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Post Taggati ‘The Rolling Stones’

Classifiche – Estero: 6°, 5° e 4° posto

28 Dicembre 2016 Commenti chiusi

Un po’ di suspense…. prima le posizioni vicine al podio per l’estero….

 

6° posto:   The Avett Brothers   –   “True Sadness”

Seth e Scott Avett, The Avett Brothers appunto, danno alle stampe nel 2016 il loro nono album di studio in quindici anni di carriera, durante i quali pubblicano anche quattro album dal vivo ed un numero considerevole di EP (un formato che ormai si pensava decaduto) e di singoli. Ormai sono icone del Bluegrass, genere dal quale provengono pur senza disdegnare un approccio mediato verso altre forme di musica popolare (folk, il country, il rock, qualcosa contaminato elettronicamente). Negli States piacciono a tutti: gli ultimi quattro album del gruppo stravincono la classifica “Folk” di Billboard, ma si piazzano nelle posizioni di vertice di quella “Rock” (in sequenza 7°, 3°, 3° e 1°) ed in quella generale (16°, 4°, 5° e 3°). Nel frattempo suonano ovunque, si fanno conoscere in ogni circuito. Costituiscono l’ossatura di gran parte dei brani della serata celebrativa di “Inside Llewyn Davis”, film dei fratelli Coen ispirato alla vita di Dave Van Ronk. The Avett Brothers raggiungono l’apice di una carriera costruita con fatica, sudore e, soprattutto, costanza con un album che apre parecchio ad altri generi rispetto a quelli precedenti, più ancorati alle origini. Però il riff elettronico dell’iniziale “Ain’t No Man”, venata di Soul, o il basso e la percussione sintetica di “You Are Mine” (tra l’altro innestate su banjo e piano) non disturbano nell’architettura di brani non scontati che pure attraggono in maniera decisa. Disturba di più la voce sintetica di “Satan Pulls The String”. Per il resto l’album contiene bellissime ballate come “I Don’t Believe”, “Smithsonian” o “May It Last”, come pure brani più classicamente traditional country o bluegrass come “Divorce Separation Blues”, “No Hard Feelings” o “I Wish I Was”. Insomma, un album vario ed intelligente, dove la melodia ed un uso sapiente degli strumenti e delle voci realizza un piccolo miracolo stampato su cd.

5° posto:   St. Paul and The Broken Bones   –   “Sea Of Noise”

Ok, per chi sentisse la mancanza di un onesto prodotto Soul, scritto, suonato e cantato come si deve, sono arrivati dei nuovi ragazzi in città. St. Paul and The BB arrivano da Birmingham. No, non Gran Bretagna. Alabama, U.S.A.

San Paolo è il cantante Paul Janeway. Insieme al bassista Jesse Phillips nel 2012 decidono di prendere in mano le loro carriere di side-man in gruppi locali per creare un loro progetto con il quale suonare nel miglior modo possibile la loro musica preferita. Nascono così le Ossa Rotte che accompagnano St. Paul. Un album, il primo, del 2014 intitolato “Half The City”, che mi era decisamente sfuggito. Poi a settembre di quest’anno arriva “Sea Of Noise”. Un ottimo disco, difficile stare fermi. “Midnight On The Earth” è un gran brano, il riff dell’iniziale “Flow With It” con basso, chitarra funk e l’Hammond per poi sfociare nel ritornello dove entrano i fiati di gran classe. “I’ll Be Your Woman”  (“Sanctify” non le è da meno) è un lento di gran densità alla “The Dark End Of The Street”. E siamo solo al terzo brano. Si continua grosso modo così per tutto l’album. Certo, qualche difetto va anche citato, altrimenti rischio di essere poco credibile: l’effetto Simply Red è un po’ sempre dietro l’angolo ma, dopotutto, il loro primo album (“Picture Book” del 1985) non era un grande album?

4° posto:   The Rolling Stones   –   “Blue & Lonesome”

Di questo album che devo dire? Ne ho parlato diffusamente pochi giorni fa e, per me, entra in questa classifica a pieno titolo. Quattro ragazzini settantenni si danno da fare a perdifiato sulla musica che hanno sempre amato. Per carità, sono gli Stones, e sicuramente sotto c’è anche il doveroso calcolo di business. Ma, per un momento, immaginiamo che in questo caso non gli interessi. Sono gli Stones, sanno che qualsiasi cosa producano, qualsiasi concerto suonino, qualsiasi naso si soffino saranno soldi e a palate (ancora). E allora perché per una volta non potrebbero essersi guardati ed aver detto: “Ma vi ricordate?” e da lì sia scaturito tutto in maniera naturale? Favole? Non importa, questi quattro brutti ceffi pieni di soldi per una volta, come non erano riusciti a fare almeno da vent’anni a questa parte, riescono a trasmettere emozione. E tanto basta.

 

Sorpresa!!!

23 Dicembre 2016 Commenti chiusi

Chi dedica dieci minuti al mese a questo blog conosce ormai un paio di cose del suo autore.

Il grosso del tempo dedicato alla scribacchiatura è volto verso due costanti obiettivi: il primo è quello di tentare di fermare (o meglio, di rallentare) il tempo che passa cercando di tenermi aggiornato anche su qualche novità. Da questa esigenza scaturiscono le recensioni di gruppi come i Punch Brothers o Mumford & Sons, oppure i Bellowhead o, per restare in Italia, Mannarino e Brunori.

Il secondo obiettivo è volto alla demolizione dei Mostri Sacri (in particolare è capitato più di una volta di prendermela con Peter Gabriel, Sting e Yes) o meno sacri (nel caso di Venditti) quando tentano di prenderci in giro.

Con questo spirito mi sono disposto all’ascolto dell’atteso (ma neanche tanto) nuovo (nuovo!!!!!) album di inediti degli Stones. Premetto che normalmente cerco di appropriarmi di qualsiasi cosa che il gruppo piazza sul mercato. E devo dire francamente che quanto uscito negli ultimi anni, e parliamo di album dal vivo, è abbastanza altalenante. Gli archivi aperti hanno prodotto degli album strepitosi (il Tokyo Dome, L.A. Friday, il Marquee, Some Girls live in Texas), mentre la puntuale documentazione degli ultimi show del gruppo (escludo “Shine A Light” che è un gran disco), dal nuovo Hyde Park a Cuba, risultano gradevoli ma alla lunga stesse canzoni e poca grinta.

L’ultimo disco degli Stones in studio era datato 2005 (“A Bigger Bang”) e sfido chiunque a ricordarsene un solo brano. Eppure nel 2012 fecero uscire una mega-raccolta nella quale piazzarono un brano inedito (“Doom And Gloom”) nel quale tiravano fuori le unghie e picchiavano come ragazzini. Ho sempre pensato che fosse l’ultimo guizzo di una grande band di Rock’n'Roll (la più grande?).

E infatti…..

E invece!!!

Il nuovo album degli Stones, dal titolo “Blue & Lonesome”, non è un disco di inediti. Non è una raccolta, nel senso stretto del termine. E’, di fatto, una raccolta. Ma è una raccolta strepitosa. I quattro si chiudono in uno studio vicino Londra ed in tre (3!!!) giorni registrano un grandissimo album di Chicago Blues. Un omaggio ai loro maestri. Non necessariamente una raccolta di grandi classici. Sarebbe stato troppo facile. Si tratta di brani meno conosciuti di grandi autori del Blues.

Facendo una sorta di appello ci sono praticamente tutti. Howlin’ Wolf, Memphis Slim, Willie Dixon, Little Walter, Magic Sam, Eddie Taylor ed altri ancora. Ed i brani sono tutti sulle canoniche 12 battute. Qualcuno più veloce (“Just Your Fool”, “Commit a Crime”, “I Gotta Go”, “Ride ‘Em On Down”, “Hate To See You Go”, “Just Like A Treat You”), qualcuno più lento (“Blue & Lonesome”, “All Of Your Love”, “Everybody Knows About My Good Thing”, “Hoo Doo Blues”, “Little Rain”, “I Can’t Quit You Baby”).

