Cofanetti: si e NO

17 Novembre 2016 Nessun commento

Due esempi completamente diversi.

Solo per fan incalliti

I Rolling Stones hanno, nel bene e nel male, scritto una discreta fetta della Storia del Rock. Inutile discuterne. Nell’altrettanto inutile disputa “Beatles/Stones” neanche entro. Il mio cuore è per i Fab Four, ma gli Stones sono gli Stones.

Ed allora considero per fan assolutamente incalliti questo ridondante box di 16 LP (esiste anche nella versione da 16 CD) che riproduce, rimasterizzato in mono (aiuto!!!) i primi 14 album del quintetto, da “The Rolling Stones” a “Let It Bleed”, oltre ad un quindicesimo album di rarità e alternate (c’è anche “Con Le Mie Lacrime”, versione per il mercato italiano di “As Tears Go By”, singoletto facile facile dei primi Sessanta).

Perché ridondante? Ora mi spiego.

Primo punto: “rimasterizzato mono”. Non sto scherzando. D’accordo, c’è chi è fissato con i suoni e non vede l’ora oggi di riascoltare un disco inciso 45/50 anni fa nello splendore del Mono. Mi dicono “perché si ascolta il suono diretto, identico a come è stato inciso, è come trovarsi lì, in quel momento, in sala con i cinque”. Perdonatemi, non riesco a vederne la meraviglia. Non sarò un purista (in realtà io rientro nella categoria degli “accumulatori seriali” di musica, perciò va bene tutto, mono, stereo, mp3, stereo8, quello che c’è basta che io abbia il disco), però “Aftermath” è quello, già rieditato due/tre volte nel corso del tempo e perciò già sicuramente nelle discoteche dei fans almeno in un paio di versioni. Ma poi. ci hanno massacrato per anni con il dolby sorround, con il dts, con impianti da 15.000 euro per sentire il suono più avvolgente, più profondo, ed oggi rimasterizziamo Mono?

Secondo punto: gli Stones, come i Beatles e parecchi altri gruppi dell’epoca, pubblicavano due album diversi per il mercato inglese, ed europeo in generale, e per quello americano, che spesso venivano distribuiti da due case discografiche diverse. La Parlophone era la casa discografica dei Beatles, ma i dischi per il mercato americano venivano distribuiti dalla Capitol. Per gli Stones era la Decca in Europa (fino ad un certo anno) e, curiosamente, la London negli Stati Uniti. Ora, in questo cofanetto (last but not least: più di 3 chilogrammi nella versione in vinile) sono presenti tutti i dischi, versione inglese e versione americana. In cosa differivano normalmente queste versioni? Gli americani, di minor gusto, avevano bisogno di quei singoli che allora trainavano il mercato. Ed allora smontavano e rimontavano i dischi mettendo insieme singoli, ep e qualche brano del disco europeo, e lasciavano i brani scartati per l’album successivo, che magari mischiva altri singoli, ep e qualcosa del disco che sarebbe uscito in seguito. Insomma, morale della favola: sono quindici album ma ci sono uno sproposito di ripetizioni. Centottantasei i brani proposti, cento più o meno quelli effettivi. Ah si, dimenticavo, le versioni delle canzoni sono praticamente identiche.

Terzo punto: il costo spaventoso. Passi ancora la versione solo in mp3 (89,99 euro su Amazon, ed è comunque tanto), la versione in cd costa 105,86 euro (con inclusa però la versione in mp3). Ma, secondo me, la versione in cd è completamente inutile proprio a causa del supporto: non si può offrire una strabiliante masterizzazione in mono e perderne la vividezza con un cd!!! Ed allora occorrerebbe acquistare la versione in vinile alla modica cifra (sempre su Amazon) di 325,62 euro.

A proposito, anche circa i vinili, qualche acquirente ha criticato il fatto che le copertine non sono perfette riproduzioni di quelle originali, ma risultano essere più opache o, addirittura, con qualche differenza rispetto all’originale. Insomma, anche per i fan incalliti, io aspetterei 6/8 mesi per vedere il prezzo scendere a precipizio.


Per tutti, a maggior ragione oggi

Un cofanetto imperdibile, soprattutto oggi. “The Complete Studio Albums Collection” raccoglie i primi 11 album di Leonard Cohen, il cantautore canadese scomparso pochi giorni fa, raro esempio di longevità artistica che non ha conosciuto battute d’arresto. Uno che ha inciso, cosa per me rappresentante una sorta di marchio di qualità, solo se aveva qualcosa da dire. Ed infatti il box contiene gli album incisi da Cohen tra il 1967 (“Songs of Leonard Cohen”) ed il 2004 (“Dear Heather”): 11 album in 37 anni. Ed ogni album è un distillato di purezza e poesia. Qualcosa di unico.

Da noi Leonard Cohen è un Autore di nicchia. Forse al di sotto di un certo anno di nascita nessuno sa bene chi sia. In molti l’avranno distrattamente notato sulle prime pagine dei principali giornali il giorno della sua scomparsa, chiedendosi molto probabilmente chi fosse. Ma per sottolinearne l’importanza (Bob Dylan ha dichiarato di averlo invidiato), basti pensare al fatto che una nostra generazione di cantautori si è dichiaratamente ispirata a lui sia nello stile che nei temi trattati. Fabrizio De André e Francesco De Gregori hanno tradotto alcune sue canzoni (“Nancy”, “Giovanna d’Arco”, “Suzanne”, “A Presto Marianne”) che sono poi diventate tra i brani più belli da loro eseguiti, semplicemente adattando il testo (splendidamente) e mantenendo sostanzialmente invariati gli arrangiamenti. Eppure sono quasi indistinguibili dal loro repertorio originale.

