sua godibilità cinematografica. E poi i costumi, i pupazzoni, le luci ed i fuochi artificiali, i bombardieri che aprono le loro pance e scaricano sul mondo svastiche, stelle&strisce, falci&martelli, stelle di David, mezzelune, simboli della Mercedes ed altre armi di distruzione di massa.

Inoltre, e questa è la più grande sorpresa, Roger Waters smette finalmente i panni del P.I.P.S.N.I.M. (“Palloso Ipocondriaco Perennemente Scazzato Nonché Interiormente Macerato) per trasformarsi in un settantenne animale da palcoscenico. Salta e zompetta da tutte le parti, ridacchia, saluta il pubblico (che prima odiava), balla con i bambini durante “Brick Pt. 1″, scambia sorrisi e sguardi d’intesa con i suoi intabarrati musicisti, cambia costume, canta, suona basso e chitarra, urla, insomma da l’impressione di godersela un mondo. E lo trasmette anche via pellicola.

Tecnicamente un concerto molto molto ben girato. Non c’è assolo che non sia ripreso in primo piano, così come qualsiasi altro passaggio musicalmente degno di nota.

E poi, dulcis in fundo, al termine del film una vera e inaspettata “chicca”. A dir la verità la mia idea era quella di uscire, come al solito, sui titoli di coda. Ma gli altri amici mi hanno invitato ad aspettare. E devo dire che ne è valsa la pena. “The Naked Truth”, proiettato in coda, è una chiacchierata tra due vecchi amici, Roger Waters e Nick Mason (batterista dei Pink Floyd) che, usando domande fatte dai fan via Internet, ne approfittano per raccontare, in maniera molto “british” e con grande humor, alcune storiche verità. Tra queste:

1) i Pink Floyd non si rimetteranno mai più insieme, almeno gli attuali sopravvissuti. Waters non ne ha nessuna intenzione e non ha rimpianti. “Dammi una ragione per cui dovrei farlo” fa Waters e  Mason, di rimando, “Almeno per farmi uscire ogni tanto di casa”.

2) con David Gilmour non hanno litigato. Si sono semplicemente allontanati.

3) “Confortably Numb” è stata creata in studio per esigenze di trama.

4) C’era competizione con gli altri gruppi degli anni settanta? La risposta è “frase dell’anno”: “E perché? come potevi metterti in competizione con quelli che sapevano suonare veramente?”

Qualche ultimo commentino sui bei tempi con Syd Barrett, e poi tutto termina dopo due ore e mezza abbondanti passate in un attimo.

Insomma, attendo con ansia l’uscita del DVD.

Fargo? Boh….

19 Dicembre 2014 Commenti chiusi

Qui da noi siamo abbastanza abituati. Abbiamo visto un paio di casi recenti dove a due bei libri (“Gomorra”  e “Romanzo Criminale”) sono seguiti due ottimi film e, per l’intraprendenza dell’unica televisione da noi che cerca di rompere un minimo gli schemi (anche se poi taglia le gambe inspiegabilmente a chi fa contenuti in maniera seria da tanti anni – ma questa è un’altra storia), due ottime serie tv.

Dagli Stati Uniti sono arrivate ottime serie, soprattutto da libri di Stephen King (“Shining”, “L’Ombra dello Scorpione”, “Tommyknockers”, “It” e l’ultima “The Dome”, anche se con qualche ombra – vedi su questo blog “Under The Dome: il Serial”, ottobre 2013) che ben si prestano vista l’abilità “cinematografica” del loro autore.

E poi dicono che oggi la vera sperimentazione sono proprio le serie televisive, quelli che una volta chiamavamo telefilm e che, per mantenerti sveglio, dovevano essere polizieschi.

Insomma, tutto ciò per commentare la nuova produzione proposta in questi giorni da Sky Atlantic in prima assoluta e di cui si fa un gran parlare da parecchio tempo. Si tratta di “Fargo”, prodotta dagli autori del film originale (1996), i fratelli Coen, che gli valse, tra l’altro, il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale nel 1997.