Poi ospiti d’eccezione: alla (attuale) formazione base (Jagger, Richards, Wood e Watts) si aggiungono l’ormai fedelissimo Darryl Jones al basso, Jim Keltner (ex Jefferson Airplane) alla batteria e percussioni, l’immenso Chuck Leavell al pianoforte (grandissimo assolo su “All Your Love”) e, last but not least, Eric Clapton alla chitarra slide (su “Everybody Knows…”) ed elettrica (su “I Can’t Quit You Baby) dove sfodera un assolo fantastico.

Ma quello che stupisce (giuro, stupisce veramente) è la forza di questo disco. Il Blues suonato è ruvido, viscerale, quasi selvaggio. Sudato. Pur somigliandosi i brani (dai, il Blues è Mi, La e Si7) ogni brano ha una densità ed un’energia tali da farti capire perché il Blues, alla fine, è una delle forme della Musica Moderna che raggiunge un grado di espressività tra i più alti. Un livello da brividi. E’ per questo, per tutti gli aggettivi usati finora.

Il gruppo (tutto) suona magnificamente. Ma non quella robetta (il Blues Bianco) che suonavano nei primi album della loro carriera, alternandola ai primi vagiti Pop/Rock. Il suono è più vicino ad album come “Sticky Fingers” e, meglio, a “Exile On Main Street”. Le due chitarre hanno un groove stratosferico, la sezione ritmica non perde un colpo, pur nella sua semplicità. Poi Mick Jagger toglie l’armonica dal fodero nel quale la custodiva da almeno 30 anni e la suona quasi più di quanto canti. Il suono è praticamente “live”, e tutto è pervaso da una leggerezza e da una voglia di divertirsi palpabile.

E’ un disco che si può ascoltare dieci volte di seguito senza annoiarsi mai.

Una delle cose migliori in assoluto mai prodotte dagli Stones.

Cofanetti: si e NO

17 Novembre 2016 Commenti chiusi

Due esempi completamente diversi.

Solo per fan incalliti

I Rolling Stones hanno, nel bene e nel male, scritto una discreta fetta della Storia del Rock. Inutile discuterne. Nell’altrettanto inutile disputa “Beatles/Stones” neanche entro. Il mio cuore è per i Fab Four, ma gli Stones sono gli Stones.

Ed allora considero per fan assolutamente incalliti questo ridondante box di 16 LP (esiste anche nella versione da 16 CD) che riproduce, rimasterizzato in mono (aiuto!!!) i primi 14 album del quintetto, da “The Rolling Stones” a “Let It Bleed”, oltre ad un quindicesimo album di rarità e alternate (c’è anche “Con Le Mie Lacrime”, versione per il mercato italiano di “As Tears Go By”, singoletto facile facile dei primi Sessanta).

Perché ridondante? Ora mi spiego.

Primo punto: “rimasterizzato mono”. Non sto scherzando. D’accordo, c’è chi è fissato con i suoni e non vede l’ora oggi di riascoltare un disco inciso 45/50 anni fa nello splendore del Mono. Mi dicono “perché si ascolta il suono diretto, identico a come è stato inciso, è come trovarsi lì, in quel momento, in sala con i cinque”. Perdonatemi, non riesco a vederne la meraviglia. Non sarò un purista (in realtà io rientro nella categoria degli “accumulatori seriali” di musica, perciò va bene tutto, mono, stereo, mp3, stereo8, quello che c’è basta che io abbia il disco), però “Aftermath” è quello, già rieditato due/tre volte nel corso del tempo e perciò già sicuramente nelle discoteche dei fans almeno in un paio di versioni. Ma poi. ci hanno massacrato per anni con il dolby sorround, con il dts, con impianti da 15.000 euro per sentire il suono più avvolgente, più profondo, ed oggi rimasterizziamo Mono?

Secondo punto: gli Stones, come i Beatles e parecchi altri gruppi dell’epoca, pubblicavano due album diversi per il mercato inglese, ed europeo in generale, e per quello americano, che spesso venivano distribuiti da due case discografiche diverse. La Parlophone era la casa discografica dei Beatles, ma i dischi per il mercato americano venivano distribuiti dalla Capitol. Per gli Stones era la Decca in Europa (fino ad un certo anno) e, curiosamente, la London negli Stati Uniti. Ora, in questo cofanetto (last but not least: più di 3 chilogrammi nella versione in vinile) sono presenti tutti i dischi, versione inglese e versione americana. In cosa differivano normalmente queste versioni? Gli americani, di minor gusto, avevano bisogno di quei singoli che allora trainavano il mercato. Ed allora smontavano e rimontavano i dischi mettendo insieme singoli, ep e qualche brano del disco europeo, e lasciavano i brani scartati per l’album successivo, che magari mischiva altri singoli, ep e qualcosa del disco che sarebbe uscito in seguito. Insomma, morale della favola: sono quindici album ma ci sono uno sproposito di ripetizioni. Centottantasei i brani proposti, cento più o meno quelli effettivi. Ah si, dimenticavo, le versioni delle canzoni sono praticamente identiche.

Terzo punto: il costo spaventoso. Passi ancora la versione solo in mp3 (89,99 euro su Amazon, ed è comunque tanto), la versione in cd costa 105,86 euro (con inclusa però la versione in mp3). Ma, secondo me, la versione in cd è completamente inutile proprio a causa del supporto: non si può offrire una strabiliante masterizzazione in mono e perderne la vividezza con un cd!!! Ed allora occorrerebbe acquistare la versione in vinile alla modica cifra (sempre su Amazon) di 325,62 euro.

A proposito, anche circa i vinili, qualche acquirente ha criticato il fatto che le copertine non sono perfette riproduzioni di quelle originali, ma risultano essere più opache o, addirittura, con qualche differenza rispetto all’originale. Insomma, anche per i fan incalliti, io aspetterei 6/8 mesi per vedere il prezzo scendere a precipizio.


Per tutti, a maggior ragione oggi

Un cofanetto imperdibile, soprattutto oggi. “The Complete Studio Albums Collection” raccoglie i primi 11 album di Leonard Cohen, il cantautore canadese scomparso pochi giorni fa, raro esempio di longevità artistica che non ha conosciuto battute d’arresto. Uno che ha inciso, cosa per me rappresentante una sorta di marchio di qualità, solo se aveva qualcosa da dire. Ed infatti il box contiene gli album incisi da Cohen tra il 1967 (“Songs of Leonard Cohen”) ed il 2004 (“Dear Heather”): 11 album in 37 anni. Ed ogni album è un distillato di purezza e poesia. Qualcosa di unico.

Da noi Leonard Cohen è un Autore di nicchia. Forse al di sotto di un certo anno di nascita nessuno sa bene chi sia. In molti l’avranno distrattamente notato sulle prime pagine dei principali giornali il giorno della sua scomparsa, chiedendosi molto probabilmente chi fosse. Ma per sottolinearne l’importanza (Bob Dylan ha dichiarato di averlo invidiato), basti pensare al fatto che una nostra generazione di cantautori si è dichiaratamente ispirata a lui sia nello stile che nei temi trattati. Fabrizio De André e Francesco De Gregori hanno tradotto alcune sue canzoni (“Nancy”, “Giovanna d’Arco”, “Suzanne”, “A Presto Marianne”) che sono poi diventate tra i brani più belli da loro eseguiti, semplicemente adattando il testo (splendidamente) e mantenendo sostanzialmente invariati gli arrangiamenti. Eppure sono quasi indistinguibili dal loro repertorio originale.

Il cofanetto è realizzato benissimo, con le riproduzioni fedeli delle copertine in cartoncino. Il prezzo è decisamente contenuto: 27,53 euro su Amazon, ma sullo stesso sito, si può trovare in vendita presso altri venditori a partire da 22 euro.