Il cofanetto è realizzato benissimo, con le riproduzioni fedeli delle copertine in cartoncino. Il prezzo è decisamente contenuto: 27,53 euro su Amazon, ma sullo stesso sito, si può trovare in vendita presso altri venditori a partire da 22 euro.

PS: in questo periodo, sempre su Amazon, si trova un monumentale box dei Pink Floyd dal titolo “The Early Years 1965/1972″ composto da 27 tra cd e dvd. Credo sia roba molto seria, ma costa 461,39 euro!!!!! Prima di parlarne male voglio informarmi bene: non vorrei che Mudman, che mi postò un commento al vetriolo quando scribacchiai sulla versione cinematografica di “The Wall” di Roger Waters (vedi “Roger Waters “The Wall” – ottobre 2015) si alterasse…..

Novità: Billy Bragg e Joe Henry “Shine a Light: Field Recordings From The Great American Railroad”

28 Ottobre 2016 2 commenti

Una bella mattina due tizi un po’ attempati ma giovanili di spirito vanno alla stazione centrale di Chicago e fanno due biglietti. Il treno sul quale salgono non è un semplice treno. Non è un treno comune. E’ una fetta di storia americana. E’ il Mito del Viaggio. E’ il Mito della Frontiera. E’ il Mito degli Immensi Spazi ad Ovest.

Il treno è il Texas Eagle 421 della Amtrak che percorre oltre 2.700 miglia prima verso sud per Springfield, St. Louis, Little Rock, Dallas e Forth Worth, poi Austin e San Antonio. Di lì piega decisamente verso ovest e allora sfilano il Rio Grande, Alpine, El Paso, il Grande Spartiacque, Tucson, Yuma, e finalmente entra in California per le ultime 250 miglia prima di sfiorare il respingente di Los Angeles.

Insomma, più o meno l’equivalente per il treno della Route 66.

I due tizi in questione sono Billy Bragg da Essex, Gran Bretagna, classe 1957, e Joe Henry da Charlotte, USA, classe 1960. Musicisti per professione, menti libere per passione. Di Billy Bragg ho già scritto qualche tempo fa (vedi “Billy Bragg, Billy Bragg” – luglio 2014), mentre Joe Henry è un cantautore e produttore che potremmo definire “di nicchia”, ma molto valido. Un incrocio fra Dylan, Tom Waits e Ben Folds, senza raggiungere l’eccellenza di nessuno dei tre, ma comunque realizzando album spesso belli, densi e di grande atmosfera. Ed ha una voce molto particolare.

La grande idea è salire sul treno, su quel treno, e lasciarsi prendere dal suo fascino. Un piccolo bagaglio, lo stretto indispensabile, e due chitarre, ancor più strettamente indispensabili. Poi un piccolo aggeggio elettronico per registrare.

E ad ogni sosta del treno, scendere, imbracciare le chitarre, premere REC e lasciarsi andare. Ovunque: in sala d’aspetto, sulle platform, nei bar, negli atrii delle stazioni.

Il Viaggio, il Treno, la Frontiera hanno ispirato decine d’artisti sopratutto nei decenni a cavallo delle due Grandi Guerre, quando negli Stati Uniti è stata sviluppata l’immensa rete ferroviaria ed il treno era in quel momento l’unico mezzo per potersi spostare attraverso gli immensi spazi del paese. Perciò il materiale a loro disposizione era parecchio.

Ne viene fuori un album intenso e semplice. Le due voci che si rincorrono e le due chitarre suonate senza fronzoli. Essenziali. Eppure di grande atmosfera, con i rumori della stazione sullo sfondo, dallo scalpiccio dei passeggeri ai portelloni che vengono chiusi. Le canzoni sono tutte decisamente datate, ma piene d’armonia. Il disco si apre con un bluesaccio che ha il passo del treno (“Rock Island Line”), mentre un arpeggio apre la struggente “The L&N Don’t Stop Here Anymore” (Johnny Cash). “The Midnight Special” (Lead Belly) è un country-blues eseguito anche dai Creedence. “Railroad Bill” è la storia di un criminale, una specie di Robin Hood dell’Ottocento.

Ma tutti gli altri brani (in tutto sono 13) sono assolutamente perfetti per un album del genere, che potrebbe essere scambiato per un semplice esercizio di stile come tanti altri, vista la rilettura di classici assoluti del genere (ci sono anche “John Henry”, “Lobo’s Lullaby” e “In The Pines”) se non fosse per l’assoluta “rigorosità” dei due interpreti: Bragg ed Henry hanno sempre fatto, in qualche caso anche a discapito di un probabile e più facilmente raggiungibile successo, solo ed esclusivamente quello che rientrava nelle loro corde. Insomma, la loro sincerità è la miglior chiave di lettura per un disco come questo, per me da brividi.

Dave in Europa!!!

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Per quanto mi riguarda è un’occasione imperdibile.

Dave Matthews ha annunciato sul suo sito “davematthewsband.com” un tour europeo di 15 date insieme al fido Tim Reynolds. La sua voce unica e le sue splendide canzoni, su di un tappeto sonoro formato da due chitarre acustiche suonate con grandissima tecnica.

