Archivio

Archivio per la categoria ‘Di Fantasia’

Rogue One!!!

20 Dicembre 2016 Commenti chiusi

La Disney tiene fede agli impegni presi con i fan della saga di Guerre Stellari e pubblica il nuovo capitolo.

Non è il primo spin-off ufficiale. Se ricordate bene qualche anno fa, si era a metà degli Ottanta, uscirono due film, o meglio due tv-film per ragazzi, prodotti sempre dalla Lucas Film e che avevano come protagonisti gli Ewok, quei simpatici orsacchiotti cui tanto la Ribellione deve nell’episodio VI. Ma non li ricordo come qualcosa di fondamentale, forse solo per i super-fan.

Invece “Rogue One: A Star Wars Story” è più di un semplice spin-off. Si tratta, a mio parere, di un film della saga ufficiale a tutti gli effetti. Si colloca, temporalmente, tra episodio III ed episodio IV. Racconta in maniera estesa di quel manipolo di eroi che riuscì a rubare i piani della Morte Nera e di cui si narra nelle prime righe del rullo iniziale di “Star Wars” o “Una Nuova Speranza” che dir si voglia. Ed allora in breve qualche considerazione, come per l’uscita dell’episodio VII qualche tempo fa (vedi “Che La Forza Sia Con Noi” – dicembre 2015).

1) Parto con la considerazione di base: il film è strepitoso, divertente, avvincente ed emozionante. Tutto ciò al di là ahimè dell’ecatombe finale, perché comunque riesce a farti affezionare rapidamente ai nuovi personaggi, molto ben miscelati: dall’eroina muscoli nascosti e cervello al capitano di ventura, dall’ammutinato senza nulla da perdere al droide riprogrammato, dal guerriero shaolin cieco al rambo del futuro. Dopotutto se nessun componente della squadra “Rogue One” fa parte dell’episodio successivo, a parte il problema temporale di un prequel di un film uscito quarant’anni prima, un motivo ci deve essere. La trama, rispetto all’episodio VII è meno facile ed “occhieggia” meno ai piccoli fan. Non mancano i momenti d’ironia lasciati al droide del film che si rivela sempre molto disponibile a fornire percentuali a sfavore degli eroi e che poi alla fin fine, visto il finale, un po’ di sfiga porta. Inoltre il film riesce ad appassionare senza ricorrere a spade laser ed alla Forza, di cui si fa un gran parlare ma la cui potenza non influenza la trama come in altri episodi.

2) Il cast è ottimo e, oltre ai protagonisti, infarcito di piccole interpretazioni di pregio: Forest Whitaker in versione un po’ guerriero un po’ pirata, con cicatrici e menomazioni per le tante battaglie e Riz Ahmed, attore e rapper inglese di origini pakistane, candidato tempo fa anche al Golden Globe, nel ruolo di un pilota ammutinato dell’Impero.

3) Come per il precedente dello scorso Natale, spiccano le ambientazioni. I pianeti intelaiati nella trama sono parecchi e giuro che nella prima mezz’ora di film si rischia di perdercisi, ma le ambientazioni lasciano senza fiato. Si va dal pianeta desertico all’avamposto sperso nel nulla galattico che sembra estratto da Nirvana di Salvatores, per arrivare al pianeta dove si svolge lo scontro epico finale e che sembra un paradiso tropicale con architetture avveniristiche e cascate sospese in mezzo al mare.

4) La trama è infarcita di riferimenti all’attualità. Il primo sonoro scontro avviene in una città dichiaratamente riferita al Medio Oriente. Una via di mezzo tra Gerusalemme e Aleppo, dove si spara senza esclusione di colpi. L’indecisione nel Gran Consiglio della Ribellione tanto somiglia alle difficoltà di parecchi governi attuali.

5) Così come parecchie sono le citazioni da altri film: si va da “Quella Sporca Dozzina” a “Platoon”, dal già citato “Nirvana” o forse meglio “Blade Runner” a  ”Furia Cieca”, oltre a richiami a Sergio Leone.

6) Ultimo punto sulla produzione: si nota un uso abbastanza marcato della computer grafica nel far rivivere alcuni personaggi della saga. A parte ovviamente Darth Vader, qui in versione più da burocrate che da braccio armato dell’Imperatore. Per lui basta camuffare adeguatamente un omone ed il risultato si porta a casa. Però il Governatore Tarkin (Peter Cushing) ed una giovanissima Leia fanno tanto effetto “Polar Express”. Soprattutto Leia. Sarà questo il futuro della saga? Mega film in cui far rivivere attraverso la computer grafica tutti i personaggi della storia, Luke, Han Solo e tanti altri nel loro momento di maggior splendore? Non penso mi piacerebbe. Si verrebbe a perdere quel lato umano che certe interpretazioni hanno regalato, contribuendo a fornire spessore ad un universo fantastico nel quale ormai ci immergiamo da parecchi anni con grande soddisfazione.

Newstand – n°5

14 Luglio 2016 Commenti chiusi

Due libri per due brevi chiacchierate….

 

“Terapia di Coppia per Amanti”   (Diego De Silva – 2015, ed. Einaudi, pp. 274)

Di Diego De Silva ho letto tre romanzi aventi l’Avvocato Vincenzo Malinconico come protagonista (“Non Avevo Capito Niente”, “Mia Suocera Beve” e “Sono Contrario Alle Emozioni”). A lui mi accomuna un modo di sentire legato probabilmente alle comuni origini (Napoli, anche se io solo per parte di padre) e all’anno di nascita (1964). Insomma, è uno di quegli autori con i quali mi sento “in confidenza”. Ho acquistato questo libro più che altro incuriosito dal titolo e, posso dirlo, sulla fiducia. Volevo anche leggere una storia con un protagonista diverso.

La trama è molto semplice ma in se’, a mio parere, decisamente originale. Parte da un assunto fondamentale: una coppia “clandestina” è felice solo sulla carta. In realtà, superato il primo momento nel quale si percepisce un’aria nuova, una freschezza diversa da quella opprimente della coppia “regolare” (altrimenti non nascerebbe), una coppia del genere si troverà presto a fare i conti con parecchi problemi (sicuramente l’impossibilità di portare avanti facilmente una storia fatta di tempi strappati qua e la, di sotterfugi, di bugie e ripicche di vario genere) e soprattutto con un bivio fondamentale: dove porterà tutto ciò? Bene, la protagonista femminile di questo racconto, Viviana, decide di fare un tentativo attraverso una terapia di coppia (per amanti, però) da uno psicologo di grido.

Purtroppo per loro lo psicologo è messo parecchio peggio di loro. Anche lui vive una storia clandestina, tra l’altro con una donna molto più giovane di lui e che con le sue bizze riesce a metterlo in difficoltà, tanto da rovesciare i ruoli nelle sedute che i tre affrontano, spesso con effetti esilaranti.

Il protagonista maschile, Modesto Fracasso, altri non è che un’evoluzione dell’avvocato Malinconico, leggermente meno “sfigato” visto che fa il musicista professionista e vive una vita discretamente comoda tra sale d’incisione e palchi. E la musica, come al solito nei romanzi di De Silva, ha un ruolo di primo piano, permeando la narrazione ed in qualche caso interrompendola. O meglio, l’autore utilizza il commento di una brano (come nel caso di “Every Breath You Take” dei Police o di “Malafemmina” di Totò), cui dedica un intero capitolo, per spiegare meglio una parte della storia o anche semplicemente uno stato d’animo. Bella trovata, mi permette di entrare ulteriormente in sintonia.

“Le Dinamiche Di Un Omicidio Insospettabile”   (Federico Tocci – 2016, indipendente, pp. 270)

Si tratta del terzo romanzo scritto dal giovanissimo Federico Tocci, di cui avevo letto tempo fa “Il Lato Negativo” (vedi il primo “Newstand” a settembre del 2014), nel quale appena quindicenne, attraverso continui flash-back, raccontava le insicurezze e le sofferenze di un ragazzo della sua età con voce incerta ma diretta. Ecco, questo mi aveva colpito all’epoca: un ragazzo con la voglia di raccontare e, soprattutto, raccontarsi.

Sono passati due anni ed arriva “Le Dinamiche…”. Il ragazzo è cresciuto ed ha mangiato pane e cinema in questi ultimi anni. Intatta la voglia di raccontare. Ma stavolta, immaginando che legga questo mio commento, devo essere onesto.

Stavolta ci sono luci ed ombre.

