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Classifiche – Estero: podio!!!

30 Dicembre 2016 Commenti chiusi

Per la soddisfazione del mio amico Giangi, i dischi migliori dell’anno per il Resto del Mondo per le prime tre posizioni sono ben quattro!!! Perciò sarò breve…..

3° posto:   Caetano Veloso / Gilberto Gil   –   “Dois Amigos, Um Seculo de Musica”

Un disco fantastico, delicato, poetico ed al tempo stesso grintoso. Due voci uniche, senza tempo. La Grande Musica Brasiliana che incontra il Mondo. Le loro migliori canzoni in un doppio cd + dvd imperdibile. Unico rammarico: non essere riuscito a procurarmi il biglietto per il concerto della scorsa primavera all’Auditorium di Roma. E non aggiungerei altro (vedi anche “Giovani Vecchi Leoni” – maggio 2016). Se non che “Sampa”, “Terra” e “A Luz De Tieta”  sono magnifiche canzoni e “Tres Palabras” per me è un incanto: singolo dell’anno!!! E che la partecipazione del pubblico, come solo il pubblico brasiliano riesce ad essere partecipe nei concerti dei propri beniamini, è l’emozione in più che regala questo album.

2° posto:   Billy Bragg / Joe Henry   –   “Shine A Light: Field Recordings From The Great Amercan Railroad”

Anche per questa meraviglia di semplicità mi sono già espresso (vedi “Novità…” – ottobre 2016). Che dire ancora? Il disco va ascoltato, colpirà immediatamente per l’atmosfera e per l’emozione diretta che i due riescono a trasmettere usando standard country americani incisi praticamente dal vivo. E potrebbe anche essere l’occasione per ascoltare qualcosa di entrambi gli artisti prodotta negli anni passati. Per Bragg consiglio “Brewing Up With Billy Bragg”, “Talking With The Taxman About Poetry” e “Don’t Try This At Home”, come i due “Mermaid Avenue” con i Wilco sulle tracce di Woody Guthrie, idealmente collegati a quest’ultima fatica. Di Joe Henry ascolto sempre molto volentieri “Trampoline” e “Tiny Voices”, così come gli ultimi due “Reverie” e “Invisible Hour”.

1° posto:   Kate Bush   –   “Before The Dawn”

Kate Bush, icona della musica Pop colta inglese, una sorta di Peter Gabriel al femminile, sparisce dalle scene “live” per trentacinque anni. Sempre parca comunque nella sua produzione (dieci album in quasi quarant’anni di carriera), smette di fare concerti. Trentacinque anni. Non sono pochi. Poi, improvvisamente, nel 2014, decide di suonare per ventidue sere di seguito all’Hammersmith Apollo di Londra. I concerti vanno sold-out in pochissime ore. Un flusso di energia spaventoso tra lei ed i suoi fan. A due anni dall’evento Kate Bush pubblica un monumentale triplo cd tratto da quei concerti con i brani esattamente nell’ordine della scaletta eseguita ogni sera. Mi è capitato difficilmente di ascoltare un triplo cd tutto di seguito. L’esperienza è enormemente gratificante. L’emozione trasuda letteralmente dai solchi. Per inciso, l’album vende in Gran Bretagna centomila copie in poche ore arrivando fino alla quarta posizione in classifica (un triplo cd!). Magnifico.

1° posto bis:   Bellowhead   –   “The Bellowhead Live: The Farewell Tour”

Ecco, per me questo è il disco dell’anno. Un live entusiasmante. Una commistione di folk, musica tradizionale irlandese e rock suonato esclusivamente con strumenti acustici dalla band più agguerrita e raffinata degli ultimi anni (vedi anche “Farewell Bellowhead” – giugno 2016). Anche in questo caso l’ascolto continuo è vivamente consigliato. Il dvd compreso nel package permette anche di vedere il gruppo all’opera. Unico grande rammarico: il “farewell” appunto. Il gruppo si è sciolto immediatamente al termine dell’ultimo concerto del tour di cui l’album è testimonianza e testamento.