Questo l’elenco dei concerti:

20 Marzo 2017:   Londra, Eventim Apollo Theatre (fermata metro Hammersmith)

21 Marzo 2017:   Londra

23 Marzo 2017:   Dublino, Olympia Theatre

25 Marzo 2017:   Groningen, De Oosterpoort

26 Marzo 2017:   Amsterdam, AFAS Live (Heineken Music Hall)

27 Marzo 2017:   Colonia, Palladium

29 Marzo 2017:   Copenhagen, Royal Arena

30 Marzo 2017:   Berlino, Columbiahalle

1° Aprile 2017:   Vienna, Wiener Konzerthaus

2 Aprile 2017:   Praga, Forum Karlin

4 Aprile 2017:   Torino, Teatro Colosseo

6 Aprile 2017:   Padova, Gran Teatro GEOX

7 Aprile 2017:   Milano, Teatro degli Arcimboldi

10 Aprile 2017:   Lisbona, Coliseu Lisboa

11 Aprile 2017:   Porto, Coliseu Porto

 

I biglietti sono in prevendita per gli iscritti al Warehouse del sito, mentre andranno in prevendita regolare per tutti dal 24 Ottobre.

 

 

Novità: Phish “Big Boat”

20 Ottobre 2016 Nessun commento

Mi chiama mio nipote Lorenzo  e mi dice: “però non stai più scrivendo granché……” (spero riferendosi alla quantità più che alla qualità dei post), poi qualche volta capita di incrociare il mio amico AJ che mi dice: “certo, il blog langue….”. Si, è vero, mi sono dato poco da fare  negli ultimi tempi. Vorrei però recuperare in vista della fine dell’anno.

E allora invece di fare un unico mega post sulle nuove tre/quattro uscite recenti che mi hanno fatto battere il cuore, ne faccio tre/quattro post diversi…. 

Poi magari della qualità ne parliamo in un’altra occasione.

Chi è di scena?

I Phish pubblicano “Big Boat”, il nuovo album, a due anni dal precedente e bellissimo “Fuego”. Non che debbano fare molto per confermarci le loro capacità, ma certo “Fuego” rappresentava una bella sfida per i quattro.

Direi che la sfida se non vinta è sicuramente pareggiata. La particolarità  dei Phish, il loro punto di forza assoluto, è la loro grande capacità live. Senza esagerare in alcun modo, attorniati dai loro strumenti, il loro show rilassato è un emozionante fluire di suoni e canzoni, ogni sera diverso dal precedente.

E tutto senza disdegnare, oltre ai brani del loro smisurato repertorio (15 album dal 1988 ad oggi), cover di ogni genere, dai Beatles ai Led Zeppelin agli omaggi sentiti al repertorio di David Bowie nell’ultimo tour, a Bob Marley, a Dylan, Springsteen e tanti, tantissimi altri. Il tutto per quasi 2000 concerti in carriera, il che vuol dire stare in giro per più o meno 6 anni su 18.

La loro enorme tecnica, unita ad una “grazia” smisurata sia nella scrittura che nell’arrangiamento di un brano, gli permette di trasferire l’energia del concerto nei loro lavori di studio. Più o meno quello che accade anche alla Dave Matthews Band. Non a caso tra i due gruppi c’è grandissimo feeling.

Queste le ragioni, in breve, per cui “Big Boat” è un ottimo disco. Brani semplici ma al tempo stesso elaborati. Suoni puliti ma grintosi al momento giusto, melodie sempre gradevoli, qualche eco di progressive, in particolare nell’iniziale “Friends”. Brani sempre di ampio respiro, con un sapiente uso anche delle voci. Le atmosfere sempre molto varie. “Breath And Burning” ha un sapore caraibico. “Home” è un palpitante rock costruito su un riff mononota di chitarra. Tray Anastasio si lancio poi in uno dei suoi assoli sempre misurati ma di effetto. “Tide Turns” è un gran pezzo Soul con tanto di sezione di fiati ed hammond con un gran ritornello tipico dei Phish. “Things People Do” è un breve brano suonato solo voce ed organino (credo): si sente più la percussione sui tasti che il suono. “Waking Up Dead” ha un arrangiamento molto liquido con echi orientali. “Running Out Of Time” è una ballata country che inizia solo voce e chitarra per poi distendersi con il resto della band. “No Men in No Man’s Land” è un classico brano a la Phish di cui immagino un costante uso dal vivo, magari allungato a dismisura in una di quelle festose jam in cui i quattro trasformano i loro brani in concerto. “Miss You” è ancora una lunga ballata (oltre sette minuti), mentre “I Always Wanted It This Way” è un curioso (e, francamente, evitabile) brano simil disco anni ottanta (avete presente “Radio Ga Ga” dei Queen? giusto per rendere l’idea) con tanto di percussioni sintetiche e voce filtrata.

Anche “More” è sicuramente incisa avendo ben chiaro cosa farne in concerto (anche se meno originale delle altre), mentre il finale è tutto per “Petrichor”, brano di quasi quattordici minuti, summa di tutto il loro lavoro. Anche in questo caso parlerei di Progressive e non solo per la durata del brano: costruzione molto elaborata con un grande lavoro delle chitarre nella lunga introduzione (tre minuti e mezzo) che cambia tempo almeno quattro/cinque volte, per poi sviluppare una parte centrale con richiami decisamente classici.

A mio parere un ottimo disco, al livello del precedente ma anche di “Farmhouse” e “The Story Of Ghost” (che sono i miei preferiti).

In sintesi: un disco generoso.

Un Faro: Dario Fo (1926 – 2016)

13 Ottobre 2016 Nessun commento
Categorie:Spettacoli, Teatro Tag:

Eight Days A Week – Il Film

30 Settembre 2016 Nessun commento

In viaggio con i Beatles.

Questo potrebbe essere il sottotitolo di “Eight Days A Week”, splendido docu-film di Ron Howard, specialista in prodotti nazional-popolari di qualità.