Partiamo dall’aspetto positivo. E’ una storia originale. Sicuramente sempre influenzata dalle insicurezze che questo modello di Società sta generando nei giovani. La trama: Max, Rick e Luca frequentano la stessa Università. Tra i tre è successo qualcosa di non chiaro ma che ha cambiato i loro rapporti. Luca affronta gli altri due, li minaccia, è fuori di testa. Una notte Max e Rick si svegliano in un luogo isolato, sporchi di sangue e terra. A pochi metri di distanza da loro c’è un corpo: è Luca. I due non hanno la più pallida idea di cosa sia successo. E qui c’è la grande trovata del libro: l’autore mette il lettore nella condizione di immedesimarsi nella storia: siamo dal lato dei protagonisti, sappiamo che è successo qualcosa di grave, prevediamo le conseguenze che questo porterà nella vita di altre persone che ancora non sanno nulla ed a cui tutto cadrà addosso con la forza di un uragano, ma abbiamo davanti a noi il buio più totale. Un buio nel quale aleggia il fantasma dell’ucciso che si presenta con insistenza a chiedere il conto. Poi magari il finale (che non racconto) è un po’ troppo sbrigativo.

E vengo invece alle “ombre”. Un consiglio a Federico (ti do del “tu”, visto che ho quasi tre volte la tua età): ritira immediatamente il libro ovunque si trovi, passalo ad un’attenta revisione e ripubblicalo, visto che alla fin fine sei editore di te stesso. Il libro va assolutamente corretto. Se commentando “Il Lato Negativo” scrivevo “…non perdere l’entusiasmo, il resto arriverà con l’esperienza” parlavo con un ragazzo di 15 anni. Oggi, soprattutto con questa storia (che, ripeto, secondo me è più che valida), è fondamentale che certi errori vengano eliminati. Anzi, non solo “certi”, ma “tutti”, altrimenti rischi di rendere il prodotto sciatto e, ti ripeto, non lo merita.

Newstand – n° 4

24 Giugno 2016 Commenti chiusi

Gli “Hap & Leonard” di Lansdale danno assuefazione, sono come gli “Adamsberg” di Fred Vargas: terminato uno devi avere il successivo a portata di mano, e riprendere immediatamente da dove avevi lasciato.

Così negli ultimi tempi ne ho letti ben quattro. Siccome vi ho raccontato i precedenti dedico qualche parola anche a questi.

Bad Chili   (1997 – ediz. italiana Einaudi 2003)

Una tranquilla giornata di caccia. Poi spunta uno scoiattolo rabbioso (eh si!) e morde Hap che finisce in ospedale. Qui conosce un’avvenente infermiera, Brett, con la quale l’intesa si manifesta immediatamente. Ma nel frattempo Leonard è sparito dalla circolazione. A complicare il tutto la polizia si mette sulle sue tracce in quanto palesemente implicato nell’omicidio di un tipo, un motociclista tutto casco ed occhialoni da sole, con il quale il suo ex aveva avuto una storia.

E siamo ancora nelle prime battute. La storia si dipana, uno volta sfumate le accuse (si scopre poi che il biker altri non era che un poliziotto in incognito che seguiva un caso) nello sdoppiamento delle piste: da un lato un traffico di olii più che esausti nel quale è implicato un industriale-boss locale, dall’altro nel traffico di snuff video che li condurrà come al solito in una situazione molto pericolosa. Infatti al loro inseguimento  (e di un video molto particolare) pone particolare cura un serial killer tanto feroce e sadico quanto muscoloso.

E nel momento peggiore per Hap fa la sua comparsa Jim Bob, un nuovo personaggio, investigatore privato texano fin nel midollo  con tanto di Stetson, che lo salva all’ultimo momento. Ironia della sorte il killer si becca a sua volta la rabbia da uno scoiattolo (pare ci fosse una sorta di epidemia nella regione) che si rivela fondamentale per dare una mano ai nostri sul finale del libro, oltre fortunatamente alla pistola di Brett.

Come i precedenti il libro si caratterizza per due aspetti essenziali: l’humor a fiumi e la crudezza del linguaggio e delle situazioni. Ed un paesaggio di un’America in tutti i sensi “di confine”, che un uragano torrenziale provvede a purificare nelle ultime pagine. Ma siccome, nonostante Brett, Hap è e resta il re degli sfigati, l’uragano purificatore gli porta via la casa.

Rumble Tumble  (1998 – ediz. italiana Einaudi 2004)

Hap si trasferisce momentaneamente a casa di Leonard, momentaneamente single. La convivenza non è delle migliori. Troppo metodico ed ordinato l’uno, troppo sconclusionato l’altro. Quasi quasi sarebbe ora di tentare la convivenza con Brett ma improvvisamente un paio di improbabili gangster le chiedono soldi per darle informazioni su sua figlia Lillie, che di mestiere fa la prostituta pentita in un bordello d’alto bordo sperduto in provincia.

Neanche bisogno di dirlo. Hap & Leo partono per recuperare la ragazza, insieme a Brett e ad un numero impressionante di armi di varia potenza e forza distruttrice. Ma qui scoprono che Lillie, cui il pentimento non deve essere particolarmente piaciuto ai suoi protettori, è stata portata di peso in una specie di resort per killer e banditi dalle variegate abilità appena al di la del confine con il Messico. E allora il gruppo, arricchito di alcuni nuovi componenti tra cui un ex malvivente divenuto predicatore di una chiesa cadente nel bel mezzo del nulla, noleggia un aereo e va sul posto. Sanno perfettamente che per recuperare la ragazza dovranno fare un grandissimo casino (il “rumble tumble” del titolo), praticamente una carneficina. Buoni e cattivi? Sono tutti cattivi, c’è poco da fare. Solo che i nostri ti strappano una risata ad ogni battibecco e perseguono motivazioni decisamente più nobili rispetto agli avversari.

Capitani Oltraggiosi   (2001 – ediz. italiana Einaudi 2005)

Finalmente un po’ di relax. Hap & Leo hanno finalmente un lavoro. Fanno parte della Security di una fabbrica locale, sostanzialmente i guardiani notturni, ma il posto è stabile e la paga discreta. Sempre meglio di raccogliere le rose nei campi. Una notte Hap prima da solo (quando c’è da prendersi gli schiaffi lui è in prima linea) e poi con l’aiuto di Leonard salvano la figlia del titolare da un tentativo di violenza. Questi, riconoscente, gli regala tempo e denaro ed i due decidono,  con una piccola fetta dei soldi ricevuti, di concedersi una crociera nei mari tropicali. Ma riescono ad avere un battibecco con uno dei maitre della nave e questi, carogna, gli da un’informazione sbagliata. E i due restano a terra a guardare la nave che si allontana senza di loro. Niente soldi, niente bagaglio, niente di niente. Come se non bastasse H&L attirano l’attenzione di una banda di malviventi che li assale sulla spiaggia, ferendo Leonardo in maniera grave. Vengono salvati da un vecchietto dalla grande agilità che riesce da solo a mettere in fuga la banda. Non solo, riesce con mezzi di fortuna anche a rattoppare Leonard. Tutto sembra andare per il meglio. I due vengono spediti a casa del vecchio dove fanno la conoscenza di Beatrice, sua figlia. Donna la cui bellezza non lascia indifferente Hap, nonostante luci ed ombre. Tra i due inizia una storia destinata a concludersi tragicamente. Il resto del libro è il tentativo di Hap di soddisfare la sete di vendetta, fino ad arrivare a farsi giustizia da solo.

Libro corale. Ormai i due si muovono in squadra. Il loro senso di giustizia e di onestà e la loro determinazione gli permette di ottenere la fedeltà di cui godrebbe un Cavaliere della Tavola Rotonda. Una sorta di “uno per tutti, tutti per uno” traslato negli anni duemila, dove i fioretti dei Moschettieri sono sostituiti da armi non registrate.

Sotto Un Cielo Cremisi   (2009 – ediz. italiana Fanucci Editore 2009)

Marvin Hanson ritorna in grande stile. L’incorruttibile poliziotto dalla schiena dritta, unico poliziotto di colore a districarsi in un corpo di polizia locale decisamente limitrofo al Ku Klux Klan, ritorna dal coma e cerca di svolgere attività in privato. Assume perciò nel libro la funzione di “guru”, di guida (non tanto spirituale), di coscienza laddove H&L difettano.