Però oggi lo scioglimento di un gruppo è meno “sacro” di un tempo. Si veda l’esempio dei Phish o dei Counting Crows, più belli e più potenti di prima. Perciò non è detta l’ultima.

Novità: Billy Bragg e Joe Henry “Shine a Light: Field Recordings From The Great American Railroad”

28 Ottobre 2016 2 commenti

Una bella mattina due tizi un po’ attempati ma giovanili di spirito vanno alla stazione centrale di Chicago e fanno due biglietti. Il treno sul quale salgono non è un semplice treno. Non è un treno comune. E’ una fetta di storia americana. E’ il Mito del Viaggio. E’ il Mito della Frontiera. E’ il Mito degli Immensi Spazi ad Ovest.

Il treno è il Texas Eagle 421 della Amtrak che percorre oltre 2.700 miglia prima verso sud per Springfield, St. Louis, Little Rock, Dallas e Forth Worth, poi Austin e San Antonio. Di lì piega decisamente verso ovest e allora sfilano il Rio Grande, Alpine, El Paso, il Grande Spartiacque, Tucson, Yuma, e finalmente entra in California per le ultime 250 miglia prima di sfiorare il respingente di Los Angeles.

Insomma, più o meno l’equivalente per il treno della Route 66.

I due tizi in questione sono Billy Bragg da Essex, Gran Bretagna, classe 1957, e Joe Henry da Charlotte, USA, classe 1960. Musicisti per professione, menti libere per passione. Di Billy Bragg ho già scritto qualche tempo fa (vedi “Billy Bragg, Billy Bragg” – luglio 2014), mentre Joe Henry è un cantautore e produttore che potremmo definire “di nicchia”, ma molto valido. Un incrocio fra Dylan, Tom Waits e Ben Folds, senza raggiungere l’eccellenza di nessuno dei tre, ma comunque realizzando album spesso belli, densi e di grande atmosfera. Ed ha una voce molto particolare.

La grande idea è salire sul treno, su quel treno, e lasciarsi prendere dal suo fascino. Un piccolo bagaglio, lo stretto indispensabile, e due chitarre, ancor più strettamente indispensabili. Poi un piccolo aggeggio elettronico per registrare.

E ad ogni sosta del treno, scendere, imbracciare le chitarre, premere REC e lasciarsi andare. Ovunque: in sala d’aspetto, sulle platform, nei bar, negli atrii delle stazioni.

Il Viaggio, il Treno, la Frontiera hanno ispirato decine d’artisti sopratutto nei decenni a cavallo delle due Grandi Guerre, quando negli Stati Uniti è stata sviluppata l’immensa rete ferroviaria ed il treno era in quel momento l’unico mezzo per potersi spostare attraverso gli immensi spazi del paese. Perciò il materiale a loro disposizione era parecchio.

Ne viene fuori un album intenso e semplice. Le due voci che si rincorrono e le due chitarre suonate senza fronzoli. Essenziali. Eppure di grande atmosfera, con i rumori della stazione sullo sfondo, dallo scalpiccio dei passeggeri ai portelloni che vengono chiusi. Le canzoni sono tutte decisamente datate, ma piene d’armonia. Il disco si apre con un bluesaccio che ha il passo del treno (“Rock Island Line”), mentre un arpeggio apre la struggente “The L&N Don’t Stop Here Anymore” (Johnny Cash). “The Midnight Special” (Lead Belly) è un country-blues eseguito anche dai Creedence. “Railroad Bill” è la storia di un criminale, una specie di Robin Hood dell’Ottocento.

Ma tutti gli altri brani (in tutto sono 13) sono assolutamente perfetti per un album del genere, che potrebbe essere scambiato per un semplice esercizio di stile come tanti altri, vista la rilettura di classici assoluti del genere (ci sono anche “John Henry”, “Lobo’s Lullaby” e “In The Pines”) se non fosse per l’assoluta “rigorosità” dei due interpreti: Bragg ed Henry hanno sempre fatto, in qualche caso anche a discapito di un probabile e più facilmente raggiungibile successo, solo ed esclusivamente quello che rientrava nelle loro corde. Insomma, la loro sincerità è la miglior chiave di lettura per un disco come questo, per me da brividi.

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