Un paio di anni fa il regista lanciò una campagna per la raccolta di materiale possibilmente inedito, rivolta verso quei fan che, incuranti della pochezza del mezzo “Super8″ (oggi ci sono video di qualità di concerti prodotti da un semplice smatphone scaricati su YouTube praticamente in diretta), tentavano, nella bolgia di un concerto dei Fab Four, di girare 1 o 2 minuti di immagini sfuocate e senza audio. Così, semplicemente per ricordo.

Ron Howard ha raccolto questi ricordi, queste emozioni, con cui, aggiungendo immagini professionali inedite (diciamo un terzo del film) e shakerate con due terzi di materiale già presente sull’Anthology di qualche lustro fa, ha confezionato un prodotto meraviglioso per la gioia di fan incalliti di tutte le età. Il racconto procede lungo la carriera dei Beatles, per il periodo che va dal 1962 al 1966 (i “touring years”), per più di due ore. Si passa così con un gran ritmo narrativo (la vera forza del film) dagli anni del gruppo compatto, affiatato, legato come una sola persona, all’affermazione di quattro personalità diverse, ognuna con le proprie passioni ed interessi.

Ed è un unico tunnel che i quattro percorrono alla velocità della luce per quattro anni, dalle ultime sere del Cavern di Liverpool al concerto al Candlestick Park di San Francisco, ultimo della loro storia fatta eccezione per quello finale sul tetto della Apple, attraversando momenti che vanno dalla spensieratezza giovanile all’allucinazione in un vortice di fama, successo e soldi sempre più esagitato.

E nel film sicuramente non c’è tutto, ma moltissimo si.

Ci sono le conferenze stampa con il relativo assedio di giornalisti. Ci sono l’ironia dei Fab Four che riuscivano a destabilizzare i media dell’epoca con le loro risposte sfrontate e l’atteggiamento guascone. Sono riuscito a stupirmi, più che altro perché non ne ero a conoscenza, per una presa di posizione dei quattro, che in conferenza stampa dichiaravano che avrebbero cancellato un concerto in una città del sud degli USA perché era previsto che il pubblico di colore avrebbe avuta una sua area “riservata” all’interno dello stadio.

Ci sono le scene di isteria ovunque, ai concerti, negli aeroporti, nelle strade fuori dai teatri e dagli hotel, ci sono le immagini di una polizia impreparata per l’epoca ad affrontare un evento generazionale del genere. C’è un capo della polizia che dice a Brian Epstain, loro manager, che i Beatles non potevano suonare in una location da 5.000 posti lasciando 50.000 ragazzi impazziti senza biglietto  fuori dal teatro.

C’è la loro immensa Musica, estratta dai concerti più importanti documentati (cosa all’epoca non semplicissima). La loro energia dei momenti migliori è tutta nei loro concerti. Così come il loro divertimento. E, soprattutto, il loro carisma. C’è Washington nel 1964, a mio parere la miglior testimonianza dei Beatles dal vivo insieme allo Shea Stadium dell’anno successivo. C’è, appunto, lo Shea Stadium, di cui vi parlerò fra qualche riga. L’Ed Sullivan Show, la tv svedese, la “Some Other Guy” ripresa dalla BBC al Cavern in un nostalgico bianco e nero mentre loro si preparavano a spiccare il volo. E poi qualcosa di estratto dall’Hollywood Bowl, dall’Australia, oltre alle malinconiche ultime esibizioni a Tokyo ed in Germania durante l’ultimo tour.

E poi ci sono testimonianze varie e spesso molto particolari. Ad esempio una toccante Whoopi Goldberg che unisce il racconto d’infanzia (la madre che la porta allo Shea senza dirle nulla fin davanti alla porta dello stadio) alla sensazione di superamento delle differenze che all’epoca ancora imperavano negli USA dove ancora la segregazione razziale non era stata abbattuta: la Musica dei Beatles univa, faceva sentire tutti uguali.

Grande spazio ha nel film Larry Kane, unico giornalista che, dal notiziario di una radio locale di Miami, chiese ai quattro una semplice intervista e che venne da questi invitato a seguirli per tutta la durata del loro primo tour statunitense, vivendo fianco a fianco e producendo così più di un reportage al giorno che, a mio parere, andrebbe raccolti in un documento a se stante. Ed ancora tanti altri: George Martin, Elvis Costello, Sigourney Weaver, Richard Lester (il regista dei loro film).

E, appunto, ci sono le lavorazioni dei film, il primo (“A Hard Day’s Night”) con scarso budget e molto entusiasmo, il secondo (“Help”) con largo budget e una noia mortale. Il tutto perfettamente e puntualmente riflesso nei film.

Perché i Beatles erano questo: il loro entusiasmo, il loro affiatamento, la loro amicizia, tutto traspariva nella loro Musica ed in ogni cosa cui prendevano parte, che fosse un film, un’intervista, un radio show o una semplice foto. Erano, in una parola, veri.

Lo stesso dicasi per i momenti peggiori.

Due “chicche” su tutto. La prima John che sbeffeggia con classe uno sprovveduto giornalista che gli chiede: “Tu sei”? e lui “Eric” e quell’altro “Siamo qui con Eric dei Beatles!”. La seconda Ringo che racconta divertito che il per il concerto allo Shea Stadium i Beatles si erano fatti costruire per l’occasione dei nuovi amplificatori da 100 Watt (quello che uso io per i “live” nei localini con i miei mitici Beastie è da 300 Watt) e che questi venivano diffusi per lo stadio con gli altoparlanti che si usavano normalmente per gli annunci, delle specie di trombette, a cui segue una spassosa simulazione dell’effetto passando dall’audio restaurato del concerto a quello degli altoparlanti.