Il plot. H&L vanno a sistemare una questione da cinque minuti: una nipote di Hanson è finita in un giro non limpido. I due vanno sul posto e riempiono tutti di botte. Dulcis in fundo prendono una quantità industriale di droga è la distruggono nello scarico del bagno. Guaio grosso: innanzitutto fanno saltare la copertura (ed il naso) di un poliziotto che lavorava al caso da mesi, poi si inimicano i vertici della temutissima “Dixie Mafia” che gli scatena addosso la squadra punitiva locale. I tre (H&L&Brett), per nulla spaventati, schivano le pallottole e ne fanno fuori una mezza dozzina sotto gli occhi di decine di testimoni. Insomma, roba da chiuderli in galera e buttare via la chiave. Ed invece la polizia decide di chiudere un occhio (hanno sempre eliminato la feccia della città) in cambio di un piccolo favore: per accaparrarsi le rivelazioni di un pentito devono recuperare sano e salvo il figlio, la fidanzata nonché una valigia contenente svariate centinaia di migliaia di dollari. Piccolo particolare: la “Dixie Mafia” ha alzato il livello dello scontro, mandadogli appresso una squadra di cazzutissimi mercenari. No problem. H&L stavolta hanno in squadra non solo Jim Bob ma anche un tizio che doveva sdebitarsi con Hanson, tale Tonto, un perfetto concentrato di muscoli, cervello e agilità. Perciò partita ad una porta sola, anche se H&L riescono ad uscirne malconci. Però trovano il ragazzo, la ragazza e la valigia. Quando tutto sembra andare per il meglio, il gruppo cerca di passare una serata di relax in un locale karaoke.

E qui farà la conoscenza di un nuovo personaggio, Vanilla Red, il più temibile dei killer prodotti nella storia della letteratura noir, che sconvolgerà completamente i già precari equilibri della trama. Da quel momento Lansdale scrive le migliori pagine dedicate a H&L prodotte fino a “Sotto Un Cielo….”.

Ok, siamo al settimo libro della serie ed i meccanismi sono ampiamente rodati. Qualcuno direbbe ormai scontati. Eppure la fluidità di scrittura e la carica di umorismo restano intatte e la trovata rappresentata dall’entrata in scena di Vanilla Red, oltre a dare una sferzata di originalità al libro lascia anche ben sperare per i volumi futuri.

Vargas!

14 Novembre 2015 Commenti chiusi

Invece di annoiarvi con 4/5 recensioni di libri che fumosamente leggo in contemporanea, pubblico singole “pillole” per i migliori.

E qui, cari miei, ci troviamo al cospetto del migliore. Anzi della Migliore. Fred Vargas torna al “giallo” (per quanto atipico sempre di giallo si tratta) dopo quattro anni e compila una nuova storia del ciclo del Commissario Adamsberg, l’ottava, dal titolo “Tempi Glaciali” (Einaudi, pp. 442).

Al centro di tutto c’è sempre lui, Jean-Baptiste Adamsberg, con i suoi modi strampalati e lontani dall’utilizzo delle normali regole di logica che segue un bravo investigatore da romanzo. Cammina molto Adamsberg, caspita quanto cammina. E mangia anche, e parecchio. Attorniato dall’altrettanto strampalata squadra anticrimine del 13° arrondissement: un vicecomandante dalla cultura enorme che fa un po’ da contraltare alle stranezze del suo capo, l’atletica Retancourt dai modi spicci, il giovane Vayrenc dai capelli parzialmente rossi a seguito di un trauma, e tanti altri (l’esperto di pesci, il tipo che si addormenta ogni tre ore, e via di seguito).

Il plot in breve.

Due suicidi apparentemente slegati: una vecchia professoressa di matematica ed un anziano possidente terriero. Ma la donna, prima di morire, ha spedito una lettera al figlio dell’altro suicida nella quale gli chiede di poterlo incontrare per delle rivelazioni importanti. In più i rilievi effettuati sui luoghi degli ormai sospetti omicidi li collegano in maniera evidente: una piccola ghigliottina stilizzata disegnata in entrambi i casi e dalla stessa mano.

E qui scattano le trovate della storia. I due omicidi rimandano a due situazioni. La prima è legata ad un viaggio in Islanda di parecchi anni prima, su di un isola misteriosa e carica di leggende a pochi chilometri dalla costa ed in pieno Circolo Polare Artico. Su quest’isola un gruppo di turisti (tra cui gli uccisi) rimase bloccato per più di dieci giorni a causa del maltempo, senza viveri e con poco per difendersi dal freddo. Ed al loro ritorno alla base mancavano due persone all’appello. Spiegazione ufficiale: morte di freddo. Ma la realtà (che tutti coprono) sarà peggiore di qualsiasi orrenda fantasia.

Ma un altro punto di contatto lega i due omicidi: entrambi i soggetti fanno parte di un’associazione culturale di studi sulla Rivoluzione Francese. Apparentemente nulla di strano, se non che l’associazione, della quale fanno parte centinaia di persone, si riunisce per interpretare, nel vero senso della parola, le riunioni della Convenzione Nazionale. Ognuno ha la sua parte, con parrucche ed abbigliamento dell’epoca compreso, ed un magnetico Robespierre che tiene tutti con il fiato sospeso perché “…è lui”.

E così la storia si dipana su due scenari apparentemente paralleli: l’Islanda dove, giunto ad un punto morto, Adamsberg conduce parte della squadra per un supplemento d’indagine, e la finta Convenzione che nasconde tra i tanti personaggi veri e finti ulteriori misteri. E così pian piano, tra un nipote di Danton e la nebbia del Circolo Polare, la storia si dipana fino ad un’inaspettato finale, passando tra il difficile rapporto tra due fratelli ed un cinghiale dall’intelligenza umana.

Oltre quattrocento pagine di turbinanti trovate, con una caratterizzazione dei personaggi straordinaria. Tutte da godere le riunioni plenarie della squadra, nella sala detta “del Concilio”, dove progressivamente si riflettono gli sviluppi di quanto avviene nella Convenzione Nazionale, con i vari membri che si schierano in fazioni a sostegno o in contrasto con le scelte (o le non-scelte) del Commissario in merito all’indagine.

Un libro da leggere dieci pagine al giorno, per farlo durare il più a lungo possibile.

PS: questo post, pubblicato oggi 14 novembre, era pronto ieri pomeriggio, prima che si diffondessero le terribili notizie da Parigi. Solidarietà!

Duo di Due…..

16 Ottobre 2015 Commenti chiusi

Sto leggendo “Beatles” di Gino Castaldo ed Ernesto Assante (Ed. Laterza, pp. 310, € 18).

Premetto che ho grande stima di entrambi. Con Gino Castaldo siamo quasi parenti. Avete presente quelle situazioni dove le famiglie sono legate da antica amicizia tanto che i figli chiamano “zio” e “zia” gli amici di mamma e papà? Mio padre e suo padre andavano a scuola insieme ed hanno coltivato negli anni la loro amicizia.

Inoltre è stato uno dei primissimi giornalisti seri di musica rock in Italia. E mi ha fatto viaggiare (con la fantasia) per anni dietro di lui che girava il mondo per andare ad assistere, e poi doverosamente commentare, l’apertura del tour mondiale degli U2 a Los Angeles nei primi anni Ottanta o di Bowie chissà dove ed in chissà quale anno.

Inoltre Castaldo&Assante con pochi soldi (anzi, penso pochissimi) e pochi (anche questi pochissimi) mezzi ma con grandissima fantasia realizzano il miglior programma di musica attualmente in circolazione, quel “WebNotte” che è possibile seguire tutti i martedì (e nei giorni successivi) su Repubblica TV. In più su ITunes trovate i podcast delle loro “lezioni” di Musica all’Auditorium: Beatles in abbondanza, ma anche Jefferson Airplane, Pink Floyd, U2, David Bowie, ecc.

Il libro narra la storia dei Beatles attraverso l’evoluzione dei loro album. E non solo la loro di storia, ma anche una storia sociale e di costume, della crescita di un suono e di una generazione, di un’evoluzione parallela tra musica e mondo sulle note e sulla spinta dei Fab Four. Su questa parte il libro è un compendio di Storia Moderna sintetico ed esauriente.

Però….

Però pongo subito una domanda: ma si sentiva il bisogno di un ulteriore libro sui Beatles? Oggi che è stato scritto praticamente tutto su di loro. E questo nonostante a scriverlo siano Autori di tale valore. Diciamo, è un po’ come il trecentesimo libro scritto da Mario Giammetti sui Genesis (me ne vengono in mente almeno 9/10).