PS: in questo periodo, sempre su Amazon, si trova un monumentale box dei Pink Floyd dal titolo “The Early Years 1965/1972″ composto da 27 tra cd e dvd. Credo sia roba molto seria, ma costa 461,39 euro!!!!! Prima di parlarne male voglio informarmi bene: non vorrei che Mudman, che mi postò un commento al vetriolo quando scribacchiai sulla versione cinematografica di “The Wall” di Roger Waters (vedi “Roger Waters “The Wall” – ottobre 2015) si alterasse…..

In Attesa…

30 Aprile 2015 Commenti chiusi

Roba veramente rapida, poche righe tra dischi in uscita o usciti da poco che, a mio parere, potrebbero riservare all’ascolto qualche piacevole sorpresa.

FabiSilvestriGazzè:   “Il Padrone della Festa Live”   (7 maggio 2015)

Logico che un tour di successo come quello svolto durante l’inverno dal tre cantautori romani avesse un epilogo in un documento live. Dell’album ne ho già parlato ampiamente. Al concerto non sono andato. Qualcosa mi aveva detto che ne sarebbe uscito qualcosa da tramandare ai posteri. Ma che questo “qualcosa” avrebbe assunto la forma di un quasi regalo sinceramente non me l’aspettavo. L’album esce in una lussuosissima confezione con 2 cd e 2 dvd per la modica cifra di 19,99 euro (su Amazon, senza però l’mp3 gratuito con l’acquisto, almeno così pare). Non conosco ancora il contenuto, ma il doppio cd sa tanto di concerto completo, mentre il doppio dvd lascia supporre parecchi contenuti speciali.

John Mayall:   “Live in 1967″   (uscito)

Attenzione! Questo signorino qua il prossimo novembre compirà 82 anni. Ed ancora gira il mondo portando la sua musica, il suo blues, a quanti ancora lo considerano un Mito. E’ fresco fresco di stampa questo live del 1967. Sulla copertina un sottotitolo che urla “concerto mai ascoltato prima”, insomma un inedito. L’album contiene 13 brani ed all’ascolto delle preview sembra avere anche un’ottima incisione. Ma ciò per cui vale assolutamente la pena ascoltarlo (e poi, successivamente, magari anche acquistarlo) è la formazione che accompagna il band leader e le sue tastiere: John McVie al basso, Mick Fleetwood alla batteria e, soprattutto, Peter Green alla chitarra. Praticamente il nucleo base dei futuri Fleetwood Mac. Nooooo, non quelli mosci anche se ricchi di melodia di “Rumours” e “Tusk”. Parlo dei primi, quelli rigidamente blues e con Peter Green alla chitarra. Cose fantastiche. E senza rimpiangere Clapton.

James Taylor:   “Before This World”   (16 giugno 2015)

Ok, lo sapete, difficilmente riesco a resistere a questo cantautore già oltre la sessantina ma con un cuore grandissimo. Con un gusto per la melodia secondo forse solo a quello di Paul McCartney ed un tocco di chitarra leggero e denso al tempo stesso. Insomma, capita certe volte di sentire la mancanza di un Artista. A me in Italia, ad esempio, è mancato molto Cristiano De André nel periodo, piuttosto lungo, in cui era sparito dalla circolazione. Ecco, James Taylor è un altro Artista di cui sento la mancanza. Bene, arriva il suo nuovo album ed io non ho intenzione di perderlo. Tra l’altro il primo vero album da “October Road” (2002). In mezzo canzoni di Natale e cover varie. Sempre di classe, però.

Muse:   “Drones”   (8 giugno 2015)

Paul Weller:   “Saturns Pattern”   (18 maggio 2015)

A questo punto due dischi con punto interrogativo. I Muse sono una band per me assai strana. Non riesco proprio ad ascoltarli. Come dire, c’è qualcosa che non va. Devo avere qualche preconcetto perché il mio giudizio è basato sul nulla, non avendo mai ascoltato neppure una nota da loro prodotta. Eppure hanno un buon seguito anche da noi, visto che il loro recente album/dvd dal vivo è stato registrato al concerto di Roma dell’anno scorso, dove hanno riempito gran parte dello Stadio Olimpico. Inoltre la rivista RockProg, che leggo con una certa attenzione, mette tutti i loro album in testa alla classifica dei migliori album Prog. Quindi devono anche essere Prog! Eppure non li sopporto. Fosse questo l’album buono per avvicinarli? Chissà.

Circa il Modfather Paul Weller, i suoi dischi più recenti diventano sempre più di nicchia, senza più quei colpi di genio che hanno caratterizzato la sua produzione Jam-Style Council. Eppure, ascolta ascolta, qualcosa salta sempre fuori. Chissà (n° 2).

Per concludere scansatevi da Whitesnake (“The Purple Album”, 18 maggio 2015) e Rolling Stones (“Sticky Fingers” 3 cd + dvd, 8 giugno 2015,  80 sterline!!!). Il primo è dell’attuale band di David Coverdale ed usa un bel trucchetto (da cui il titolo): prendono i migliori brani del periodo Deep Purple con Coverdale alla voce e li risuonano. Mmmmmm, sento già l’acquolina in bocca……Il secondo è un lussuoso cofanetto che contiene parecchio materiale, memorabilia compresi, però alla fine il centro del tutto è l’album originale (per carità, rimasterizzato, ed è comunque un grande album) ma sempre quello è. Unico leggero sussulto al momento è rappresentato dalla promessa di una versione di “Brown Sugar” con Eric Clapton alla chitarra insieme a Keith Richards e Mick Taylor. Chissà (n° 3).

Viceversa non mi farei scappare il “The Marquee: Live in 1971″, per ora in uscita solo in dvd e BlueRay dal 22 giugno (10/12 sterline su Amazon UK), con un concerto degli Stones del periodo d’oro e, soprattutto, con il marchio “From The Vault” che fino ad adesso è stato sinonimo di qualità.

Oggi….50 Anni Fa…..

20 Aprile 2015 Commenti chiusi

Cosa raccontano le classifiche di qualche anno fa?

Vediamo quella inglese dei 33 giri (e 1/3) della settimana dal giorno 18 al giorno 24 aprile del 1965.

Posizione 10:    ”West Side Story”   (Colonna sonora del film)

Gli inglesi amano le colonne sonore. Lo dimostra il fatto che nella stessa classifica si possono trovare anche “The Sound Of Music” (“Tutti Insieme Appassionatamente”) al 13° posto, “My Fair Lady” al 16° e, soprattutto, “Mary Poppins” al 4° posto. “West Side Story” come musical, con le musiche firmate da Leonard Bernstein, debuttò a New York nel 1957. Nel 1958 fu portato in Gran Bretagna ed ebbe oltre mille repliche. Il film uscì nel 1961. A distanza di quattro anni l’album, che collezionerà oltre 175 settimane nella Top 100 con 13 settimane di N° 1 è lì, con ben 9 posizioni in più della settimana precedente.

Posizione 9:   “Best of Jim Reeves”   (Jim Reeves)

Un ritorno di fiamma per un esponente del “country pop”, genere musicale che sul finire degli anni Cinquanta si sviluppa negli USA pulendo della matrice folk (banjo, violino, ecc.) il country per tentare di renderlo più appetibile anche al di fuori del Texas. Così con qualche occhiolino alle classifiche e qualche melodia sdolcinata in più il suo massimo esponente riesce a piazzarsi benino anche in UK. Infatti l’album, un Greatest Hits in definitiva, risale dalla posizione 11, ma nelle settimane precedenti aveva toccato anche il terzo gradino del podio rimanendo per ben 10 settimane nella Top 10.

Posizione 8°:   “Sandie”   (Sandie Shaw)

Alla metà degli anni Sessanta arrivò sulla scena come un ciclone Sandie Shaw, che aveva una curiosa tendenza, abbastanza nuova per l’epoca, a scoprire progressivamente svariati centimetri di  pelle e, soprattutto, ad esibirsi scalza, tanto da lanciare una vera e propria moda. Come cantante ebbe parecchio successo, anche dalle nostre parti dove cantò un paio di brani in italiano e partecipò anche ad un Festival di Sanremo. Questo è il suo primo album ed in questo momento è già in fase calante, dopo essere arrivato fino alla posizione n° 3. Dopo questa settimana uscirà dalla Top 10 e a breve scomparirà dalle classifiche.