Personalmente sono un loro fan. Ho amato tantissimo questo film, per me una storia pazzesca sulla stupidità umana e sulle conseguenze assurde cui certe azioni conducono, così come “Il Grande Lebowski” (un must). E poi “Arizona Junior”, “Barton Fink”, “Mister Hula Hoop”, “Fratello Dove Sei?”. E poi l’ultimo bellissimo “A Proposito di Davis”, ricco di fascino e tanta tanta splendida musica.

Non mi sono appassionato per niente invece all’altro loro film premio Oscar, “Non E’ Un Paese Per Vecchi”: troppo violento e senza scampo.

Bene, visto il primo episodio, mi domando: perché? Non lo so, forse migliorerà lungo il percorso, forse il primo episodio doveva essere scioccante, ma perché tutto ciò?

Mi spiego. D’accordo, la serie dilata i tempi, la storia può essere sviscerata in maniera più completa e seguendone tutti i rami primari e secondari. Ma perché modificarla così profondamente? Nel film tutto era incentrato sull’arguzia di una poliziotta normale sulle tracce del criminale più stupido del mondo. Che questi si fosse accordato, per riparare ai suoi guai finanziari, con due balordi di cui, per inciso, uno virato decisamente sullo psicopatico, era parte essenziale della trama principale.

Nel telefilm invece lo psicopatico assume ruolo assolutamente centrale. Si muove in giro come il diavolo di “Cose Preziose” di Stephen King, ad incrociare destini tra di loro in maniera deflagrante ed a goderne le conseguenze. Ed uccide con freddezza e ferocia. Ma è tutto il telefilm, e per me questa è la cosa peggiore (pollice verso), che si muove su sentieri di ferocia ai limiti dello splatter (l’omicidio della moglie del cretino, quello del camionista, ecc.). L’indugiare su particolari orripilanti o sull’agonia (del capo della polizia), il fratello che picchia selvaggiamente l’altro fratello con una mazza da hockey, e poi tutto quel sangue.

Ma negli Stati Uniti a che ora lo mandano in onda?

….mi manca molto….

5 Giugno 2014 2 commenti

….un link per un video (ed un bellissimo brano) che lo ricordano….
http://www.youtube.com/watch?v=I5DzSfAiDUc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Pomeriggio Entusiasmante…

10 Maggio 2014 2 commenti

Martedì scorso (6 maggio), nella sala d’essai del Cine Circolo Romano, c’è stato un evento speciale, del quale, in qualche modo, sono stato tra gli organizzatori.

In brevissimo: un amico, responsabile della programmazione, mi ha chiesto un’idea per completare una rassegna di film musicali. Vista la mia passione per “Orfeo 9″ ed i miei contatti (pochi, ma buoni), ho fatto solo il classico “2+2″.

Ho messo in contatto il mio amico con l’assistente del Maestro Tito Schipa Jr e tutto è stato molto semplice. Anzi, tutto è andato meglio di ogni più rosea aspettativa: alla proiezione ha partecipato, per rispondere alle domande che inevitabilmente la visione del film ha generato nel pubblico, il Maestro in persona ed alcuni suoi collaboratori. Tra questi Ermanno Manzetti, che ha curato il restauro del film e la realizzazione di un dvd di prossima uscita che si annuncia decisamente succulento: il film restaurato, l’audio migliorato e, soprattutto, contenuti speciali pazzeschi, tra cui la versione che andò in scena al Sistina a gennaio del 1970, ricostruita attraverso una registrazione dell’audio fatta tramite un registratore poggiato sulle gambe della madre dell’Autore presente in teatro (secondo quanto racconta egli stesso nel libro del “Making Of…” questa risulta essere l’unica documentazione prodotta in quei giorni memorabili) e poi “animata” attraverso immagini filmate, foto, ed altro.

Chi scrive ha poi avuto l’onore, in apertura dell’evento, di raccontare qualcosa per introdurre il film, soprattutto dal lato musicale. E, soprattutto, il piacere di ricevere l’apprezzamento da parte dell’Autore per essere riuscito a trasmettere al pubblico l’emozione che provo per l’Opera.

E, alla fine, un ricordo indelebile……

Anteprima!