Esiste ancora qualcuno che non sappia la storia di “Yesterday”? Che Paul McCartney si svegliò una mattina con la canzone ben chiara e completa in testa (ok, mancavano le parole, ma per il resto….)? Oppure che “Tomorrow Never Knows” è costruita con una serie di loop e con richieste precise da parte di John Lennon di voler far sembrare la sua voce come se provenisse da un coro di monaci tibetani radunati su di un monte?

Oppure l’aneddoto sulla voce di Lennon in “Twist And Shout”? E le conseguenze della frase di John su “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”? Tutto ciò alla fine da una sensazione inevitabile di già letto e toglie appeal al tutto.

E poi si trovano alcune inesattezze. Passi per “In My Life” che diventa “My Life” o “You’ve Got To Hide Your Love Away” che diventa “Hey You’ve Got To……”, sicuramente sono errori di battitura (oggi come oggi il correttore di bozze di una volta è diventato un software che non si pone troppe domande).

Come errore minore può essere definito l’aneddoto secondo il quale i Beatles, in vacanza in California, ricevettero la visita dei Byrds (McGuinn, Crosby e Gram Parsons) nel 1965, quando Parsons entrò nel gruppo solo nel 1968 e per una breve e fugace apparizione finché non scoprì che il Sud Africa, paese dove stavano recandosi in tour, era parecchio più a destra del Texas in materia di diritti civili. Nel periodo citato dal libro il compianto Gram era un misconosciuto cantante country della scena universitaria di Boston.

Oppure confondersi sullo strumento che esegue il meraviglioso assolo di “In My Life”: una spinetta. Qualcuno, in altri libri, racconta  trattasi di clavincembalo. Ma nella realtà, come dichiarato dallo stesso George Martin, il solo era suonato al pianoforte e poi accelerato.

Per finire, la fantasia al potere: il coro di “Rain” (1966) sarebbe stato generato dall’ascolto, durante una vacanza del gruppo in Sardegna, dall’ascolto di Tenores locali. Ora, a parte che l’unica traccia di una visita in Sardegna riguarda il buon Ringo che, non potendone più di litigate e frustrazioni, durante la registrazione del “White Album”, nel 1968, lasciò momentaneamente il gruppo per andarsi a rilassare qualche giorno. E, sceso dallo yacht che lo ospitava, mangiò per la prima volta in vita sua il polipo. Lo trovò un po’ gommoso ma buono, molto simile al pollo. E, collegandolo alle limpide acque sarde, compose (o almeno gli venne l’idea) per “Octopu’s Garden”, che poi apparirà su “Abbey Road”. E, ancora, esiste qualche sedicente fotogramma di una visita di George Harrison nel 1967.

Insomma, siccome il coro di “Rain”, semplicemente uno delle decine di incastri polifonici prodotti dai Beatles, richiama vagamente, ma molto vagamente, quel tipo di sonorità, ci si costruisce su una stupidata del genere. Anche se, va detto, i nostri Autori concludono lasciando il beneficio del dubbio (con un “vero o no…”).

Comunque, imprecisioni o fiction che sia, il libro risulta di lettura gradevole. Solo meno appassionante di quel che mi aspettavo, viste le firme.

Artista

25 Giugno 2015 1 commento

 Il problema, signori, è che noi non riusciamo più a vedere
crediamo di vedere…ma in realtà vediamo delle cose
che già sono state viste, da altri…

Io vedo laggiù una ragazza, una donna con i capelli rossi
ma per me che sono anche un pittore,
una donna con i capelli rossi è Munch.
se fosse bruna, nuda, stesa su un divano è Modigliani,
su un prato di margherite è Klimt…
una puttana signori, una puttana è Otto Dix
una puttana che si riscalda con dei copertoni sull’autostrada è Fellini
un accattone, è Pasolini…
un albero, un albero è Mondrian
un prato verde con dei papaveri rossi è Manet
con dei girasoli è Van Gogh…

il sole, il sole è Turner
il mare, il mare è Pino Pascali
una mucca signori, una mucca è Segantini,
una pecora è Bunuel,
una capra è Picasso
un cavallo, non importa di che colore, un cavallo dei carabinieri è Fattori
un cavallo bianco con la criniera al vento è De Chirico,
un cavallo bianco e uno nero è Gauguin
un gabbiano…un gabbiano è Checov…è Cardarelli, è Bellocchio
un cane randagio è Bacon,
un cane che muove le zampette è Balla…

Il blu è Klein, il rosso è Burri, il bianco è Fontana
il rosa è Matisse, il giallo è Van Gogh, il nero è Goya…
la Gioconda signori, la Gioconda non è più Leonardo Da Vinci
è Marcel Duchamp…
un cardinale è Scipione, un generale è Bai
un uomo magrissimo è Giacometti
una donna grassissima è Fellini…
un direttore d’orchestra è Fellini…
un clown è Fellini…
…noi Fellini lo vediamo da per tutto…

una scarpa, una scarpa è Jim Dine
una cravatta è Jim Dine
un segnale stradale è Mambor
una pipa è Magritte
una scopa è Man Ray
una bottiglia di coca cola è Andy Wharol
Marylin Monroe è Andy Wharol
un hamburger è Oldenburg

Guernica…esiste una cittadina spagnola che si chiama Guernica
ma Guernica è Picasso,
Roma è Fellini,
Milano è Zavattini,
Londra è Hitchcock,
Manhattan è Woody Allen,
Bruxelles è Ensor,
Dublino è Joyce,
Praga è Kafka,
Vienna è Freud…

noi non riusciamo più a vedere signori…

 

Remo Remotti

 

 

(dedicato anche al mio amico Leonardo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie:Di Fantasia, Viaggi Tag:

Newstand – n° 3 – pt2

24 Giugno 2015 Commenti chiusi

Francesco Guccini   –   “Dizionario delle Cose Perdute”   (ed. Mondadori – pp. 142)

In lettura avanzata. Il primo volume del “Dizionario” gucciniano (è arrivato recentemente al n° 3) è un libercolo sulle cose di cui si è persa traccia negli ultimi due-tre decenni. Ed essendo Francesco non proprio della mia generazione (credo di essere di quella successiva, almeno) di alcune cose perdute da lui raccontate conservo una memoria anch’io, magari labile come per le essenze per farsi i liquori in casa o le braghe corte (che ricordi orribili, lì si, ero fuori tempo io) o più vivida perché più recente come nel caso della naia, ad esempio. L’unico difetto, per chi ama il Guccini scrittore, è che la maggior parte dei racconti è già contenuta nella trilogia base (“Croniche…”, “Vacca….” e “Cittanova…”), anche se descritti in maniera meno letteraria. Perciò sanno un po’ di già letto. Ma l’ironia e la nostalgia dei tempi andati, alla base di qualsiasi prodotto del Maestro di Pavana, sono assolutamente presenti.

Dave Van Ronk (con Elijah Wald)   –   “Manhattan Folk Story – Il Racconto Della Mia Vita”   (ed. BUR – pp. 422)

In lettura avanzata. Dal Sindaco di McDougall Street la storia della sua vita, passata attraverso soprattutto il successo degli altri, ma fermamente ancorata alla sua città ed alla sua musica. Dalla nascita del movimento neo-folk nei giardini di Washington Square nella seconda metà degli anni Cinquanta, passando per l’affermazione del Greenwich Village e dei suoi scantinati trasformati in locali come luogo di aggregazione e di sviluppo del movimento fino alla definitiva esplosione di Bob Dylan che funzionò da traino. Il libro si legge con piacere, c’è forza ed energia dentro, si respira aria di New York e, soprattutto, c’è la passione di chi è stato catalizzatore senza diventare una star, senza svendersi e mantenendo una grande dignità. Un difetto c’è, la dove il racconto si perde in figure quali Chuck Freudenthal, Richie Fox, Derroll Adams o Barry Kornfeld con descrizioni fin troppo dettagliate, ma pur sempre illustri sconosciuti qui da noi. Mentre emerge chiaramente una differenza rispetto a “Inside Llewyn Davis”, lo splendido film dei fratelli Coen ispirato da questo libro: Dave Van Ronk dà la netta sensazione, rispetto all’abbattuto Llewyn, che si, non avrà certo navigato nell’oro o raggiunto il successo di Bob Dylan, ma di essersela goduta veramente un mondo.