Posizione 7°:   “Pretty Things”   (The Pretty Things)

In 7^ iniziano i  gruppi che contano. The Pretty Things nascevano dalla separazione di un gruppo molto particolare: The Blue Boys. Questi erano costituiti da tre loschi figuri: Dick Taylor e Keith Richards alle chitarre e Mick Jagger alla voce e armonica. Un giorno gli ultimi due portano a Taylor un altro tipo apparentemente poco raccomandabile: un biondaccio dalla faccia d’angelo di nome Brian Jones. “E’ il nostro nuovo chitarrista, suona molto bene”. Taylor giocoforza passa al basso ma non è il suo strumento. Pochi giorni dopo esce dal gruppo (che sta pensando di cambiare nome in “The Rolling Stones”, che ne dite?) ed incontra un certo Phil May con il quale forma The Pretty Things. Segni particolari: un R’n'B molto sporco e scarno, contaminato dal beat. In questo momento il loro primo album ha già superato l’apice in classifica. Massima posizione la sesta della settimana precedente. Poi l’ottava la successiva e poi ancora quattro settimane di Top 20 per poi finire fuori definitivamente.

Posizione 6°:   “The Times They Are-A-Changin’”   (Bob Dylan)

Posizione 5°:   “The FreeWheelin’ Bob Dylan”   (Bob Dylan)

La Gran Bretagna è in luna di miele con Bob Dylan e con il folk in generale. Basti pensare che nella Top 20 c’è anche “Another Side of Bob Dylan” e che nella settimana precedente si trovava in classifica anche un album dal vivo di Joan Baez. Inoltre nessuno dei tre album di Dylan (rispettivamente il secondo, il terzo ed il quarto della sua discografia) sono l’ultimo uscito (“Bringing It All Back Home”) che negli USA è già nei negozi e in UK arriverà in testa alle classifiche nel prossimo mese di maggio. Che altro dire?

Posizione 4°:   “Mary Poppins”   (Colonna Sonora del Film)

Già detto, di più non so dire, se non che i miei figli me l’hanno fatta ascoltare e riascoltare per anni….

Ed ora la Top 3!!!!

Posizione 3°:   “Kinda Kinks”   (The Kinks)

“Kinda Kinks” è il secondo album dei Kinks. Non riesce a bissare completamente il successo del primo (25 settimane nella Top 20) che però aveva due singoli spettacolari come “Stop Your Sobbing” e, soprattutto, “You Really Got Me”. Qui si tratta di un album più ordinario che, in ogni caso, ha al suo arco frecce come “Tired Of Waiting” e “Dancing in the Street” e che riesce comunque a totalizzare quindici settimane nella Top 20 di cui 9, complessivamente, nella Top 10. Questo terzo posto è il livello più alto raggiunto dall’abum.

Posizione 2°:   “Beatles For Sale”   (The Beatles)

I Beatles secondi in classifica? Ebbene si, è capitato, e molto spesso, anche a loro. Attenzione. I Beatles stanno dominando la classifica inglese almeno da tre anni, lasciando agli altri le briciole. “Beatles For Sale”, il loro album meno convincente fino a quel momento, resterà nella Top 20 per 46 (quarantasei!!!) settimane, di cui undici sul gradino più alto del podio e quattordici tra secondo e terzo posto. In particolare, in questo momento, il disco è già in classifica da venti settimane e nella prossima sarà di nuovo in vetta per altre tre. Come mai questa salita, discesa e di nuovo salita? Semplice, nell’altra classifica, quella dei 45 giri (all’epoca ancora la più importante) c’è un super singolo che spopola letteralmente. Il singolo s’intitola “Ticket To Ride” e si può dire che sia lo spartiacque tra i Beatles pop-idol ed un gruppo che sembra dire “Ora vi facciamo vedere cosa sappiamo fare”.

Posizione 1°:   “Rolling Stones N. 2″   (The Rolling Stones)

Gli Stones sono l’astro nascente del rock inglese. Il loro secondo album vende benissimo. Trentasette settimane nella Top 20, dieci settimane al primo posto. Sono stati loro undici settimane prima a spodestare proprio i Beatles in quella che poi diventerà la “Beatles vs Rolling Stones” di prammatica. I Beatles si sono ripresi lo scettro per una settimana per poi riprenderselo definitivamente proprio la settimana immediatamente successiva a questa classifica. L’album degli Stones non toccherà più il primo posto ma continuerà a stare sul podio insieme ai Fab Four e venderà ancora a lungo, fino al mese di ottobre. Certo, è un disco particolare. Uno dei migliori dei primi Stones. Ci sono delle cover molto appropriate (“Everybody Needs Somebody” in versione molto scarna, “You Can’t Catch Me” da Chuck Berry, “Down Home Girl” con i prodromi del Richards-sound, e “Suzie Q”) oltre ad uno dei loro primi singoli di grandissimo successo: “Time Is On My Side”, praticamente un inno. Un album di blues e R’n'B bianco molto sentito ed una chiara definizione dello stato dell’arte degli Stones in quel momento, con un suono molto diretto, quasi “live”.

Concludendo, cosa dice questa classifica? Che la vecchia e paludata Europa, che i giovani della vecchia e paludata Europa stanno crescendo e da teen-ager al seguito dei loro idoli vogliono cominciare ad ascoltare qualcosa di diverso. Qualcosa che abbia un significato. E iniziare ad ampliare lo spettro della loro sensibilità portando in superficie qualcosa di nascosto. Qualcosa di vivo. Il processo, ormai irreversibile, sarà però ancora molto lungo.

Ovviamente fatta eccezione per “Mary Poppins” in quarta posizione…..

Riff Raff – pt1

29 Gennaio 2014 Commenti chiusi

Cos’è il “riff”?

E’ una breve, certe volte brevissima, frase musicale composta da poche note, ma che nel loro ripetersi in maniera netta, chiara, frequente e, oserei dire, molto spesso potente, finisce per caratterizzare un brano fino a farlo diventare, in casi eclatanti, un vero proprio inno rock. Altra particolarità, che contribuisce non poco a trasformare poche note in un anthem generazionale, è che per suonare un riff non occorre essere Jimmy Page o Jimi Hendrix, Clapton o Jeff Beck. Normalmente è un passaggio eseguibile con una normale infarinatura di chitarra e buona volontà. Quando alla melodia del riff si unisce una ritmica marcata che non subisce il riff ma lo ingloba in un unico suono pieno e corposo (dimostrando di non essere semplice comprimaria ma potente protagonista al tempo stesso) allora parliamo di “groove”, tipico di funk e r’n'b (avete presente “Detective Shaft” o “Superstition” di Stevie Wonder?).

Ma questa è una storia completamente diversa. Torniamo al riff.

Per tutti gli amici carissimi (e per la mia E) preavviso che sto per rituffarmi nei mitici anni Sessanta. “My Sharona” e “Message in A Bottle”, “You Shook Me All Night Long” e “Highway To Hell” hanno dei grandi riff, ma sono troppo “moderne”. Ecco, giusto per intendersi.

E allora perché non citarne qualcuno? Magari i più importanti, ma senza pretesa di completezza enciclopedica ne di analisi storica. Invece vado per gruppi, senza neanche soffermarmi troppo sull’Autore (ad esempio “Cocaine” finisce sotto Eric Clapton e non J.J. Cale che ne è l’effettivo Autore).