A seguire, al termine della proiezione, 30 minuti 30 proprio del concerto allo Shea Stadium (in pratica solo la loro esibizione, senza tutti i gruppi spalla presenti nel film ufficiale) restaurato in audio ed in video. Semplicemente fantastico! Vale il prezzo del biglietto la versione scatenata di “I’m Down” con Lennon alla tastiera che si diverte come un matto. Sicuramente in quel momento non doveva ancora pesargli troppo il momento “live”, nonostante le urla del pubblico in delirio.

Insomma, se avete perso “Eight Days A Week” al cinema, visto che è stato presentato per un numero limitato di proiezioni, compratelo assolutamente all’uscita in dvd.

One More Kiss!!!!

21 Settembre 2016 Nessun commento

Lo sapete, ho una piccola “devianza”: mi piacciono i Kiss. Si, proprio loro, i quattro bellimbusti mascherati che da oltre quaranta anni percorrono in lungo ed in largo il globo terrestre portando il loro show esagerato, ridondante, assordante, anche inutile in certi casi.

Però mi piacciono. Così è. Dopotutto in età giovanile mi sono piaciuti anche Duran e Spands, perciò…

Metronomici, i quattro danno alle stampe un nuovo live, “Kiss Rocks Vegas”. Stavolta fanno le cose in grande, come si conviene di questi tempi. Un disco con i canonici 16 brani che spaziano per tutto il loro repertorio e con vari formati di pubblicazione: cd, cd+dvd, dvd+blue ray e chi più ne ha più ne metta.

Io ho acquistato la versione “cd+dvd”. Ai fini della recensione, separerei i due prodotti.

Il dvd è fantastico. Vediamo il gruppo arrivare già truccato in elicottero sul luogo del concerto (il teatro dell’Hard Rock di Las Vegas), raggiungere il palco, il grido che da sempre li accompagna in scena (“Allright Las Vegas, You Want The Best You Got The Best: The Hardest Band In The World: Kiiiiiiisssssss!!!”) e da li scatenarsi una pioggia di fuochi d’artificio e di note prodotte dai quattro. Il concerto è ripreso in altissima definizione da almeno 20 telecamere, neanche fosse una partita di calcio. Il luogo si presta benissimo: non si tratta di uno stadio smisurato ma di un teatro neanche di grandissime dimensioni. Perciò l’effetto è quello di trovarsi sul palco con loro, o al massimo in primissima fila. I quattro ci danno dentro come al solito con tutta l’anima, senza risparmiarsi.

E allora via con tutto il repertorio di trucchi di scena, dalle coreografie alle polarizzazioni dei personaggi (Gene Simmons è il Demone e fa il Demone, Paul Stanley è il Figlio delle Stelle ed il sex symbol e fa il Figlio delle Stelle ed il sex symbol, e via di seguito), dai fuochi d’artificio ai petardi. Insomma è tutto talmente carnascialesco ed esagerato da farsi apprezzare comunque.

La musica non è da meno. Ho sempre avuto una certa difficoltà a considerare i Kiss un gruppo hard-rock. La loro musica, dai toni sicuramente accesi, è però un rock’and’roll semplice, fin troppo. Eppure i quattro, in particolare negli anni migliori e più produttivi, hanno sempre prestato attenzione alla melodia dei brani e, difficile crederlo, alle armonie vocali. Ebbene si, in quel marasma cacofonico rappresentato dall’”americanità” del loro show, c’è sempre stato spazio per melodia ed armonia. Riff clamorosi, hit single potenziali in abbondanza, cori e coretti da anni sessanta.

Voto DVD: 9+

Veniamo al cd. Clamorosamente cambia tutto. Mancando l’immagine, vengono fuori tutte le “magagne”. Tanto per cominciare l’incisione, molto meno brillante dei primi due inarrivabili volumi degli “Alive”. Impastata, in alcuni momenti confusa. Sembra tutto molto slegato.

Tommy Thayer, il chitarrista solista che sostituisce lo storico Ace Frehley, ne imita lo stile e gli assoli, ma il risultato non si discosta da quello di Deryl Stuermer che sostituisce Steve Hackett nei Genesis. Tra l’altro lui è inglese mentre il gruppo ha un suo essere americano con il quale risulta impossibile la sintonia. In più essendo Thayer accreditato come il “produttore” dell’album, direi che la resa sonora in qualche modo gli va attribuita.

Ma tutto risulterebbe comunque accettabile alla fin fine in un’ottica di turn-over che vale sia per il calcio che per la musica. Dopotutto i Kiss sono talmente integrati nello show-business da non aver mai fatto mistero che le maschere altri non sono che strumenti per continuare a sfruttare nel tempo il marchio “Kiss” indipendentemente dal soggetto nascosto dietro il pesante trucco e l’ingombrante costume.

Quello che alla fine lascia veramente perplessi è la voce di Paul Stanley. Esempio lampante è l’iniziale “Detroit Rock City”, manifesto del gruppo. Parte quasi con il piede giusto, cala già nella seconda strofa per poi diventare quasi un parlato nell’ultima. Come sale di tonalità e di tensione immancabilmente si perde.

Voto CD: 4+

Conclusione: l’immagine, alla fine, conta più della musica. Se non avete alcun documento filmato del gruppo, il DVD è realizzato veramente molto bene e merita. Se non dovesse interessarvi, ripiegate su “Alive!” e “Alive II” (vedi “Il Disco del Mese” di settembre 2015 per un’ampia recensione), ed  i vostri soldi saranno molto ben spesi.