Francesca Ferrari   –   “When I’m Gone – Phil Ochs e l’Utopia della Speranza”   (ed. Pacini – pp. 135)

Completato. Mi sono avvicinato a Phil Ochs di recente e l’ho trovato un folksinger rigoroso e autentico. Una bella voce, una tecnica chitarristica vagamente approssimativa. Mi sono deciso ad approfondire il tema (poi ne parleremo in un post tra breve) e devo dire che in italiano c’è decisamente poco. Però Francesca Ferrari ci ha fatto la tesi di laurea, Pacini Editore l’ha pubblicata ed io l’ho comprata. Si tratta di un bel lavoro, che racconta la vita e le opere di Phil Ochs, dalla gavetta ai successi, dall’amicizia con Bob Dylan e Van Ronk alle crisi ed alle paranoie degli ultimi anni. Insomma, alti e bassi. Interessante anche il lavoro di traduzione di alcuni testi. Punto di forza del libro è la passione dell’Autrice che, per raccontare Ochs, è partita per gli Stati Uniti raccogliendo le testimonianze di chi gli è stato vicino in quegli anni. Punto debole l’eccessiva “sintesi” nei contenuti, quasi a sembrare, in certi momenti, una specie di Bignami della vita di uno dei cantautori più interessanti del panorama folk americano di quegli anni.

Paul Auster   –   “Trilogia di New York”   (ed. Einaudi – pp. 314)

Tre romanzi brevi (“Città di Vetro”, “Fantasmi” e “La Stanza Chiusa”) scritti tra il 1985 ed il 1986, dei quali per ora ho letto solamente il primo. Intrigante. Falsa struttura di un giallo. Un uomo, Daniel Quinn, che da qualche anno ha perso moglie e figlio piccolo, lavora come scrittore (di successo) di gialli utilizzando come pseudonimo William Wilson. Come Daniel mantiene un profilo bassissimo, nascondendosi nell’ombra, così Wilson risulta assolutamente sconosciuto. Invia il manoscritto del nuovo romanzo, il suo agente ritira i soldi dalla casa editrice e glieli versa su di un conto corrente. Sostanzialmente il protagonista è trasparente in un caso e nell’altro. Una notte riceve una telefonata da qualcuno che chiede se è Paul Auster l’investigatore (stesso nome dell’autore del libro, si lo so, vi cominciate a perdere). Non avendo  molto da fare decide di stare al gioco (come fosse il suo ulteriore alter ego Max Work, protagonista dei suoi romanzi). Così si reca dal committente, Peter Stillman, un uomo la cui infanzia è stata funestata da un padre religioso e con la fissa per la Torre di Babele. Stillman, che ora vive una vita quasi normale, è terrorizzato dal fatto che il padre, appena uscito di prigione, stia tornando a New York per assassinarlo. E così Paul Auster (sempre l’investigatore), dopo aver accettato l’incarico, va alla Grand Central Station ad aspettarlo. Alla banchina si trova davanti due persone identiche alla foto a lui fornita: una decisamente malmessa, l’altra in splendida forma. Indeciso sul da farsi, opta per seguire quello malmesso. Da li in poi precipita sempre più in una storia assurda (dove tra l’altro incontrerà il vero Paul Auster, l’Autore). Insomma, un pandemonio. Finché alla fine l’uomo si troverà privato della sua identità e di tutto, ormai sull’orlo della follia. Un racconto su realtà e identità, dove tutto è sdoppiato. Ed i diversi piani s’intersecano in qualcosa di impossibile per la semplicità della mente umana. La sensazione finale è quella di un certo angosciante straniamento.

Ken Sharp (con Paul Stanley e Gene Simmons)   –   “Nothin’ To Lose – La Nascita dei Kiss”   (ed. BD – ebook)

Più o meno al 20%. Volumone notevole sui primi anni di vita (dall’incontro al grande successo) dei Kiss. Ebbene si, mi piacciono i Kiss. La quintessenza della cialtroneria del rock’n'roll applicata a qualsiasi aspetto dell’Arte musicale: dalla parte visiva alla parte musicale, dai testi agli atteggiamenti. Eppure difficilmente un gruppo ha così fortemente perseguito il successo ad ogni costo, fino ad ottenerlo, senza lasciare nulla al caso, pianificando tutto fin dall’inizio e vestendo di professionismo, in qualche caso anche esagerato, ogni momento della loro esistenza. Il libro è incentrato proprio sugli inizi che, come si sa, nella storia di un gruppo di successo sono la parte migliore della storia: fresca, allegra, produttiva, visionaria, innovativa e creativa. Ed è costruito come, verrebbe da dire, un docu-libro (se volesse dire qualcosa), come una lunga intervista alle persone che hanno vissuto quegli anni: oltre ai quattro membri fondatori, al loro manager, al tecnico della prima ora, ai familiari, agli amici, ai musicisti che bazzicavano il giro dei locali di New York e dintorni in cerca di fortuna. Gradevole e divertente. almeno finora.
In stand-by:
Sandro Veronesi   –   “Terre Rare”
Joe Lansdale   –   “Bad Chili”
Castaldo-Assante   –   “Beatles”
Marco Presta   –   “L’Allegria degli Angoli”
Marco Marsullo   –   “L’Audace Colpo dei Quattro di Rete Maria che Sfuggirono alle Miserabili Monache”

Newstand – n° 3 – pt1

19 Giugno 2015 Commenti chiusi

Danny Wallace   –   “Copia-e-Incolla”    (ed. Feltrinelli – pp. 363)

Confermo l’ottima impressione suscitata fino a metà libro (vedi “Newstand n° 2 – Gennaio 2015). Rispetto a quanto già scritto, la trama si evolve con il protagonista che man mano si lascia irretire nel gioco del “copia-e-incolla” grazie ad una ragazza che riesce a fargliene vedere gli aspetti positivi. Finché non torna in scena la fidanzata originaria. E li si scopre che la fuga non era semplicemente un passaggio del gioco, ma qualcosa di molto più banalmente squallido. E perciò ben servito alla transfuga con finale a sorpresa. Da leggere

Nick Hornby   –   “Funny Girl”    (ed. Guanda – ebook)

Muovo più o meno sempre dallo stesso concetto: che Nick Hornby possa scrivere di nuovo “Un Ragazzo” o “Alta Fedeltà” è abbastanza improbabile. Ma da quando ha aperto il filone dei “Sixtyes” la sua scrittura ha riacquistato in brillantezza e le sue trame sono tornate più solide e divertenti. E così con “Funny Girl” realizza una specie di spin-off di “An Education”, recuperandone la stessa ambientazione: la Londra dei primi anni sessanta. Qui una ragazza di provincia tutta curve rinuncia al titolo di Miss locale perché ha ambizioni più grandi: sa di poterle raggiungere solo trasferendosi a Londra. E così, per una serie di combinazioni fortunate, nel giro di poco tempo diventa la star di una serie comica televisiva. Il libro racconta così la storia dei personaggi della troupe (Sophie, la protagonista, il protagonista maschile, i due autori omosessuali ed il produttore segretamente innamorato di Sophie) attraverso le quattro serie del programma, dal 1964 al 1967, oltre all’epilogo quarant’anni dopo. Ed il racconto della Swinging London è delicato e realistico, passando tra le peripezie dei protagonisti, i Beatles, gli Stones, un Jimmy Page giovanissimo che incide le sigle per la tv ed il cantante degli Yardbirds che cerca di rimorchiare le ragazze nei night club. Un libro piacevole

Andy Weir   –   “L’Uomo di Marte”    (ed. Newton Compton Editori – pp. 379)

Attenzione: scende in campo la miglior fantascienza o, anche, un caso di letteratura di consumo moderna. Vale a dire un autore giovanissimo che autopubblica un ebook nel 2011 che va talmente bene che viene poi non solo pubblicato da una grande casa editrice (Crown Publishing), e tradotto in vari paesi tra cui l’Italia, ma del quale nel 2014 vengono acquistati anche i diritti cinematografici per un film che potremo vedere il prossimo Natale con la regia di Ridley Scott (non uno qualunque) e con Matt Damon come protagonista (sempre non uno qualunque). Il tutto con una trama semplice, da libro di fantascienza d’altri tempi: Mark Watney,  membro di una spedizione sul suolo marziano, viene abbandonato dal resto dell’equipaggio in fuga, in quanto creduto morto durante una spaventosa tempesta di sabbia. Il nostro, senza mezzi di comunicazione e superato il primo momento di panico, si mette all’opera per sopravvivere il più a lungo possibile. Dalla sua due cose fondamentali: conosce tutto, e questo gli permette di estrarre l’acqua dall’azoto, le patate dal suolo marziano, e mille altre cose, e poi ha un culo spaventoso (scusate la volgarità, ma non saprei definirlo diversamente). Il finale non ve lo racconto, il libro è pervaso da una buona dose di ironia che permette di superare anche i passaggi più a rischio, ovvero quelli dove i termini scientifici abbondano (e non sono pochi, soprattutto all’inizio). Si salta sulla poltrona in parecchi casi ed il fiato sospeso è assicurato. Il film non me lo perdo