The Who

Pete Townshend è stato tra i più grandi fabbricanti di riff mai esistiti. Già prima di essere “The Who”, nei prodromi rappresentati da “The High Numbers”, suonavano una cosa tosta per l’epoca come “Leaving Here”: praticamente heavy metal per i sonnolenti primi anni sessanta (era il 1964) della grigia Londra. Poi nel primo album (1965) troviamo proprio uno di quegli inni di cui sopra: “My Generation”. Da quel momento il gruppo esplode letteralmente diventando da fenomeno locale una superstar internazionale e conquistando anche gli Stati Uniti. Una canzone elementare: due accordi, MI e RE, entrambi in maggiore e ripetuti all’infinito, con Roger Daltrey che canta anche “scattando” (o meglio, come diciamo a Roma “zagajando”) durante la seconda strofa. In mezzo un grande assolo di basso elettrico, tanto per far capire che il gruppo non si faceva mancare nulla. E poi quel verso che in quel momento fa l’effetto dell’esplosione atomica: “I Hope I’ll Die Before I Get Old”, spero di morire prima di diventare vecchio. Inno dei Mod per tutta la vita. I fatti poi saranno ben diversi.

E ancora tre accordi: MI RE LA, e parte “I Can’t Explain”. Accordi secchi, distorti, compressi. C’è rabbia in chi non riesce a spiegare cosa sente dentro. Poi, alla fine, altri non è che una canzone d’amore. E tante altre: da “Substitute” a “Baba O’Riley”, a quell’esplosione di creatività rappresentata da “Tommy”.

The Rolling Stones

Altri maestri del riff, Richards e soci ne sfornano per tutte le età e per tutti i gusti. Il più importante? Indiscutibilmente “I Can’t Get No (Satisfaction)”. Stavolta non sono neanche accordi, sono solo note: tre, per la precisione. Racconta Keith Richards che l’aveva “creata” mentre sprofondava nel sonno con il registratore acceso su REC vicino al letto. La mattina, appena sveglio, aveva riavvolto il nastro che ormai svolazzava in giro per la stanza, ed ascoltato cosa aveva inciso. Meraviglia, c’era “Satisfaction” fatta e finita. Così avevano inciso un rapido provino con il gruppo giusto per fissarla, prima di partire per un tour negli Stati Uniti. Una mattina, sul pullman che li portava verso la successiva tappa, il DJ di una radio locale annuncia: “Ed ora ecco a voi il nuovo singolo dei Rolling Stones: “I Can’t Get No (Satisfaction)”!!!!!!!!!!” e via le tre famose note. Sbigottimento generale. Semplicemente la casa discografica aveva immediatamente preso il nastro, lavorato un po’ sopra e via in stampa. Per questo il suono è così scarno, sporco. Era sempre il 1965, ma i giovani scoprivano ancora qualcosa di nuovo: il mondo dopo non sarebbe stato più lo stesso. Nello stesso anno gli Stones pubblicano “December’s Children”, nel quale è contenuto “Get Off Of My Cloud”. Qui il riff è ancora un semplice giro di accordi, facili facili, con una chitarra solista che segna solo alcune note sulla melodia, sempre le stesse per tutta la strofa del brano. Il brano è semplicemente “killer”.

Più la tecnica di Keith Richards si perfeziona (accordatura aperta sulle cinque corde) più i riff prendono potenza. Nascono così grandi brani: da “Jumpin’ Jack Flash” (ascoltatela in particolare su “Get Yer Ya-Ya’s Out”, il secondo live del gruppo con Mick Taylor alla chitarra) a “Brown Sugar” (è il 1971), un rock-blues torrido, da “Rocks Off” che apre “Exile on Main Street” a “If You Can’t Rock Me” (1974), montata live in medley con “Get Off of….”.

E poi tutte quelle utilizzate come Grandi Classici negli show degli Stones, spesso rivitalizzate per l’occasione: da “Honky Tonk Woman” (incisa anche in una versione country-cajun e pubblicata su “Let It Bleed”) alla “Under My Thumb” che apriva i concerti del tour di “Still Life”, da “Beast Of Burden” da “Some Girls” a “Start Me Up”, probabilmente ultimo grande singolo di una carriera che ancora oggi continua imperterrita.

Prossima puntata: Kinks, Yardbirds, Led Zeppelin, Hendrix, Deep Purple…. Restate sintonizzati

Stones Live!!! – pt 2

31 Luglio 2013 Commenti chiusi

“No Security”   (1998)

Luci azzurre soffuse si muovono su un palco immenso. Uno schermo circolare si staglia in cima al palco e, su di esso, stelle luccicanti di una galassia. Un puntino più luminoso, forse la Stella Polare. Poi, improvvisamente, da lontano una palla rosso fuoco (un sole? una cometa?) attraversa lo spazio ed esplode in una luce accecante. Il pubblico urla mentre dalle quinte, nascosto dal bagliore, Keith Richards fa il duo ingresso: spolverino tigrato su camicia zebrata, occhiale da sole e Telecaster al collo lancia le prime note di “Satisfaction”. E’ l’inizio di “Bridges To Babylon”, il Dvd che celebra il tour dell’album omonimo uscito l’anno prima. E questa prima sequenza vale il prezzo del video. Contemporaneamente esce “No Security”, l’album dal vivo. Gli Stones del dopo-Wyman sono ormai business man incalliti. Pioggia di denaro, poca anima e poco entusiasmo. Unica particolarità dell’album: si tratta di tutti brani raramente ricompresi in album dal vivo o comunque eseguiti dal vivo (“Memory Motel”, “Corinna”, “Saint Of Me”, “The Last Time”, “Respectable”, “Sister Morphine” ed altre). Insomma, un motivo per cui rappresentano una mosca bianca ci sarà, e si riflette sul risultato dell’album, sbagliato già nella copertina, pessima! Altra particolarità, c’è un ospite d’eccezione, che si alterna a Mick Jagger su “Memory Motel”: Dave Matthews. Consiglio: per chi non ne può proprio fare a meno (a anche per fan di Dave Matthews)

“Live Licks”   (2004)

Celebrativo del tour del quarantennale di carriera, è una divertente carrellata di grandi successi. Partenza al fulmicotone con “Brown Sugar”, poi “Street Fighting Man”, “Paint It Black” e tante altre con in più il ripescaggio di bellissime cose degli inizi, come “That’s How Strong My Love Is” e “Everybody Needs Somebody To Love” in coppia con Solomon Burke. Consiglio: nulla toglie e nulla aggiunge

“Shine A Light”   (2008)

Nel 2005 gli Stones incidono l’ultimo loro album (almeno al momento) di studio. Trascurabile, come tutta la produzione 90/2000. Poi un lungo stop. Da quel momento ogni esibizione diventa un evento. il 29 ottobre ed il 1° novembre del 2006 gli Stones si esibiscono al Beacon Theatre di New York, un piccolo teatro dall’atmosfera raccolta. Martin Scorsese  ricorda di aver girato “The Last Waltz” e che “Sympathy For The Devil” era il singolo che suonava nella sua auto quando era un giovanotto innamorato del cinema ma ancora lontano dai successi, e decide di riprendere entrambi gli show per produrre un filmone. E stavolta è tutto bello. Tutto funziona. Gli Stones non hanno neanche più il problema di suonare per soldi (che comunque non guastano), si divertono molto e si vede nel film come si percepisce nettamente nel cd. Anche qui grandi ospiti: Jack White dei White Stripes per “Loving Cup”, Cristina Aguilera per “Live With Me” e Buddy Guy per “Champagne and Reefer”. In scaletta un po’ di tutto, dalla coppia esplosiva iniziale di “Jumpin’…” e “Shattered” a “All Down The Line” (da “Exile on Main Street”) ad una vecchissima “As Tears Go By” (di cui si ricorda l’unica versione cantata in italiano dagli Stones di una loro canzone: “Con le Mie Lacrime”) alle ripescate “Some Girls” e “Just My Immagination”. Bel disco, divertente, emozionante addirittura nella sua versione cinematografica. Consiglio: da avere in tutte le versioni

“Some Girls: Live In Texas ’78″   (2011)