PS: ok, chi mi segue potrebbe dire “Però a loro le passi tutte, a Peter Gabriel lo massacri tutte le volte che puoi”. Lo so, che ci volete fare? E’ che i quattro coatti di New York in ogni caso mantengono una genuinità del prodotto e di loro stessi, diciamo una sincerità di fondo (anche se votata completamente al dio denaro) che li rende sempre veri ed apprezzabili. L’Arcangelo invece ci fa vivere sempre e solo di ricordi almeno da 25 anni a questa parte.  

Una Seria Ristampa

15 Settembre 2016 Nessun commento

Oggi, 15 settembre 2016, esce in parecchi cinema in tutto il mondo “Eight Days A Week”, docu-film sui Beatles ed in particolare sugli anni dei loro tour (1962-1966). Immagino che Ron Howard, il regista, voglia raccontare la crescita del fenomeno-Beatles da Amburgo e dai dintorni di Liverpool alla provincia britannica e alla conquista del mondo, il passaggio da gruppo locale a star mondiale ed icona che ancora oggi non conosce l’eguale nel campo della musica Pop (a parte Elvis e poco più).

Il film verrà replicato fino al 21 settembre, alla stregua di quegli “eventi” che tanto vanno di moda di questi tempi nei cinema per non sprecare un prodotto che comunque fattura ma di probabile scarsa tenuta sugli schermi. In particolare la prima di stasera viene annunciata come in diretta streaming con la prima londinese dove saranno presenti Paul, Ringo e Yoko Ono (che c’entra con quegli anni? vabbè…).

Ma del film ne riparlerò in maniera più compiuta quando (e se) riuscirò ad andarlo a vedere.

Volevo invece soffermarmi brevemente sull’accessorio più importante abbinato all’uscita del film. Quelli della Apple (la casa discografica dei Beatles, non quella che evade le tasse) hanno pensato non bene, ma benissimo, di rieditare “The Beatles At The Hollywood Bowl”, prodotto solo in vinile nel 1977, uscito dal catalogo e mai più tradotto su cd o qualsiasi altro supporto. Il motivo è presto detto: l’incisione, per quanto pulita il più possibile, era decisamente risibile. Si era in piena Beatlemania. Il disco documenta i due tour trionfali del 1964 e 1965 dei Fab Four in giro per gli Stati Uniti. In particolare è tratto dai concerti dell’agosto 1964 e 1965 al mitico Hollywood Bowl di Los Angeles, davanti a 18/20 mila spettatori a concerto.

I mezzi tecnici per incidere negli stadi erano abbastanza poveri e le urla del pubblico coprivano tutto. I nastri erano stati tenuti sigillati nei cassetti della casa discografica per dieci anni. Poi, alla fine, si era deciso per la pubblicazione, anche perché i Beatles non avevano alcuna documentazione ufficiale della loro attività dal vivo.

Oggi viene finalmente rilasciato il materiale in cd. Due sono i punti da sottolineare.

Innanzitutto alla scaletta ufficiale dell’album originario, una sorta di “Greatest Hits” dal vivo con tutti i più grandi successi (“Help!”, “Ticket To Ride”, “She Loves You”, “A Hard Days Night”, “All My Loving”, “Twist and Shout”, ecc. ecc.), sono state aggiunte quattro tracce in parte già conosciute (“You Can’t Do That”, “Everybody’s Trying to Be My Baby”, “Baby’s in Black” si potevano trovare già su vari bootleg) e con la chicca di “I Want To Hold Your Hand” in una versione a mio parere stupefacente.

E qui vengo al secondo punto. L’incisione, per quanto l’ambiente sia molto presente anche se in maniera più attenuata rispetto all’originale, risulta decisamente scintillante. Voci e strumenti sono in netto primo piano, il suono delle chitarre è cristallino, il basso e la batteria danno corpo al tutto. Le voci sono semplicemente fantastiche.

Il risultato è semplicemente un fatto che è sempre stato evidente ai più, ma non facilmente individuabile all’ascolto: i Beatles erano, contestualizzandoli all’epoca, oltre che splendidi autori e cantanti, dei musicisti fantastici, come poi dimostreranno ulteriormente negli anni dell’apice (“Rubber Soul”, “Revolver” e “Sgt Pepper”) e poi anche con il “White Album” ed “Abbey Road” nella fase “calante” della loro parabola.

I loro dischi restano oggi dei capolavori perché, oltre a saper scrivere, erano capaci di intrecciare due chitarre come praticamente nessuno in quegli anni.

Il Disco del Mese: “The Up Escalator” (1980)

9 Agosto 2016 Nessun commento

Per “Il Disco del Mese” di Agosto un disco splendidamente fresco nonostante i suoi 36 anni suonati sul groppone.

“The Up Escalator” in realtà completa un periodo di evoluzione di un artista che nasce artisticamente nei pub e nei localini di Londra, ma prima, tra la fine dei Sessanta ed i primi Settanta, vive una vita “On The Road” da manuale, spostandosi senza mettere mai radici tra le Isole del Canale della Manica, Parigi, Tangeri, Gibilterra, mantenendosi con lavori umili ma continuando a coltivare una gran passione per la musica. Per la Grande Musica con la quale era cresciuto: il rock’n'roll, il R’nB, il Soul, il Beat, lo Ska, il Raggae.

Le Pub-band inglesi sono un fenomeno particolare dell’Inghilterra dei Settanta. Prima dell’esplosione e dell’affermazione del punk e della new-wave, la musica aveva virato verso fenomeni che man mano si allontanavano dall’immediatezza del rapporto artista-pubblico: il progressive via via sempre meno originale e l’affermarsi del Glam-Rock tutto lustrini e pailletts (ma anche con qualche contenuto serio e/o divertente). Gli Stones e gli Who erano in grande ribasso, considerati praticamente alla stregua di dinosauri in via di estinzione (e di loro nessuno superava i 35 anni).