Stephen King   –   “Joyland”    (ed. Sperling & Kupfer – ebook)

Novellona rapida ed indolore di Stephen King scritta con la solita maestria ed impostazione cinematografica. L’attrattiva per me, oltre all’autore, è rappresentata da un binomio potente composto da “romanzo di formazione” da una parte e “storia di fantasmi in un tunnel dell’orrore di un luna park” dall’altra, due grandi paure della mia esistenza. Devin, un ragazzo al primo anno di università, decide di accettare un lavoro estivo in un luna park di provincia. Nel tunnel dell’orrore, si racconta, si aggira il fantasma di una ragazza uccisa anni prima dal suo accompagnatore. Delitto irrisolto, così come altri avvenuti negli anni precedenti in altri luna park di provincia sparsi per gli States. Ma, come nella migliore tradizione dei racconti di King, la vicenda tra il giallo e l’horror è solo un pretesto per raccontare per l’ennesima volta (come in “IT” e non solo)  quanto sia difficile il percorso del diventare adulti. Anzi, il fantasma quasi non si vede per nulla. Si sentono giusto alcuni scricchiolii. Per il resto alla trama principale si affianca l’incontro del protagonista con un bimbo malato e la sua mamma, decisamente commovente. Ah, a proposito, il colpevole alla fine è il maggiordomo

Fred Vargas   –   “La Cavalcata dei Morti”    (ed. Einaudi – pp. xcx)

Splendido romanzo. Per chi apprezza Fred Vargas è assolutamente imperdibile. Presenta alcune novità rispetto agli altri romanzi delle serie degli Evangelisti e di Adamsberg, ambientati in una Parigi dai colori tenui. Il commissario Adamsberg, l’antitesi del poliziotto da giallo, si fa assegnare un caso in provincia per prendere tempo per la risoluzione di un caso spinoso in città: un magnate dell’industria viene assassinato e la colpa dell’omicidio sembra ricadere su di un giovane teppista della banlieu. Il commissario sa che non è stato lui ma le pressioni dall’alto sono fortissime, da cui la “fuga”. Ma il caso da risolvere nella piccola cittadina di Ordebec non è meno complicato ed il commissario trasferisce metà della scombiccherata squadra ai suoi ordini. L’altra metà rimane a Parigi a lavorare in maniera carbonara sul caso originario. Ad Ordebec la vicenda si dipana tra sogno e realtà, tra fantasie arcane ed indizi reali, tra lacrime e sangue, tra finti pazzi ed estrosi colpevoli, tra buoni cattivi e cattivi buoni. Nessuno è quel che sembra. Il tutto con quell’ironia che contraddistingue i lavori della scrittrice francese. Bellissimo

Joe Lansdale   –   “Il Mambo degli Orsi”    (ed. Einaudi – ebook)

Il quarto volume della serie “Hap & Leonard” di Lansdale inizia esattamente dalla fine del precedente (“Mucho Mojo”), con Hap intento a leccarsi le ferite prodotte dalla fine della storia con Florida Grange, il giovane avvocato che gli ha preferito il burbero e navigato poliziotto Hanson, e Leonard che brucia per la terza volta (e stavolta sembra in maniera definitiva) la casa vicino alla sua nella quale un gruppo di spacciatori fa il bello ed il cattivo tempo. Proprio per salvarli dalla denuncia per danni, Hanson li invia in “missione” a cercare Florida, partita qualche tempo prima per la cittadina di Grovetown per indagare su di un caso di morte sospetta nella locale prigione, e che da tempo non da più sue notizie. Non ci sarebbe nulla di strano, un guaio come un altro per i due, se non fosse che Grovetown è una cittadina ferma, per i diritti civili, più o meno al 1700. E un tipo come Leonard non passa certo inosservato. La lotta sarà durissima ed i due arriveranno più volte ad un millimetro dalla morte. A complicare il tutto un tempo infame con pioggia torrenziale per tutta la durata della storia, talmente realistica che dopo un po’ ti sembra di sentirla realmente nelle ossa. Per inciso, della sorte di Florida non si avrà dubbio neanche per un secondo sin dal momento in cui i due arrivano in città. Nudo e crudo, come sempre, ma enormemente divertente

 

Newstand – n° 2

27 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Vi ricordate la storia dei 3-4 libri in contemporanea di qualche mese fa? (vedi “Newstand” – settembre 2014). Bene, questo è l’aggiornamento…

Ivano Fossati   –   “335″   (ed. Einaudi – pp. 410)

Completato. Bel libro. Fossati scrive un romanzo come se non avesse fatto altro fino ad oggi. Nel post precedente davo un’impressione dettata dalla lettura delle prime 20 pagine. Il personaggio disegnato da Fossati non ha nulla a che vedere con il Toni Pagoda di Sorrentino. Tutt’altro. Quello era un personaggio che con la sua voce era arrivato ad una fama anche internazionale, pagandola poi a caro prezzo. Qui il protagonista è invece un onesto lavoratore della Musica. E’ uno che riesce a campare tutta la vita (il romanzo percorre insieme a lui appunto tutta la sua vita, dalla provincia vercellese agli Stati Uniti dove si stabilisce definitivamente) con la Musica, pur senza diventare in alcun modo famoso, se non localmente e limitatamente. Un professionista, insomma. Dotato di grande tecnica ma senza quella scintilla che può farlo diventare grande. Alla fine la Musica è un rumore di fondo di una vita che si dipana tra grandi illusioni e grandi fatiche, tra amori giusti e sbagliati, tra affetti lontani e lontanissimi. Inoltre è un romanzo che attraversa sessantanni di storia della Musica e del genere umano, attraverso una giostra che gira nel tempo e nello spazio realizzando dei fedeli reportage di cosa volessero dire quegli anni in Italia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.


Paul Auster   –   “Follie di Brooklyn”   
(ed. Einaudi – pp. 265)

Completato. Rispettate in pieno le premesse. Un bellissimo libro. Un uomo sulla sessantina cerca un luogo dove morire. Così torna alla natia Brooklyn lasciata durante l’infanzia. Malato di tumore, anche se in regressione, si è lasciato tutto alle spalle: moglie, diventata “ex”, una figlia, un lavoro di successo come assicuratore. Non ha nulla da fare tutto il giorno ma non si lascia andare. Inizialmente pensa di impegnarsi in un progetto di scrittura, raccontando strafalcioni più o meno comici propri o di altri. Poi il fortuito incontro con un nipote perso di vista da anni apre ad una girandola di eventi che ne segneranno la rinascita e gli permetteranno di uscire dal cinismo che domina la sua esistenza. Come in un puzzle  i tasselli della sua vita, e di tutti quelli che lo circondano, torneranno al loro posto disegnando un delicato ed appassionato quadretto di positività, appena offuscato dagli aerei che vanno a schiantarsi contro le Twin Towers nelle ultime pagine del libro.


Fred Vargas   –   “Prima di Morire Addio”   (ed. Einaudi – pp. 196)

Completato. Romanzo giallo della scrittrice francese al di fuori delle serie famose (i Tre Evangelisti ed il Commissario Adamsberg). Uno storico dell’arte francese viene assassinato con la cicuta mentre è in corso l’annuale festa davanti all’ambasciata francese di Roma. Cosa l’ha mosso da Parigi a Roma? In città vive il figlio Claudio, a Roma per studiare insieme a due amici, Tiberio e Nerone, mentre la moglie, idolatrata dai tre, fa avanti e indietro più o meno tutti i mesi per motivi non chiarissimi. Il fratello dello storico, Ministro della Repubblica Francese, per paura dello scoppio di un clamoroso scandalo, manda a Roma ad indagare (e, possibilmente ad insabbiare) un ispettore francese dai metodi abbastanza bruschi che sbaglierà completamente strada e se non fosse per l’ispettore italiano…. Chi apprezza Fred Vargas troverà in questo romanzo tutte le caratteristiche che rendono godibili tutti gli altri (intreccio divertente, un uso non eccessivo della violenza, personaggi cui ci si affeziona, bei dialoghi, colpi di scena). Un lato meno appetibile è rappresentato da una caratterizzazione dei personaggi italiani un po’ stereotipata: mancano la pasta e il mandolino.