Bella iniziativa della Polydor che nel 2011 pubblica un film girato durante il tour di “Some Girls” nel 1978 negli Stati Uniti. Ne viene pubblicato un “combo” con Dvd o BlueRay e Cd allegato ad entrambi. L’album alla base del tour, come già detto, è stata l’ultima cosa buona prodotta dagli Stones, ed anche il tour ne risente: largo spazio ai brani di “Some Girls” (7 su 10), l’inizio affidato a “Let It Rock” di Chuck Berry, perciò R’n'R e vai, finale molto scattante con “Happy” (voce di Keith Richards), “Sweet Little Sixteen” (ancora Chuck Berry), “Brown Sugar” e “Jumpin’…”. Sono gli ultimi fasti della “più grande rock’n'roll band del mondo. Consiglio: loro sono in gran forma ed il materiale è buono

“Hyde Park Live”   (2013)

E veniamo ai giorni nostri. Volti scavati, età che avanza, però voglia di divertirsi e divertire. Sembra un luogo comune, eppure le immagini dei tre front men che zompettano per il solito palco smisurato sono sotto gli occhi di tutti. Simpatici alcuni interventi di Mick Jagger, in particolare quando saluta la folla vociante: “Bentornati ad Hyde Park, c’è qualcuno che si trovava qui nel 1969?” e subito dopo il grido (anche se un tantino esile, ma dopotutto i 20/30enni di allora hanno più o meno 65/70 anni) di rimando “Allora bentornati a voi, felici di rivedervi”. Stavolta il tempo di produzione dell’album è ridotto praticamente a zero e questo non permette di effettuare interventi di alcun tipo sui nastri. E allora esibizione così, nuda e cruda. Sicuramente palpitante, ma non per tutta la durata del concerto. Alcuni brani sono rallentati, alcuni sono decisamente fuori fuoco. La gagliardia chitarristica di Richards e Wood ogni tanto appare leggermente appannata. Come anche la presenza di un bassista come Darryl Jones, da sempre sostituto di Wyman, però a mio parere lontano dallo stile “Stones”. Però stavolta c’è il cuore, c’è l’anima e tutto diverte. Particolarità: il ritorno di Mick Taylor su “Midnight Rambler” e “Satisfaction”. Consiglio: comodo su ITunes (€ 9,99 e li vale)

Per concludere vanno segnalati una serie di album editi come “Official Bootleg” o “Bootleg Series” e pubblicati inizialmente solo in digital download su Google Music (comunque, per gli smanettoni, si reperiscono abbastanza facilmente, capite a me) e che documentano in maniera finalmente appropriata i periodi coperti solo da album singoli con otto-nove brani. Sono “Brussels Affair 1973″, il già citato “Hampton Coliseum ’81″, il grandioso “L.A. Friday 1975″ sul tour americano più importante degli Stones, “Live At The Tokyo Dome 1990″, “Light The Fuse 2005″ e “Live At Leeds 1982″. Consiglio: Stones a-la-carte! Scegliete voi secondo gusto, si casca quasi sempre molto bene! I miei preferiti? “L.A.” e “Tokyo Dome”

 

 

 

 

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Stones Live!!! – pt 1

25 Luglio 2013 Commenti chiusi

Bella iniziativa di Apple (tanto per cambiare). Il concerto degli Stones ad Hyde Park dello scorso mese di luglio (6 e 13), del quale hanno scritto tutti i media (compreso “Il Giornalino” e “Famiglia Cristiana”) è stato reso disponibile in download con tanto di bollino “masterizzato per Itunes” nel giro di una settimana. E allora quale migliore occasione per ripercorrere la montagna (appunto in due parti) di registrazioni live delle Pietre? Magari con qualche breve nota di commento.


“Got Live If You Want It!”   (1966)

Il primo. Per me, patito dei Sixties, sarebbe bello poter usare qualche classico luogo comune tipo: spaccato di un’epoca, ci si cala nell’atmosfera dei Sessanta, un gruppo pulsante e blablabla. Invece si tratta di un clamoroso errore di percorso. Gli Stones, per uno strascico contrattuale con il distributore americano, obbligati a dare alle stampe un ultimo disco si fanno registrare un paio di show per poi scoprire in studio che erano praticamente inascoltabili. E allora grosso lavoro di sovraincisione e pulizia per poi aggiungere anche un paio di brani incisi in studio sui quali mixare le urla dei fan. Formazione ancora con Brian Jones (e questo è l’unico punto d’interesse). In scaletta quasi tutti gli hit fino a quel momento. Resta comunque un prodotto sciatto. E la testimonianza della fine del gruppo come idolo pop prima di entrare nel tormentato periodo psichedelico. E prima di diventare la più grande rock’n'roll band del mondo. Consiglio: solo se collezionisti


“Get Yer Ya-Ya’s Out”   (1970)

Dal precedente il mondo è cambiato. E’ successo di tutto, da “Sgt. Pepper” in poi. Gli Stones hanno avuto un paio di dischi pessimi, non hanno praticamente più suonato dal vivo, hanno iniziato un periodo burrascoso fatto di guai legali e culminato nella morte (ancora oggi non ben chiarita) di Brian Jones. Ha azzeccato due ottimi album (“Beggar’s Banquet” e “Let It Bleed”) e finalmente parte per un tour negli Stati Uniti. “Get Yer….” è semplicemente favoloso. Grezzo, sporco e rabbioso. Mick Taylor alla chitarra solista suona alla grandissima, ma è tutto che funziona molto bene, dall’atmosfera alla scelta dei brani. Veramente bello. In scaletta si va dagli inizi beat e r’n'r (“Carol”, “Little Queenie”) al blues (“Love in Vain” e “Stray Cat Blues”) agli hit degli ultimi singoli e album (“Jumpin’ Jack Flesh”, “Midnight Rambler”, “Honk Tonk Woman”, “Sympathy for the Devil”, “Street Fighting Man”). Consiglio: da avere


“Love You Live”   (1977)

Altra epoca. Gli Stones hanno percorso il mondo in lungo e in largo con il titolo della “più grande r’n'r band del mondo”, sicuramente la più sporca e cattiva, molto border-line. Hanno inciso grandi album come “Sticky Fingers”, “Exile on the Main Street” e “It’s Only Rock’n'Roll”. Poi un album con sonorità meno usuali come “Black and Blue” dove viene lasciato spazio anche al  funky. Mick Taylor ha lasciato il gruppo per sfuggire alla logica “Sex & Drugs & Rock’n'Roll” che poco gli si addiceva. E poi era un chitarrista prettamente blues. Al suo posto Ron Wood, perfetto come contraltare dei Glimmer Twins Jagger e Richard. Soprattutto del chitarrista, con il quale intreccia da subito i suoni in maniera simbiotica. “Love You Live”, copertina di Andy Warhol, è finalmente un album doppio, dove il potenziale del gruppo è pienamente espresso. La produzione è più levigata, le chitarre suonano meno sporche ma più potenti e nette. Che poi è la forza degli Stones. La scaletta è perfetta, con tutti brani esplosivi dal vivo. Anche la line-up risulta molto ricca, con Ian Stewart (il sesto Stones) al piano e Billy Preston alle tastiere. Due particolarità del disco: la terza facciata (incisa al club “El Mocambo” di Toronto) è un prodigioso ritorno alle origini, con tre blues spaccacuore e “Around and Around”, una delle loro prime incisioni. La quarta facciata è semplicemente fantastica con il loro poker d’assi: “It’s Only R’n'R”, “Brown Sugar”, “Jumpin’…” e “Sympathy for…”, tutte suonate alla grandissima. Consiglio: da comprare assolutamente

“Still Life”   (1982)

Gli Stones hanno resistito all’avvento del Punk e della New Wave ma si stanno trasformando da brutti, sporchi e cattivi in abili business man. La vena comincia a mostrare la corda. Dopo “Some Girls”, la loro ultima cosa veramente buona, hanno pubblicato due album francamente brutti: “Emotional Rescue” e “Tattoo You”. Tra questi album però una perla la piazzano: il singolo “Start Me Up”, non a caso un brano uscito anni e anni prima da una session e recuperato per esigenze di hit single da pubblicare.