14 Dicembre 2013 Commenti chiusi

Ogni tanto mi dedico al Cinema. Molto raramente. Come al solito non ne ho le competenze per parlarne in maniera sensata. Allora racconto qualcosa che mi ha colpito. Così, giusto per diffondere…

Sabato scorso il mio piccolino A (5 anni) è stato invitato ad una festa di compleanno di una suo compagna di classe. Una festa molto originale. In un cinema di Roma è stata organizzata una visione privata in anteprima assoluta di “Frozen”, il film d’animazione Disney per il Natale 2013. Il film è in uscita nelle sale il giorno 19 di questo mese.

E allora ne parlo brevemente in virtù di due fatti: innanzitutto una volta tanto ho una notizia in anteprima e allora la pubblico. Secondo, grazie ai miei tre figli (15, 13 e 5 anni) sono almeno dieci anni che il 90% dei film visti al cinema sono film per ragazzi. Durante la crescita dei miei “grandi” siamo passati dal cartone animato al “Signore degli Anelli” ai Supereroi. Ora il mio grande predilige gli sparatutto e quelli horror/thriller, per cui sono praticamente tagliato fuori. Ok, cresce.

Insomma, sui film del genere sono decisamente un’autorità.

E allora qualche brevissima nota. “Frozen” è il classico film Disney di ultima generazione: rivolto ai piccoli e piccolissimi ma indirizzato in maniera chiara anche ai genitori. Battutine incomprensibili per i bambini riscuotono invece un discreto successo nei grandi. Il disegno è quello dei classici Disney (da “La Bella Addormentata” a “Cenerentola”) ma aggiornato grazie alle impressionanti meraviglie della tecnologia. Le canzoni danno la sensazione di essere parecchio ingombranti, tanto che, almeno nella prima parte, sembra di assistere ad un musical.

State vicini ai bimbi, perché nei primi venti minuti succede il peggio di tutto e, in alcuni momenti, la trama riesce persino straziante (non anticipo nulla): qualche singulto si sentiva per la sala, non so se proveniente dai bambini o dai genitori.

La trama in brevissimo: due sorelle, figlie del re e della regina di un regno sperduto in un fiordo di un qualche paese nordico, vengono divise da piccole a causa del potere di evocare il ghiaccio di una delle due. All’ascesa al trono di questa, accade qualcosa di drammatico e la neo regina è costretta a fuggire dopo aver scatenato il suo potere nella forma più pericolosa. Il seguito del film è l’avventura della sorella minore impegnata non solo nella ricerca della maggiore, ma anche nel tentativo di eliminare gli effetti causati dall’esplosione del suo potere. In questo sarà aiutata da tre simpatici amici e osteggiata da avversari politici e non.

La storia si caratterizza per la creazione di un nuovo tipo di personaggio: il cattivo non cattivo. La regina esercita il suo spaventoso potere solo a causa della paura e dell’incomprensione che l’hanno tenuta segregata per anni.

Insomma, per farla breve, se siete patiti del genere (e di Disney in particolare) il film non vi deluderà.

“Under The Dome”: il Serial

4 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Tempo fa (e vi giuro che pensavo ne fosse passato molto ma molto meno: parlo di ottobre 2010) avevo scribacchiato su questo blog di “Under The Dome”, il romanzo con il quale Stephen King si era riconciliato con i suoi fan (tra cui il sottoscritto) dopo un periodo in cui ne aveva imbroccate decisamente pochine.

In questi giorni sta andando in onda il serial realizzato dallo stesso King e da sua Maestà Steven Spielberg in veste di produttori esecutivi, centellinato dalle nostre emittenti satellitari e non (mi sembra vada in onda anche su RAI2). Diciamo che questo aspetto m’interessa poco. In realtà ho un “pusher” di materiale televisivo (le tre edizioni di “Boris”, le prime due serie di “Spazio 1999″ e “X-Files”, vecchia e nuova “Squadra”, tutto Guzzanti, ecc.) che mi fornisce tutto il pacchetto completo, così posso vederle quando mi pare, slegato dalla difficile condizione di titolare del telecomando della televisione casalinga, proprietà esclusiva dei miei tre figli.