Joe R. Lansdale   –   “Una stagione selvaggia”    (ed. Einaudi – pp. 196)

Completato. Mi hanno sempre incuriosito i due personaggi creati da Lansdale per la serie arrivata all’ottavo romanzo. Hap Collins e Leonard Pine sono due amici per la pelle pur lontani mille miglia tra di loro: bianco, disilluso ma con grandi ideali di libertà, democrazia e non violenza in gioventù, etero e, pur nel suo essere sostanzialmente uno sfigato, gran rubacuori il primo, nero, conservatore e repubblicano, dai modi spicci e dalla battuta pronta, omosessuale e normalmente solitario il secondo. “Una Stagione Selvaggia” è il primo romanzo della serie. La trama è molto semplice: i due vengono coinvolti dalla ex moglie di Hap per recuperare il denaro di una rapina nascosto anni prima da un compagno di cella del nuovo marito di lei. La vicenda si evolve in un finale cruento e senza pietà. Eppure la particolarità del romanzo consiste nel tratto leggero ed in alcuni momenti anche decisamente brillante, anche nei momenti più tipicamente noir, e nell’estrema umanità dei personaggi. Hap e Leonard quando picchiano fanno male. E, soprattutto, si fanno male. Ogni pugno che prendono è un dolore che si trasmette anche al lettore e, quando alla fine, escono con le ossa rotte ma vivi, un sospiro di sollievo diventa necessario un po’ per tutti.

Joe R. Lansdale   –   “Mucho Mojo”    (ed. Einaudi – pp. 281)

Completato. Visto che il primo mi è piaciuto molto, ho attaccato subito il secondo. Questo funziona ancora meglio. In “Mucho Mojo” (termine tra l’africano e lo spagnolo che indica la Magia Nera, ma che estensivamente può indicare anche il sesso con una connotazione negativa e malsana) Leonard riceve in eredità da uno zio morto dei soldi, una casa malmessa (in una zona tra le più degradate della città) e la misteriosa chiave di una cassetta di sicurezza. La chiave apre un abisso da cui scaturisce orrore senza fine. La trovata sta nell’innesto del classico schema “buddy-buddy” nella trama giallo dalle tinte molto forti. O viceversa. Hap e Leonard sanno di camminare sul ciglio di un burrone (per la scabrosità del problema che stanno affrontando e per il cumulo di prove difficilmente districabile), ma pur entrando in contatto con un volenteroso poliziotto locale, decidono di gestire l’indagine per loro conto rischiando sulla loro pelle. Si legge tutto d’un fiato anche perché prevale, come nella “Stagione Selvaggia”, il tono leggero che stempera la tensione anche nei momenti più duri. E’ un po’ come se un thriller fosse girato da Spielberg o da Ron Howard: non faranno mai nulla per disturbarti, è solo spettacolo.

Francesco Guccini   –   “Non So Che Viso Avesse – Quasi Un’Autobiografia”   (ed. Mondadori – pp. 225)

Quasi completato. Curioso volume nel quale il Francesco Nazionale racconta della sua vita per argomento, a partire dal suo avo del 1500 prima apparizione di un Guccini nella storia, e traducendo sostanzialmente in un linguaggio più semplice tutto quanto si racconta nella trilogia “Croniche Epafaniche”, “Vacca d’un Cane” e “Cittanova Blues” più, come una sorta di “contenuto speciale”, alcune chicche molto particolari, come ad esempio il capitolo sulle sue esperienze cinematografiche (io ricordavo personalmente una partecipazione a “Radiofreccia” di Ligabue e a qualcosa di Pieraccioni – sono più o meno tutti uguali – mentre invece il nostro ne conta ben 17!) e la genesi di alcune canzoni, prima fra tutte “La Locomotiva”. Poi, improvvisamente, proprio dopo il capitolo dedicato al suo inno, poche righe avvisano il lettore che lì finisce la parte più squisitamente autobiografica. Per la disamina delle sue opere c’è la seconda metà del libro, curata da Alberto Bertoni. A questo punto mi ero quasi convinto a chiudere il libro definitivamente, scarsa la voglia di leggere una pomposa,  complicata e intellettualoide critica dei suoi dischi, da me navigati in lungo ed in largo da quando andavo all’asilo. Invece, pian piano (non interrompo mai un libro), ho scoperto un trattatello onestissimo e, soprattutto, appassionato. E la passione, si sa, si trasmette attraverso note e parole…

Danny Wallace   –   “Copia-e-incolla”    (ed. Feltrinelli – pp. 363)

Metà libro. Wallace è l’autore di “Yes Man”, storia dalle evidenti connotazioni autobiografiche di un tipo abbastanza in crisi cui improvvisamente cambia la vita, semplicemente seguendo il consiglio di una specie di santone incontrato su di un autobus a Londra: “Prova a dire qualche SI”. In questo nuovo romanzo racconta di un giornalista radiofonico abbandonato dalla compagna che però, nel biglietto di saluto, gli chiede di “continuare a fare come nulla fosse”. Indagando sulla sua fuga il protagonista scopre un mondo: un gruppo di persone che, insoddisfatte di loro stesse, decidono di nascondere la propria vita copiando le vite degli altri, seguendole per strada fino alla loro meta e ripetendo sostanzialmente le stesse scelte e/o cercando di integrarsi nel loro ambiente. Detta così può sembrare una stupidaggine. Eppure il racconto ha una serie di aspetti che mi intrigano. Prima di tutto è ambientato in una radio, e già questo è interessante. Poi si svolge a Londra (e due). Poi è veramente divertente, comico in parecchi momenti, scritto bene e non annoia. Almeno finora. Poi vi dirò.

Clinton Heylin   –   “E Street Shuffle – I Giorni di gloria di Bruce Springsteen”   (ed. Arcana – pp. 412)

Non va, non riesco ad andare avanti in nessun modo. Dal post precedente avrò letto 10 pagine, non di più.

In stand-by:

Paul Auster   –   “Trilogia di New York”

Fred Vargas   –   “La Cavalcata dei Morti”

Nick Hornby   –   “Funny Girl”

Marco Presta   –   “L’Allegria degli Angoli”

Stephen King   –   “Joyland”

Lorenzo Bartoli (1966-2014)

6 Ottobre 2014 1 commento

Brutta bestia Facebook.

C’è un amico. Con lui hai condiviso una montagna di vita. Vi siete conosciuti nel 1981. Io diciassette anni, lui quindici. Una gran voglia di comunicare, una grande curiosità e, soprattutto, la capacità di cogliere il particolare da qualsiasi cosa. Una sensibilità immensa, di un cuore che si era stratificato in quella breve vita fin li percorsa con esperienze che noi comuni mortali possiamo avere solo immaginato. Ed un altro dono pazzesco: saper giocare con le parole e metterle in fila per costruire storie originali, divertenti, appassionanti, leggere.

Poi grande sintonia: tanti libri e tanta musica. Ognuno ascoltava e leggeva le sue e poi avveniva una sorta di osmosi per cui quelli dell’uno diventavano anche quelli dell’altro. Caputo, Style Council, Fossati, Paolo Conte, Joe Jackson, Pearl Jam (“Te li ho proposti perché ti stavi rilassando un po’ troppo…”), Tuck & Patty, Steelye Dan e Donald Fagen e tantissimi altri. Poi Stephen King, Vonnegut, Andrea De Carlo (“Due di Due” è ancora oggi uno dei miei libri preferiti in assoluto, grazie Ba’) e ancora e ancora. L’estate si facevano le quattro di mattina strimpellando la chitarra ed inventando testi e canzoni improbabili ma dai testi che allora ci sembravano poetici.

Al mare mi piaceva una ragazza, ospite da tre sorelle. Chi fece l’entartainer con tutte e tre? E non gliene piaceva neanche una. E chi mi diede una mano a superare l’inevitabile fine di quella storia (ed anche di altre)?

E il calcio? ci si vedeva tre volte a settimana solo per quello. Grande giocatore di calcetto e calciotto non aiutato da una stazza notevole ma metteva la palla dove voleva lui con estro e semplicità.