S’imbarcano così per un tour mondiale che passa anche dalle nostre parti (Milano, Torino e Napoli) e che a sua volta incrocia la finale dei Mondiali di Calcio 1982 (chi si ricorda Mick Jagger avvolto nel nostro tricolore?). Da questo album gli Stones cominciano a pubblicare il video del concerto. Infatti qualche tempo dopo esce al cinema “Let’s Spend The Night Together” a firma Hal Ashby, che documenta proprio quel tour. In questo caso meglio il film dell’album. Il film recupera immagini dietro le quinte, ci porta al centro del palco, segue le evoluzioni di Jagger, Richards e Wood (indimenticabili le loro facce stralunate per tutta la durata dell’esibizione) e, soprattutto, offre il concerto integrale (25 brani). L’album è tristemente singolo, decisamente sciatto con una track list non all’altezza: come si fa ad includere “Twenty Flight Rock” o “Going to a go-go” ed escludere “Beast Of Burden”, “All Down The Line” o “Miss You”? Consiglio: procuratevi il film o, al limite, scaricatevi da Google Music  ”Hampton Coliseum 1981″ uscito nel 2012 per la serie “Bootleg Series”

“Flashpoint”   (1991)

Ancora colpi a vuoto. “Undercover” (1983) inascoltabile, “Dirty Work” (1986) passa inosservato, “Steel Wheels” (1989) sarà l’aria del prossimo tour annunciato come faraonico riesce a piazzare almeno due buoni brani (“Sad Sad Sad” e “Rock And A Hard Place”). Ma sembra proprio l’atmosfera generale molto pesante nel gruppo. Jagger e Richards litigano spesso o, se va bene, si ignorano. E’ difficile fare buoni dischi lavorando ognuno per conto suo in studi situati a migliaia di chilometri di distanza.

Poi si sale sul palco e tutto cambia. Il disco non è male. C’è sufficiente energia. Il cd ormai è bello diffuso e sulla sua gran capienza gli Stones piazzano 17 brani. In realtà il live ne contiene 15, o meglio 14, visto che il primo è una breve introduzione registrata sulla quale eruttano le note di “Start Me Up”. Ma gli ultimi due sono due tracce rimaste escluse da “Steel Wheels” e decisamente di altissimo livello: “Highwire”, classico prodotto Richards, e “Sex Drive”. La scaletta contiene i due successi del momento “Sad Sad Sad” e “Rock And A Hard Place” in versione smagliante, i soliti grandi classici e qualche sorpresa: “Ruby Tuesday”, “Factory Girl” e “Paint It Black” dai primi dischi, oltre a “Little Red Rooster” con Eric Clapton alla chitarra. Per la cronaca: sarà l’ultimo album dal vivo con Bill Wyman al basso. Consiglio: decisamente ascoltabile

“Stripped”   (1995)

Il disco “unplugged” è diventato di moda, e chi sono gli Stones per non cavalcarne una? Soprattutto se c’è da ricavarne qualche dollaro. Però riescono a farne qualcosa di diverso: tirano fuori un album variamente composto di brani estratti da concerti in piccole hall o club medio-piccoli, spesso utilizzando una strumentazione acustica, ma con batteria e basso sempre ben in evidenza. Insomma, mai carenti di energia. Perla dell’album “Like A Rolling Stones” di Bob Dylan, resa in versione praticamente canonica. Divertente. Il resto della scaletta comprende brani ideali per il progetto: “Wild Horses”, “I’m Free”, “Street Fighting Man”, “Not Fade Away”, “Dead Flowers”, “Angie” ed altre. Nel 2013 ne è uscita una versione con dodici brani in più, tra cui “Beast of Burden”, “Memory Hotel” e “Gimme Shelter”. Consiglio: Appassionante

 

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Il Disco del Mese: “Out Of Our Heads” (1965)

31 Ottobre 2012 Commenti chiusi

Più o meno sono due anni che affronto, non sempre con regolarità, questa rubrica. Fino ad oggi nessun album dei Rolling Stones era mai stato citato. Nè mai avevano avuto altri post, di qualsiasi genere. Poche anche le citazioni. Com’è possibile? Un patito dei Sixtyes come me?

In realtà gli Stones hanno avuto più di una pelle, e quella dei primi sessanta non è, a mio parere, la loro migliore. Le cose migliori le hanno fatte quando si sono convinti di essere la “Miglior Band di Rock’n'Roll del Mondo”. Parlo di album come “Sticky Fingers” o “Exile On The Main Street”. “Beggars Banquet” o “It’s Only Rock’n'Roll”. Quando il suono ha iniziato ad essere più grintoso, i ritmi più serrati e la chitarra di Richards laggiù ad incrociarsi con Mick Taylor o Ron Wood.

Recentemente ho iniziato la lettura di “Life”, autobiografia di Keith Richards. Gran libro. Scritto da dentro. Ho potuto così “vivere” in maniera vivida, attraverso il racconto, i loro inizi eroici e la relativa facilità con cui sono arrivati al successo. Inizi caratterizzati da un attento studio del Blues delle origini. Richards, Jagger e Brian Jones, che occupavano insieme uno squallido appartamento di una Londra ancora sfocata, passavano ore ad ascoltare i grandi vecchi del Blues ed a ripetere pedissequamente ogni nota, accordo, sfumatura o qualsiasi altra cosa potesse farli sentire dei veri bluesmen. Ambivano a questo e a nient’altro.

Alcune serate nei locali blues e rythm’n'blues della capitale e la Decca, che poco prima si era fatta sfuggire i Beatles (“i gruppi con la chitarra ormai non hanno più futuro” disse il più miope dei discografici a Brian Epstain dopo il provino del giorno di Capodanno del 1962) li mise sotto contratto. Incidere il primo album e balzare in testa alle classifiche fu un tutt’uno (aprile 1964). I Beatles avevano aperto la strada, il terreno era fertile. Poi gli Stati Uniti e da quel momento tre-quattro anni senza fermarsi un secondo: album, tour, singolo, tour, album, singolo, tour, singolo, tour e via via a questo ritmo.

Quattro album tra aprile 1964 e lo stesso mese del 1966. In realtà gli album saranno sette, visto che le versioni americane differivano da quelle inglesi sia per contenuto che per data di uscita.

Andrew Oldham, il loro produttore, quasi coetaneo e con uno spiccato senso nel percepire i desideri ed i bisogni del pubblico sempre più giovane e sempre più indipendente, intuì che la partita contro Lennon-McCartney si sarebbe potuta giocare solo se Jagger-Richards fossero diventati il loro contraltare. Così una sera li chiuse nella cucina di casa sua e gli disse che non sarebbero potuti uscire se non avessero scritto una canzone. La canzone, “As Tears Go By” era decisamente debole, tanto che fu subito dirottata su un’artista che tentava di muovere i primi passi nel mondo della canzone: Marianne Faithful.

Però da quel momento scattò una molla importante. Anche loro sapevano scrivere materiale. E le basi erano solide. Così arrivarono tanti singoli N° 1 nelle classifiche di mezzo mondo. Bastò incanalare il loro Blues in un ambito più Pop, serrare un pò le ritmiche ed inserire tanti ritornelli-killer. Così arrivarono “Tell Me”, “The Last Time”, “Satisfaction” e tantissime altre. E gli album iniziarono a contenere anche loro materiale e non solo cover. Divennero più “personali”.

Ho scelto “Out Of Our Heads”, nella versione americana, per una serie di ragioni. Prima di tutto campeggiava nello scaffale della prima ragazza per la quale abbia mai avuto una cotta clamorosa. Io cinque anni, lei sedici. Difficilmente corrispondibile. Oltre questo aveva un paio di rari album dei Beatles (delle versioni italiane, oggi rarissime, che poi vi racconto), il primo album dei Byrds ed altre chicche. Potevo restare indifferente?