Attualmente solo una parte degli episodi sono in italiano, per il resto ho delle puntate in inglese sottotitolate.

Prima di entrare nel vivo, un paio di considerazioni.

Non so se avete presente le edizioni filmate dei libri di Stephen King. Attenzione, non parlo dell’immenso “Shining” di Kubrick, del quale, tra l’altro, King non era affatto soddisfatto. “Shining” è una storia sulla dipendenza dall’alcool, Kubrick ne ha fatto un bellissimo thriller su fantasmi e presenze. Oppure di “Misery”: in questo caso il romanzo (breve) era perfettamente riportato nel film, tra l’altro con ottimi attori.

Sto parlando delle riduzioni televisive dei romanzi lunghi. In particolare “It”, “L’Ombra dello Scorpione”, “Tommyknocker” e “Shining”. Serie televisive da 10/12 ore in cui il romanzo veniva riportato fedelmente, senza lesinare in mezzi produttivi. Le avete presente? Bene, tenetele lì.

Il serial invece è un genere ben diverso. Non impegna, è facilmente sposabile a qualsiasi genere (ormai ce n’è di tutti i tipi, si va dai classici polizieschi agli zombie, dai serial killer ai trattati psicologici, ecc.), ha un format di 48/50 minuti che si adatta perfettamente al caricamento pubblicitario (ogni 12 minuti uno spot da 3), è agile e rapido e crea facilmente dipendenza (la serialità ha proprio questa caratteristica, ha funzionato anche con Harry Potter…).

Entriamo nel vivo. Che cosa hanno in comune, nel caso di “Under The Dome”, il telefilm con il libro? E quali le principali differenze?

Cominciamo dalle similitudini. Essenzialmente il plot. Una cupola impenetrabile cala su di una piccola cittadina rurale statunitense. Non c’è verso di liberarsene. Al di sotto (o meglio, dentro) tutti cambiano. Le reazione della piccola comunità si fanno incontrollabili ed ingestibili. Tra l’altro tutto va in totale emergenza. Poliziotti pochi, pompieri (con relativi mezzi) fuori zona, altrettanto i medici. Cibo sufficiente ma comunque in calo, acqua idem.

Altra similitudine è rappresentata dai nomi dei personaggi. C’è “Big” Jim Rennie, venditore d’auto e consigliere comunale, suo figlio Junior, Dale Barbie, eroe pratico e senza paura, Julia Shumway direttrice del giornale locale, c’è il giovane Joe McAlister teenager dal cervello niente male, c’è Rose con il suo diner, c’è la scriteriata Angie, e parecchi altri.

Ma tutto finisce qui.

Gli stessi personaggi mantengono una flebile aderenza con il loro gemello su carta. La prima cosa che salta agli occhi dall’inizio della prima puntata è la scomparsa delle categorie assolute “Buoni” e “Cattivi”. Nel libro era chiaro fin dalle prime pagine, e le due squadre si fronteggiavano spesso in maniera cruenta per tutta la durata del libro. Un po’ il solito Bene contro il Male.

Qui invece no. I contorni sono molto più sfumati. Così Big Jim non è il consigliere talmente assetato di potere da preferire, pur di conservare lo status quo, che la cupola rimanga per sempre. E’ una via di mezzo. Ha si, come nel libro, dei traffici oscuri di produttore e distributore di droga, ma cerca di lavorare anche per la comunità, anche se non sempre con mezzi ortodossi. Barbie non è il buono per antonomasia, ma parte con qualche macchia. E’ arrivato in zona per sistemare un problema con un debitore del suo capo poco propenso a saldare debiti di gioco (che molto presto si scopre essere il marito di Julia). I due lottano e parte un colpo neanche troppo accidentale. Nell’emergenza mette la sua esperienza di ex militare dei corpi scelti al servizio della polizia locale, ma anche nel tentativo di risolvere il problema alla radice. Junior è strano forte, ha dei problemi non risolti con la figura paterna, ma non è lo psicopatico descritto nel libro. Angie non muore nelle prime tre pagine. Unisce almeno un paio di personaggi del libro. Phil Bushey non è il cocainomane all’ultimo stadio che preserva la fabbrica della droga di Big Jim (nascosta nella radio locale che trasmette musica cristiana 24 ore al giorno). E’ più semplicemente il DJ dell’emittente locale, anche lui con un passato di affari con Barbie.