Poi si cresce. Le strade inevitabilmente si dividono, altre scelte, altri interessi. Lui riesce a realizzare il suo sogno: fare della scrittura il suo mestiere. All’inizio scrive come può, dove può. Poi da sfogo alla sua fantasia e riesce ad affermarsi nel mondo  dei fumetti, entrando direttamente dalla porta principale: “L’Eternauta”. E non solo. Inventa personaggi originali, dirige riviste, collabora con chiunque abbia bisogno di un’idea, di un soggetto, di una sceneggiatura. In breve la sua fama sale e diventa l’eroe di ogni festa del fumetto, da Lucca a Roma, fino ad arrivare anche negli Stati Uniti.  La sua allegria, la sua capacità di comunicare e la sua competenza lo portano ad insegnare sceneggiatura in un’importante scuola di fumetto di Roma. Arriva a tre-quattro albi monografici (si chiamano così?): Arthur King, John Doe, Detective Dante. Pieni d’ironia, di pathos, di dramma, ma zeppi anche di citazioni di film, di libri e canzoni.

E poi i suoi libri. I primi due (“Bambole” e “Overminder – il Sognatore” sotto lo pseudonimo di Akira Mishima perchè “…Fernà, l’editore m’ha detto che un romanzo cyberpunk non si vende se l’autore non è giapponese” mi confidò consegnandomi il libro.

Intanto ci si vede sempre più raramente, fino a perdersi di vista per almeno dieci-dodici anni. Poi una sera una telefonata. “Sai, ho aperto un locale, una libreria con bistrot. Vienimi a trovare che chiacchieriamo un po’”. Detto fatto. Contemporaneamente mi iscrivo a Facebook ed a quel punto il contatto diventa giornaliero. Lui leggero, come sempre, con post buffi, divertenti, spesso stimolanti al dibattito. Oppure con i suoi racconti su tipi stralunati, su amori corrisposti o meno ma mai banali e su baci dispari. Insomma, non ci si vede mai lo stesso, ma è meglio di telefonarsi tutti i giorni.

E ancora post con dentro tanta musica. Una decina di giorni fa ne pubblica uno con il link a “What a Wonderful World” di Louis Armstrong nella versione di Joey Ramone e l’accompagna con una frase circa la sua canzone preferita nella sua versione preferita. Mi aggancio subito e gli scrivo: “Ba’, ma sai che è uno dei pezzi forti del mio gruppo? Non mi sei mai venuto a sentire. Quando mi farai l’onore di venire ad un mio concerto?” e lui “Assolutamente la prossima volta”.

Poi una domenica mattina ti svegli che il cielo è azzurro senza una nuvola e ti aspetti una giornata meravigliosa. Di quelle di inizio autunno ancora calde. Accendi il telefono e la prima notifica è un messaggio di un’amica di Lorenzo: “Mi mancherai”. Non ho capito. Un secondo e ne arriva un altro: “Lollo non c’è più”. Non ci credo.

Ed invece è così.

Il dispiacere è immenso. Però ci sono almeno un buon paio di modi per ricordarlo e, magari, per conoscerlo se non si è avuta questa fortuna.

Prima di tutto andando a dare un’occhiata al suo blog “Cuori da Bar”, goloso scrigno nel quale, speriamo per sempre, sono conservati oltre un centinaio di suoi brevi racconti. Non solo per capire come scriveva. Anche per capire Lorenzo stesso: il suo modo di osservare le cose, di capirle e testimoniarle: lui è in ogni parola espressa lì dentro.

http://cuoridabar.blogspot.it/

E poi leggendo il brano che segue. Si trova sul blog (febbraio 2011). Mi permetto di pubblicarlo perché lui avrebbe apprezzato la condivisione. E’ dedicato a sua figlia. Ed è qualcosa di magico:

A MIA FIGLIA     di Lorenzo Bartoli

Io ti ho vista chiaramente per la prima volta quando avevo circa sedici anni.
Mi ero comprato una chitarra acustica e avevo imparato a strimpellarla un po’. Ricordo ancora quel giorno, il giorno in cui sei, in un certo senso, nata. 
Ero seduto sul divano brutto di una casa di vacanze in affitto, in una località di mare a troppi chilometri dal mare, perché io e tua nonna più di quello non potevamo permetterci. Cominciai a scriverti una canzone: sol minore, la maggiore, una sequenza ardita per i miei livelli. 
Voglio che mia figlia abbia gli occhi e belli e riflessi di ghiacciai eterni tra i capelli…
Be’, era tutto vero. Forse non era una gran canzone, ma era per te. La lettera più bella che un uomo potrà mai scriverti. O la seconda più bella, lo spero tanto. Poi ti ho dimenticata, troppo impegnato a cercarti una madre. Ci ho messo diciotto anni a trovarla, ma la canzone lavorava dentro e resisteva a tutto. Ogni tanto, la canticchiavo tra me, o la facevo ascoltare a qualcuno. Lo facevo per non dimenticare che ti dovevo una possibilità di nascere. 
Voglio che quegli occhi le chiariscano il mistero e le facciano distinguere l’amore, quello vero…
L’amore vero. Esplode ogni volta che sospendi l’incredulità, come davanti un film perfetto, come un libro benedetto che ti insegna cose che già sai. Ti innamorerai di chi non ti amerà allo stesso modo e sarai comunque felice, ispirata esploratrice di sentimenti male assortiti. Piangerai e farai piangere, entrerai in camere sbagliate e renderai giusto ogni tuo errore. 
E voglio che quegli occhi le si bagnino di pioggia, di acqua di fiume, di lacrime di gioia. E voglio che la sua immagine, riflessa in uno stagno, non tremi come ora che le sto facendo il bagno…
Avevo in mente quadretti di vita da mulino bianco, ma ci stavo azzeccando. 
Sei nata nel luglio del 2000, ho assistito al parto. Il dottore, dopo averti sciacquato sommariamente, ti ha piazzato in braccio a me. Ti ho impugnato come fossi un aquilone, troppo leggera per appartenere al genere umano, pronta a volare via al primo soffio di vento. Mi hai piantato gli occhi in faccia, quegli occhi strepitosi. E tutto è cambiato per sempre, dentro me.
Sei bellissima, più di qualunque donna io abbia mai visto e osato sognare. 
Voglio che mi dica quando è innamorata, anche se il suo amore sarà la mia vecchiaia…
Ecco fatto. Il solito uomo medio che fa un figlio per sopravviversi e proiettarsi oltre. No. Voglio sapere tutto, di te, senza chiedere niente. Voglio intuire i processi che articoli sotto quella fronte spaziosa, voglio spiare il film che gli occhi proiettano all’indietro, sullo schermo teso della tua immaginazione. 
Hai avuto pochi capelli, per il primo anno e mezzo. Testa di mela rotonda e perfetta, lineamenti dolcissimi, occhi grandi e verdi. Ma pochi capelli, proprio come tuo padre. Hai cominciato a parlare prestissimo, rimavi a due anni, scribacchiavi a tre. La tua prima pipì senza pannolino l’hai fatta in braccio a me, mentre ti dondolavo in un giardinetto di un’altra casa in affitto, stavolta vicinissima al mare. Sei andata a scuola, tornata da scuola, hai pianto per la scuola, sorriso alla fine della scuola. E tuo padre ha una memoria troppo grande per non fare il confronto con le sue esperienze, avvenute in quella stessa scuola, che ha soltanto cambiato nome: Giuseppe Verdi, prima; Gianni Rodari, adesso. Un buon cambio di nome, se ci pensi. 
Voglio che telefoni, se tarda un po’ la sera. Ma voglio che la sera non tardi quasi mai, perché devo baciarla, prima di dormire. Perché devo baciarla e poi dormire…
Sì. Finisce così. Come tutte le storie. Con uno che va a dormire e un altro che veglia sul suo sonno. Con uno che fa tardi, magari in macchina, di notte. E l’altro che conta le ore, aspetta quel messaggio per chiudere gli occhi a sua volta, sentinella innamorata per sempre di un amore che non può far altro che lasciare andare. Perché sono questi gli amori per cui vale la pena vivere. Sono questi gli amori per cui vale la pena piangere. Quelli che ci fanno diventare grandi senza crescere mai veramente. Quelli segreti, che nascondiamo alla gente, che non capirebbe. Sappi che tuo padre ha amato molto, nella vita. Ed è stato amato, anche bene. E che adesso, in questa notte di febbraio, sente con forza e con chiarezza che tu non sei sua. Ma lui è tuo. Io sono tuo. Per sempre.

Ciao Ba’, mi mancherai

 

 

Locations of visitors to this page