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Sorpresa!!!

23 Dicembre 2016 Commenti chiusi

Chi dedica dieci minuti al mese a questo blog conosce ormai un paio di cose del suo autore.

Il grosso del tempo dedicato alla scribacchiatura è volto verso due costanti obiettivi: il primo è quello di tentare di fermare (o meglio, di rallentare) il tempo che passa cercando di tenermi aggiornato anche su qualche novità. Da questa esigenza scaturiscono le recensioni di gruppi come i Punch Brothers o Mumford & Sons, oppure i Bellowhead o, per restare in Italia, Mannarino e Brunori.

Il secondo obiettivo è volto alla demolizione dei Mostri Sacri (in particolare è capitato più di una volta di prendermela con Peter Gabriel, Sting e Yes) o meno sacri (nel caso di Venditti) quando tentano di prenderci in giro.

Con questo spirito mi sono disposto all’ascolto dell’atteso (ma neanche tanto) nuovo (nuovo!!!!!) album di inediti degli Stones. Premetto che normalmente cerco di appropriarmi di qualsiasi cosa che il gruppo piazza sul mercato. E devo dire francamente che quanto uscito negli ultimi anni, e parliamo di album dal vivo, è abbastanza altalenante. Gli archivi aperti hanno prodotto degli album strepitosi (il Tokyo Dome, L.A. Friday, il Marquee, Some Girls live in Texas), mentre la puntuale documentazione degli ultimi show del gruppo (escludo “Shine A Light” che è un gran disco), dal nuovo Hyde Park a Cuba, risultano gradevoli ma alla lunga stesse canzoni e poca grinta.

L’ultimo disco degli Stones in studio era datato 2005 (“A Bigger Bang”) e sfido chiunque a ricordarsene un solo brano. Eppure nel 2012 fecero uscire una mega-raccolta nella quale piazzarono un brano inedito (“Doom And Gloom”) nel quale tiravano fuori le unghie e picchiavano come ragazzini. Ho sempre pensato che fosse l’ultimo guizzo di una grande band di Rock’n'Roll (la più grande?).

E infatti…..

E invece!!!

Il nuovo album degli Stones, dal titolo “Blue & Lonesome”, non è un disco di inediti. Non è una raccolta, nel senso stretto del termine. E’, di fatto, una raccolta. Ma è una raccolta strepitosa. I quattro si chiudono in uno studio vicino Londra ed in tre (3!!!) giorni registrano un grandissimo album di Chicago Blues. Un omaggio ai loro maestri. Non necessariamente una raccolta di grandi classici. Sarebbe stato troppo facile. Si tratta di brani meno conosciuti di grandi autori del Blues.

Facendo una sorta di appello ci sono praticamente tutti. Howlin’ Wolf, Memphis Slim, Willie Dixon, Little Walter, Magic Sam, Eddie Taylor ed altri ancora. Ed i brani sono tutti sulle canoniche 12 battute. Qualcuno più veloce (“Just Your Fool”, “Commit a Crime”, “I Gotta Go”, “Ride ‘Em On Down”, “Hate To See You Go”, “Just Like A Treat You”), qualcuno più lento (“Blue & Lonesome”, “All Of Your Love”, “Everybody Knows About My Good Thing”, “Hoo Doo Blues”, “Little Rain”, “I Can’t Quit You Baby”).

Poi ospiti d’eccezione: alla (attuale) formazione base (Jagger, Richards, Wood e Watts) si aggiungono l’ormai fedelissimo Darryl Jones al basso, Jim Keltner (ex Jefferson Airplane) alla batteria e percussioni, l’immenso Chuck Leavell al pianoforte (grandissimo assolo su “All Your Love”) e, last but not least, Eric Clapton alla chitarra slide (su “Everybody Knows…”) ed elettrica (su “I Can’t Quit You Baby) dove sfodera un assolo fantastico.

Ma quello che stupisce (giuro, stupisce veramente) è la forza di questo disco. Il Blues suonato è ruvido, viscerale, quasi selvaggio. Sudato. Pur somigliandosi i brani (dai, il Blues è Mi, La e Si7) ogni brano ha una densità ed un’energia tali da farti capire perché il Blues, alla fine, è una delle forme della Musica Moderna che raggiunge un grado di espressività tra i più alti. Un livello da brividi. E’ per questo, per tutti gli aggettivi usati finora.

Il gruppo (tutto) suona magnificamente. Ma non quella robetta (il Blues Bianco) che suonavano nei primi album della loro carriera, alternandola ai primi vagiti Pop/Rock. Il suono è più vicino ad album come “Sticky Fingers” e, meglio, a “Exile On Main Street”. Le due chitarre hanno un groove stratosferico, la sezione ritmica non perde un colpo, pur nella sua semplicità. Poi Mick Jagger toglie l’armonica dal fodero nel quale la custodiva da almeno 30 anni e la suona quasi più di quanto canti. Il suono è praticamente “live”, e tutto è pervaso da una leggerezza e da una voglia di divertirsi palpabile.

E’ un disco che si può ascoltare dieci volte di seguito senza annoiarsi mai.

Una delle cose migliori in assoluto mai prodotte dagli Stones.

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