Poi ci sono dei personaggi nuovi: la poliziotta che improvvisamente si ritrova sceriffo senza la necessaria esperienza ma ce la mette tutta, la giovane ingegnere della stazione radio che tenta di individuare una spiegazione fisica alla cupola, la coppia gay femminile che di questi tempi serve sempre.

Risulta invece inspiegabile l’assenza di personaggi strategici del libro: la reverenda della seconda chiesa della città, quella per intendersi attorno alla quale si raccolgono i Buoni del libro, ed il secondo ed il terzo membro del consiglio comunale (non mi voglio dilungare ma vi garantisco che nel libro hanno due ruoli fondamentali).

Il risultato è che la trama dei singoli episodi si discosta parecchio da quella del libro. Ogni tanto accade qualcosa di già conosciuto al lettore (ad esempio l’assalto al supermercato), ma molto più spesso accadono cose che non hanno nulla a che vedere con la trama originaria (ad esempio l’epidemia di meningite).

Lo ha dovuto ammettere lo stesso Stephen King, in una lettera ai  fan pubblicata sul suo sito (stephenking.com) a giugno di quest’anno: “Molti cambiamenti scritti da Brian Vaughan e dal suo team di sceneggiatori sono dovuti alla necessità, ed io li ho approvati volentieri. Alcuni sono dovuti al fatto di aver deciso che la Cupola sarebbe stata sopra la città per mesi, anzichè per poco più di una settimana, come nel libro” (più o meno).

Tutto ciò perché? Le parole di King, nel caso ce ne fosse stato bisogno, chiariscono tutto. A questo punto recuperate le riduzioni televisive dei romanzi di cui vi parlavo all’inizio. Quelle erano prodotte nel rispetto assoluto del libro. Non avrebbero mai raccontato altro.

Ma il serial ha altre caratteristiche: va avanti finché ci sono gli ascolti e, di conseguenza, la pubblicità. Perciò tutto è impostato a questo fine. Avete presente “Un Posto al Sole” o una soap qualsiasi? Bene, lo spirito è proprio questo. I personaggi vengono tenuti sul vago, almeno all’inizio, perchè sarà poi il pubblico a decidere chi preferire o meno, a chi affezionarsi nel bene e nel male (certi cattivi vengono venerati dal pubblico). La storia viene diluita perché dev’esserci sempre spazio per una puntata successiva. E quindi buoni e cattivi non contano più. Il mezzo colpo di scena deve sempre chiudere la puntata per mantenere costante l’interesse per la successiva. Le trame si spezzettano: ad una storia di base si collegano tre o quattro trame secondarie da riproporre anche nelle puntate successive.

Però la tensione è assolutamente artificiale, non reale e palpabile come quella del libro. Insomma, non è il libro.

E’ comunque un buon telefilm. La serie, trasmessa negli Stati Uniti dalla CBS, è partita bene, con ottimi ascolti (13 milioni e mezzo di spettatori). Ma già all’ottava puntata questi erano calati di quasi tre milioni e mezzo. Nonostante questo è stata commissionata una seconda serie per la prossima stagione.

Tanto, qualora non funzionasse, non c’è problema: il finale è già scritto, lo si chiama “Epilogo” e si chiude li.

PS: ragazzi, perdonatemi. Lo so che in questi giorni ne stanno succedendo tante, ma proprio tante. Dal nostro paese schiavo di un omuncolo e blablabla, ad un governo comico che non risolve problemi a nessuno, a quella povera gente morta nei viaggi della speranza. Io mi porto una gran rabbia dentro e mi piacerebbe tradurla in qualcosa che magari potrebbe essere utile per partecipare e dare un contributo a questo schifo che abbiamo intorno. Ma di questo non so scrivere. Non so scrivere in generale, ma qualcosa riesco a fare solo con questi argomenti frivoli, diciamolo…con queste cazzate. Scusatemi ancora.

Locations of visitors to this page