Poi contiene il singolo dei singoli. “I Can’t Get No (Satisfaction)” è una grande canzone. Tre note o poco più, un motivo essenziale, un arrangiamento scarno. Ma provate a contestualizzarla in quegli anni. Dirompente. Richards racconta di essersi addormentato con la chitarra acustica in mano ed un registratore a pizze acceso. La mattina il nastro girava libero. Lui l’ascoltò e trovò delle note strapazzate che poco dopo sarebbero diventate “Satisfaction”. Il gruppo la incise in un paio di session negli Stati Uniti in una versione prima solo acustica, poi un pò più veloce ma scarna ed a livello di provino. Poi continuarono il tour. Un paio di settimane dopo ascoltavano la radio e lo speaker annunciò “il nuovo singolo dei Rolling Stones, in testa a tutte le classifiche”. Poi l’intro mitica. Il produttore aveva preso le tracce appena lavorate, aveva completato il missaggio e la casa discografica l’aveva pubblicata, a loro insaputa.

Nell’album le canzoni a firma Jagger-Richards sono quattro: oltre a “Satisfaction”, “The Last Time”, “The Spider and The Fly” e “One More Try”. La prima è una classica canzone pop-rock, di quei numeri Uno predestinati visti sopra. “The Spider” è un blues altrattanto classico con Mick Jagger all’armonica. “One More Try” è sulle orme di “Boom Boom”, ma molto più leggera. Questo è il segreto degli Stones degli inizi: la dove i Beatles avevano rifondato il Pop creando un canone scaturito dalla loro base di Rock’n'Roll, gli Stones hanno preso il sangue ed il sudore del Blues unendolo al Pop ed al Beat per creare un loro stile, unico per quel tempo.

Il resto dell’album è grandi firme del Blues e del Soul: Sam Cooke (“Good Times”), Marvin Gaye (“Hitch Hike”), Roosvelt Jamison (“That’s How Strong My Love Is”), Bo Diddley (“I’m Allright”), ed altro ancora.

“Out Of Our Heads” salirà al primo posto delle classifiche americane, la sua versione inglese al secondo posto in Gran Bretagna, mentre i singoli “The Last Time” e “Satisfaction” raggiungeranno entrambi la prima posizione in GB. Negli USA “The Last Time” salirà fino al nono posto. Indovinate “Satisfaction” dove arriverà?

Hot Records

21 Maggio 2012 4 commenti

Utilizzo il mio IPhone come lettore musicale. Ci mancherebbe altro, con quello che costa. Ma ha una capienza limitata. Il mio hard disk sul quale ho digitalizzato tutta la mia biblioteca musicale, i miei libri ed i miei film e telefilm ha una capienza di 1 TB ed è ormai quasi pieno.

L’Iphone contiene 64 modesti GB. Facile immaginare che i brani in entrata ed in uscita hanno lo stesso traffico di Manhattan all’ora di punta e la loro permanenza difficilmente supera quella di un brano dei Modà o di  Gigi D’Alessio in classifica.

Detto ciò, vorrei segnalarvi qualche disco che ha rappresentato un’eccezione a questo andazzo negli ultimi tempi. Come al solito lungi da me l’idea di darvi consigli, però trasmettervi un’emozione, questo si.

 It Bites – Map Of The Past  (2012)

Sapete quanto sia patito di Progressive. Lo ascolto spesso e volentieri. Sia i  grandi classici (Genesis, Yes, King Crimson), sia il Neo-Prog, quell’ala del fenomeno che riuscì a riportarlo alla luce in un momento in cui era ormai considerato morto (Marillion, IQ e Pendragon in particolare), sia i gruppi più recenti. Tra questi apprezzo tantissimo gli Spock’s Beard, ma anche gruppi meno conosciuti quali Satellite, Beardfish o Gazpacho.

Gli It Bites sono un gruppo inglese nato verso la metà degli anni ottanta, hanno inciso cinque album (più uno dal vivo), una lunghissima pausa dal 1991 al 2008 e sono tornati in studio per il nuovo album a quattro anni dal precedente. Si è passati così dalle copertine dove sembravano dei fighi alla Europe all’attuale aspetto di signorotti britannici di mezza età. Evidentemente tutto questo tempo ha portato il gruppo a distillare le note del nuovo album che, a mio parere, è riuscito benissimo. È un “Concept” e prende le mosse da un’immagine, una foto di un uomo vestito da militare. L’apertura è in puro stile Prog: una radio di sottofondo che trasmette un bollettino di guerra, sul quale s’innestano le note di un organo e pian piano si arriva ad una solenne marcia militare. un brano lento ed evocativo. Poi scatta il rock nel secondo brano. Suoni puliti e rotondi ed un gran ritornello. E l’album fila via cosi fino alla fine.

The Rolling Stones - L.A. Friday – live 1975  (2012)

Ci voleva proprio. Un disco degli Stones dal vivo e del loro periodo migliore, quello in cui facevano tour da “migliore rock’&’roll band del mondo”. Si tratta del tour del 1975, denominato “Tour of the Americas”. Organizzato per porre un argine al dilagante successo mondiale dei Led Zeppelin, considerati avversari diretti. E’ il primo tour con Ron Wood alla chitarra. La scaletta è semplicemente fantastica: ci sono tutti i grandi classici di quel periodo, da “It’s Only Rock’&’Roll” a “Street Fighting Man” (una delle poche loro canzoni impegnate), da “Jumpin’ Jack Flash” a “Brown Sugar”. E poi “Honky Tonk Woman”, “Gimme Shelter”, “Get Off Of My Clouds”, e tantissime altre. La summa dello stile “Stones”, vale a dire “questi siamo noi ed il R’&’R lo suoniamo così!”. La cosa più bella del disco è l’ascolto dell’intreccio delle due chitarre di Keith Richard e Ron Wood ad alto volume in cuffia!

Ani Di Franco - Out Of Range (1994)

Per la serie “Nuovi Classici”. Ani Di Franco è stata definita una “folkie” in abiti punk. È una delle migliori cantautrici americane ed è, sopratutto, musicalmente molto prolifica: ha praticamente inciso un album ogni anno dal 1990 ad oggi. Questo per me è uno dei più belli. Si apre splendidamente con “Buildings and Bridges”, una canzone “10eLode” con una sequenza di accordi molto bella ed una melodia che continui a portarti dentro. Notevole anche la title-track incisa sia in versione acustica che elettrica. Ma, ripeto, tutto l’album è molto bello. Difficile staccarsene.

Carole King & James Taylor – Live At The Troubadour  (2010)

Due personaggi talmente schivi e lontani dallo show business da sembrare ancora oggi semplici e veri, umani e sensibili come pochissimi altri. In più, in due, rappresentano una consistente fetta del cantautorato americano di gran qualità. La storia è risaputa: James Taylor riesce a convincere la sua amica di vecchia data Carole a ritrovarsi per una sera. Lei non è una patita del suonare in pubblico, ma per James si lascia andare. Nasce così questo concerto in uno dei locali più suggestivi e simbolo della West Coast, The Troubadour appunto. Mettono insieme la band degli amici di sempre: Russel Kunkel alla batteria, Danny Kortchmar alla chitarra ed il bassista Leland Sklar e con questa formazione “minimal” si divertono a fare a gara a chi ha scritto le canzoni più belle durante tutta la carriera. Inanellano in scaletta, uno dopo l’altro, un numero pazzesco di grandi successi. Potrebbe sembrare il solito “Greatest Hits” dal vivo. E invece, proprio per le caratteristiche sopra dette dei due protagonisti, sia per l’atmosfera rilassata ed intima che traspare dai solchi, sia per l’amicizia che sprizza fuori ad ogni nota, ma anche per le zampate d’energia di cui i due ancora sono capaci (ascoltare “I Feel The Earth Move” per credere), il disco è semplicemente BELLO. Un disco dal vivo che non dovrebbe mancare in nessuna collezione.

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