Ma chi era legato alla musica dei Sixtyes cosa doveva fare? Nulla. Nessuno sbocco commerciale. E allora l’unica possibilità era quella di battere i piccoli locali, che divennero così un piccolo grande circuito, dove si riunivano gli appassionati per proporre il loro sanguigno Rock. E chissene della fama e del successo. Una sorta di carboneria dei Sixtyes.

Dei tanti che percorsero quelle strade con alterne fortune (Dr. Feelgood, Nine Below Zero, Nick Lowe, Eddie and The Hot Roads, Brinsley Schwarz, Duck Deluxe, ma anche Elvis Costello e Joe Jackson nella loro primissima forma) Graham Parker è riuscito, pur tenendo sempre un basso profilo e senza mai esplodere nelle classifiche, a fornire dei buoni prodotti, uno sorta di ottimo rapporto “qualità-prezzo”. Almeno fino a questo “The Up Escalator”. E vero che probabilmente album precedenti quali “Howlin’ Wind” o “Heat Treatment” (i primi due pubblicati entrambi nel 1976) siano più sanguigni e vitali, ma “The Up Escalator” ben rappresenta l’evoluzione di Graham Parker e dei suoi Rumour dopo quattro anni passati soprattutto a suonare dal vivo. Ed infatti si tratta anche dell’album più venduto: raggiunse infatti la posizione n° 11 in patria e la n° 40 negli Stati Uniti.

“The Up Escalator” è un disco che ha dalla sua un suono “live” molto fresco ed un book di canzoni molto centrate. Perciò prima della solita breve carrellata dei brani, qualche parola su chi aveva reso possibile questo sound. I Rumour erano stati costruiti da Graham Parker come una sorta di “dream team” (o, meglio, di supergruppo) attingendo ai migliori musicisti in quel momento nel giro delle pub-band. Così Brinsley Schwarz era il chitarrista del gruppo omonimo da cui proveniva anche il tastierista Robert Andrews, mentre dai Ducks Deluxe arrivava l’altro chitarrista Martin Belmont. Completavano la formazione il basso di Andrew Bodnar e la batteria di Steve Goulding, anche loro con un discreto pedigree (entrambi collaboratori tra gli altri di Elvis Costello). In più il suono veniva arricchito dai “Rumour Brass”, sezione di fiati che segnerà il suono degli anni Settanta e Ottanta (tra le cose più importanti la partecipazione a “London Calling” dei Clash, ma anche collaborazioni con Boomtown Rats, Ian Dury, Thin Lizzy, Rory Gallagher e molti altri). Perciò all’epoca non avevano nulla da invidiare alle altre band che accompagnavano i Big che fossero la E Street del Boss o gli Heartbreakers di Petty.

Il gruppo che si presenta alle registrazioni di questo album è però già in disarmo, tanto che alla fine l’album verrà pubblicato a nome del solo capobanda. Il tastierista Bob Andrews era uscito dal gruppo senza essere rimpiazzato ufficialmente. Ma alle session dell’album vennero invitati due sostituti. E che sostituti: Nicky Hopkins al piano (Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks, ecc ecc, giusto per dire) e Danny Federici della E Street Band di Springsteen alle tastiere. Anzi, lo stesso Boss si fa vedere in studio e canta la seconda voce  di “Endless Night” (e si sente!!!).

Sarà per questo, ma tutto il disco ha un suono molto “E Street Band”. Indiscutibilmente bello. Però……ne riparliamo fra poco.

“No Holding Back” apre le danze. Bello spettro sonoro, motivo che ti resta in testa. “Devil’s Sidewalk” parte con un riff quasi blues, chitarra tirata e piano sotto a battere il tempo insieme alla batteria ed al basso, per poi diventare quasi un raggae al bridge. “Stupefaction” parte con un suono tipicamente brit con il riff di chitarra e tastiere insieme. In qualcosa richiama anche la J Geils Band, che poi è stata la band americana più “britannica” che sia mai esistita. Atmosfera molto R’n'B. “Empty Lives” parte con un tempo rarefatto per poi distendersi in un bel ritornello. “The Beating of Another Heart” è quanto di più plausibilmente “lento” abbia potuto produrre Graham Parker. Si tratta di una ballad che si distende in un gran ritornello. Fino a questo momento, fine facciata A, non buttiamo via nulla, 5 brani 5 possibili hit-single.

Di “The Endless Night” ho già parlato, un bel rock quadrato molto da Boss, sarà anche per quella voce che echeggia e per il ritornello che sembra arrivare dritto dritto da Ashbury Park.

E allora è giunto il momento di una breve pausa per sottolineare forse l’unico difetto di questo album: la casa discografica pensava che per Graham Parker fosse giunto il momento del grande salto verso il successo mondiale. Affidò così la produzione del disco a Jimmy Iovine che aveva reso fantastici gli ultimi album di Springsteen (da “Born to Run” a “The River” passando per “Darkness….”), Tom Petty (“Damn The Torpedoes”) e Patty Smith (“Easter”), pensando fosse la naturale collocazione dell’artista. Perciò alla fin fine l’album risente di questa sorta di “appiattimento” sul sound di quegli album che snaturava il mix musicale che connotava l’inglese. Ma il quid in più è dato dal songwriting di Parker.

“Paralyzed” è la mia preferita, con quella chitarra pulita che segna il riff nella strofa. Un brano che va come una molla. Fantastici Hammond e piano. “Maneuvres” è un R’n'R con un tempo spezzato molto divertente.

“Jolie Jolie” e “Love Without Greed” chiudono l’album. La seconda è sicuramente il brano più debole dell’album, con qualche inutile virata disco.

Comunque un gran disco.

 

 

 

Senza Parole!!!

29 Luglio 2016 Nessun commento

Partiamo da questa foto:

Si tratta della scaletta di uno dei primi concerti di un tour da poco intrapreso da una coppia neanche troppo inedita (visto che già si erano esibiti nel tour di Amnesty International di trenta anni fa – e il fatto che nella tappa italiana ci fosse Baglioni doveva lasciar intuire già la triste deriva cui i due erano destinati!). Parlo di Peter “l’immenso” Gabriel e Sting.

Siete pronti? Eh si, perché non posso fare a meno di lanciarmi nella solita tiritera sui miseri resti di grandissimi Artisti che hanno segnato la Storia della Musica Popolare. E che oggi uniscono le loro forze in un qualcosa che sembra l’hard discount della musica rock.

Intendiamoci. Resto un fan sfegatato di tutti gli album dell’Arcangelo almeno fino a “Us” (1992!!!!!), ovviamente Genesis compresi (c’è bisogno di scriverlo?) ed amo appassionatamente l’intera produzione di Sting dai primissimi Police (si, anche quelli con Henry Padovani!) fino almeno a “Nothing Like The Sun” (1987!!!!). Poi, al solito, viviamo di ricordi e continua a batterci il cuore ogni volta che partono le prime note di “Red Rain”, “Games Without Frontiers”, “Message in a Bottle” o “Raxanne”.

Ventuno concerti tra il 21 giugno ed il 24 luglio tra Stati Uniti e Canada. Basta andare su Youtube per rendersi conto della situazione. Decine di video documentano quasi tutti i brani e quasi tutte le date di questo “Rock, Paper, Scissors Tour”. Certo, l’audio qualche volta può lasciare a desiderare, ma nel complesso ci si può stare.

Cosa ne viene fuori?

Comincio dal principio. Si, è vero, i due qualche volta sono sul palco insieme, si, qualche volta cantano insieme. Si, si “prestano” anche qualche canzone. Sting distrugge l’intro di “Dancing With The Moonlit Knight (ma perché la canta lui?) e Gabriel gli rende la pariglia accendendo le luci alla “Seconds Out” e massacrando “If You Love Somebody Set Them Free” che, rallentata, perde tutto il suo fascino Soul. Si, è vero tutto questo. Ma sul palco ognuno ha il suo gruppo ed ognuno esegue i suoi brani. Le coriste sono in comune. Poi in qualche caso suonano tutti insieme (“Solsbury Hill”, “Every Breath You Take”) e la sensazione è di trovarsi a Sanremo, con quegli arrangiamenti popparoli insopportabili, dove con il massimo (a Sanremo l’Orchestra della RAI, sul palco con i due gente come Vinnie Colaiuta, Dominic Miller o Tony Levin) si riesce a fare il minimo sindacale.

Poi i due sono in vena di cazzeggio eccessivo. Cercate l’esecuzione di “Sledgehammer”. C’è una coreografia imbarazzante con Peter Gabriel che si fa inseguire dalle coriste e poi balla con Sting. Avete presente quando Gabriel faceva dell’aspetto visuale dei suoi show parte integrante dello spettacolo? La cabina telefonica del tour di “Us” o i robot con le luci del tour precedente? Ecco, siamo lontani secoli luce. Abbastanza triste.

Perché parlo di hard discount? Perché a mio parere i due repertori non sono combinabili. “Games Without Frontiers” poco ha a che spartire con “Every Little Thing She Does Is Magic”, mentre le immense “In Your Eyes” e “Don’t Give Up” cozzano irrimediabilmente contro “Invisible Sun”, per non parlare del mix veramente ardito già citato tra l’intro di “Dancing…” e “Message in the Bottle”.

Mischiare tutto in questo modo, aggiunto all’effetto “Sanremo” visto sopra e, in certi momenti, alla voce non più limpidissima di Peter Gabriel, crea l’effetto di quegli scatoloni dove negli hard discount o, peggio, negli autogrill vengono ammucchiati i cd a 5 euro.

Manca l’Anima, è palese. Manca l’Emozione. Guardate i video e cercatela, non la troverete.

Infine, curiosità, c’è un video tratto dal concerto di Seattle con Eddie Vedder che va a dare una mano a Peter Gabriel per “Red Rain”, riuscendo ad essere ancora più afono del Maestro. Un po’ troppo alta per lui? Quando le cose nascono male…..

E poi, per finire, e scusatemi se torno sempre sullo stesso punto. Da almeno dieci anni a questa parte, se non di più, si parla di una possibile reunion dei  Genesis. Dalla famosa foto fatta all’aeroporto di Heathrow da tutti al gran completo, compreso Anthony Phillips. Lo so, è roba da nostalgici, i tempi andati non tornano più, e bla bla bla vari. Ed alla fine, per un motivo o per un altro, sempre Peter Gabriel a rimandare.

Tanto che, alla fine, lo stesso Steve Hackett si è preso la sua fetta del repertorio riproponendolo fedelmente dal 2012 ad oggi. Gli stessi “…and then there were three…” hanno avuto modo di fare un loro tour nel 2007. Ed allora perché piazzare lì, così, senza un vero perché “Dancing With The Moonlit Knight”, che in alcune date del tour è stata effettivamente cantata da Peter Gabriel? Io ho una sola, triste, spiegazione: anche l’Arcangelo ha deciso di strizzare l’occhio ai suoi fan, di giocare sul velluto, di vincere facile.

Ecco, parafrasando la famosa pubblicità, ai nostri due amici verrebbe proprio da dire: “Vi piace vincere facile!”

 

Locations of visitors to this page